Ambizione e aspirazione

Diventare se stessi

“Come posso essere un grand’uomo come te?”, chiese l’allievo.
“Perché essere un grande uomo?”, rispose il Maestro. “Essere un uomo è già un’impresa abbastanza grande”.

In senso metaforico, questo dialogo può ben rappresentare la distinzione fra ambizione e aspirazione. C’è infatti una gran bella differenza fra le due cose.
L’ambizione è una spinta interiore, alimentata dall’illusione, che ci muove a cercare all’esterno, spesso smodatamente, qualcosa che ci ammalia e ci appare irrinunciabile, senza minimamente indicarci se quella cosa è alla nostra portata o meno. La vogliamo e basta.
Questo ci porta il più delle volte a scontrarsi con la realtà, e con le aspettative degli altri, a sbattere contro muri e ostacoli, a rovinose cadute e delusioni.

L’aspirazione è invece qualcosa che viene da dentro, è un anelito a realizzare qualcosa che ci appartiene e che è alla nostra portata. È fondata sui nostri talenti per il completamento del nostro essere al mondo.
L’ambizione si nutre del bisogno di riconoscimento, dell’ansia di approvazione, della “volontà di potenza” verso l’affermazione di sé.
L’aspirazione è la trasformazione matura della pretesa infantile di essere al centro del mondo, in un sano desiderio di realizzazione, di riconciliazione con la propria essenza e con la propria pienezza.
L’ambizione è forma, bramosia famelica insaziabile, proprio perché ha bisogno del nutrimento esterno e ne è dipendente.
L’aspirazione è sostanza, è la trasformazione della fame in sano appetito, selettivo e capace di pregustare con la fantasia creativa il nutrimento, è indipendente dagli altri perché appartiene al nostro mondo interno.

Il riconoscimento esterno, l’approvazione degli altri, quando avviene, funziona certamente da rinforzo dei nostri bisogni e desideri. Nessuno può farne a meno.
Nell’ambizione è la fonte esterna di gratificazione del Sé, che però non è in grado di “fare tesoro” di queste conferme, perché la sua struttura è fragile e difettosa, come un “contenitore” che perde.
Il registro emotivo che caratterizza l’ambizione è la paura.
Nell’aspirazione la conferma esterna perfeziona il senso del proprio valore, ma la vera fonte che alimenta il Sé è interna, saldamente radicata dentro di noi.
È l’espressione del coraggio di essere se stessi.

Le aspirazioni sono una forza vitale inarrestabile, da seguire sempre. Se ci crediamo, l’ aspirazione ci porta a prenderci ciò che ci spetta. Sta solo a noi superare gli ostacoli che vi si frappongono.
L’intenzionalità profonda delle nostre aspirazioni, quando allineata con il nostro vero Sé e con la nostra anima, è un motore ad energia sottile, “pulita” ed etica (l’ambizioso vuole realizzarsi CONTRO tutti, chi aspira ad andare verso ciò che è alla sua portata, lotta PER sé, senza sgambettare nessuno).
Con radicata convinzione dobbiamo dunque aspirare sempre ad essere la “migliore versione di se stessi” (non il “migliore”, ma “il meglio di noi stessi”, ciò che potenzialmente è alla nostra portata).
Volare in alto, come un’aquila. Se puntiamo in basso, rischiamo di non decollare neanche.
Ci penserà comunque la vita a ridimensionare il volo.

Vocazione

“Trova la tua chiamata, e ispira gli altri a trovare la loro” (S.R. Covey)

Che cosa spinge un uomo a scegliere di seguire la propria strada, a emergere dall’identificazione con la massa, ad uscire da un’indefinita individualità per diventare una persona compiuta?
Non può essere la necessità, perché la necessità si presenta a molti, e tutti cercano rifugio nelle convenzioni. Non può essere l’ambizione, perché i più abbandonano i propri sogni e si rifugiano nelle consuetudini.
Che cos’è dunque che fa pendere la bilancia a favore dell’inconsueto, a correre il rischio di essere se stessi, anche contro ogni avversità? È ciò che comunemente definiamo VOCAZIONE.
Se abbiamo la volontà e anche la fortuna di individuarla, c’è sempre, nella nostra vita, una misteriosa coerenza, un filo conduttore, una trama che qualcuno chiama vocazione, o chiamata, o addirittura destino.
Un fattore irrazionale, una forza che fatalmente spinge a emanciparsi dalla massa, ad andare oltre i binari prefissati e le strade già battute. “Qualcosa” che dobbiamo saper riconoscere e che dobbiamo avere il coraggio di non tradire, se vogliamo restare noi stessi, e cercare di fare qualcosa che ha valore.

Ciascuno di noi dovrebbe avere come motivazione originaria e irrinunciabile, quella di conoscere se stesso. Il problema è riuscire a realizzare ognuno non un destino qualunque, ma il “proprio” destino, il proprio “scopo” personale, accoglierlo dentro di sé e viverlo tutto fino in fondo.
Una personalità autentica non rinuncia alla propria “aspirazione”, che non è più ambizione smodata, ma anelito ad una superiore elevazione.
Non bramosia generica e compulsiva di successo, ma spinta evolutiva vissuta con passione, che si fonda sui propri talenti, i propri “doni” e le proprie abilità particolari.

“Non puoi scegliere tu la tua vocazione. È la tua vocazione a scegliere te. Ti sono state elargite doti particolari, che sono soltanto tue. Usale, qualsiasi possano essere, e non indossare mai i panni altrui.” (O. Mandino)
Questa persona ha “fede”, ha fiducia nella sua vocazione come fosse qualcosa di sacro. Deve ubbidire alla propria legge, come se fosse una forza sovrannaturale a suggerirgli strade nuove e straordinarie.
La vocazione opera come una legge divina, cui non si può derogare.
Chi ha una vocazione sente la voce della sua interiorità: è “chiamato”.

Carisma

“Carisma significa grazia, dono divino. È un dono, non c’è nulla che uno possa fare per averlo. O ce l’hai o non ce l’hai.” (F. Volo)

Ognuno di noi ha i propri talenti, ma pochi possiedono carisma. Il carisma uno o ce l’ha o non ce l’ha. Se ce l’ha, si percepisce inequivocabilmente, qualunque cosa lui faccia.
Le persone che hanno carisma non lasciano mai indifferenti, emanano una luce propria; a seconda delle reazioni che suscitano, attirano con un misterioso magnetismo, oppure si può finire per detestarle.
Il carisma ha a che vedere con il fascino, ma è una caratteristica più ampia. È diverso dalla bellezza. La bellezza stessa senza carisma è come una scatola vuota, può attirare ma non affascina.
“Lascio agli altri la bellezza. Io mi tengo il carisma” (C. Roitfield).

La persona carismatica possiede una forza istintiva, non razionale e, quindi, potenzialmente rivoluzionaria, capace di indurre cambiamenti.
Le persone carismatiche sono uomini e donne che spingono gli altri a seguirli, a strappare loro credito e fiducia, suscitando motivazione ed entusiasmo.
“Cristo, come tutte le personalità carismatiche, aveva il potere non soltanto di dire egli stesso cose belle, ma anche di farsene dire dagli altri”. (O. Wilde)

Avere carisma significa essere leader, ma non necessariamente il contrario. Molti ritengono che i leader debbano avere carisma, ma non sempre è vero. Per essere leader efficaci non occorre carisma. Molti grandi leader non rimandano un’immagine carismatica, pur essendo apprezzati dai propri collaboratori e seguaci.
Gli elementi che identificano il carisma sembrano essere essenzialmente tre: l’indole innata che rimanda agli eroi e ai profeti, la capacità di trasmettere benessere agli altri con la propria presenza e una competenza relazionale che permette di fronteggiare con autorevolezza ogni conversazione e ogni contesto sociale.

Successo

“I premi della vita si trovano al termine di ogni viaggio, non agli inizi. E non è dato sapere quanti passi sono necessari per raggiungere la meta. Potrò incontrare il fallimento al millesimo passo, tuttavia il successo può nascondersi dietro la prossima curva della strada.Non potrò mai sapere quanto è vicino, se non avrò svoltato l’angolo” (O. Mandino).

Ma che cos’è allora il successo?
“Il successo è potersi coricare ogni sera con l’anima in pace”, ci dice P. Coelho.
Nei corsi di management, questo non viene insegnato. Appartiene ad una dimensione ormai perduta.
Il successo che s’insegna oggi è affermazione individualistica, opportunistica,
Il nostro sistema sociale esalta una personalità di base fondamentalmente narcisistica ed egocentrica.
Il pragmatismo promosso è del tipo: “il fine giustifica i mezzi”, secondo il quale le competenze essenziali sono l’arroganza, la presunzione, la prevaricazione e se occorre, perché no?!, anche la slealtà verso l’avversario.
Il vero successo è il frutto maturo di un lungo percorso di crescita e di conquista, accompagnato dalla necessaria dedizione.
È il risultato di un faticoso cammino, reso tortuoso e spesso velenoso dalla rivalità competitiva, che si poggia su abilità indispensabili: l’ispirazione, la determinazione, l’innovatività, l’eccellenza, la passione ed una visione incrollabile, tutte attitudini necessarie a tenere il timone della motivazione verso la prospettiva auspicata.

Il successo autentico non deve fondarsi sull’ambizione ma sulla aspirazione, che è l’aspettativa legittima di raggiungere ciò che è nelle nostre possibilità e in cui crediamo profondamente.
Niente a che vedere con l’ambizione smodata, la bramosia compulsiva di riconoscimenti, al di la dei meriti e delle risorse messe in campo.
È tutto ciò che distingue il successo da una scalata repentina, conseguita per circostanze favorevoli o troppo spesso – ahimè- per meriti altrui.

“C’è un successo che si fonda sul merito e uno sulla fortuna. Il primo dura di più. Il secondo costa di meno.” (R. Gervaso)
Nulla è più suscettibile di fallimento quanto una popolarità effimera, non sostenuta da alcun autentico talento.
E a proposito di dormire con l’anima in pace, ne ricordo un’altra:
“Dormivo e sognavo che la vita era gioia. Mi svegliai e vidi che la vita era servizio. Volli servire e vidi che il servizio era gioia”(R. Tagore).
Questa è la vera etica del successo!
Se vuoi dagli altri dedizione, rispetto, ascolto, devi essere tu per primo a dare agli altri dedizione, rispetto e ascolto.

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P.S. Richiamo qui due miei precedenti contributi, rispettivamente sulla VOCAZIONE e sul SUCCESSO

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Circa l'autore:

Dr. Roberto Calia Psicologo Psicoterapeuta Milano
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