Autenticità

Se stessi oltre l’apparenza

“Cercando di sembrare ciò che non siamo, cessiamo di essere quel che siamo.”
(E. Junger)

Il mondo d’oggi è sempre più sotto il dominio dell’apparenza. Non vale più tanto essere, quanto apparire; non manifestare ciò che siamo, ma rappresentare ciò che vogliamo sembrare. L’individuo medio dei nostri tempi è una maschera camuffata da identità. Composto unicamente di facciata, come una casa non finita. Ha l’accesso lustrato di un gran palazzo, ma l’interno degno di una squallida capanna.
Nella società del consumo è come se lo scopo dell’uomo non fosse più quello di vivere ed essere, bensì quello di apparire. Su questa esigenza si fonda il grande dogma della contemporaneità: “si ha successo solo se si appare.” Il successo è frainteso con la popolarità, conseguita non importa come. Non con il talento, le capacità e le competenze, che dovrebbero invece essere premiati, nel silenzio e senza plateali esibizioni.
“Facciamo esperienza degli estranei solo come apparenze, in modo che ciò che si vede esaurisce ciò che essi sono.” (Z. Bauman)
L’apparenza incanta. Pronti, parvenza, via!

Personificando questa ossessione contemporanea, possiamo caretterizzarla in tre figure che appaiono irresistibilmente desiderabili. Questi aspetti sono ormai un riferimento universale e pervadente per mettere a punto la nostra identità sociale, l’immagine in “bella mostra” che ci piace esibire pubblicamente di noi stessi. Come un tarlo, sono presenti stabilmente e operano rovinosamente nella nostra mente. Tant’è che Osho li chiama “i tre idioti”: il BELLO, il FELICE, il SAPIENTE.
Tutte le rappresentazioni sociali, le performance a cui nessuno (uomini, donne e altri generi) riesce più a sottrarsi nelle proprie uscite mondane, ruotano intorno a questo copione. Guai a pensare di non essere attraente, di non essere abbastanza gradevole e figo/a agli occhi degli altri (non importa poi se, in segreto, ci facciamo schifo o non ci piaciamo affatto!…).
È sconveniente non mostrare di essere “abbastanza” felice e contento/a della propria vita (anche se, finita la serata, sappiamo di rientrare nella nostra miserevole quotidianità o nella nostra depressa rassegnazione esistenziale).
Quanto a cultura e argomenti di conversazione, non sia mai che sia costretto ad ammettere (anche solo a se stesso/a) che di un certa cosa non so proprio nulla, e che forse farei solo bene ad ascoltare ed apprendere!
Niente da fare! Ognuno, in fondo in fondo, in cuor suo pensa di essere il migliore. Un mondo in cui tutti sono i migliori. Infatti: i risultati sono sotto gli occhi di tutti!…
Come l’uomo ragno, ci arrampichiamo sui vetri, ci aggrappiamo ai frammenti dei titoli dei giornali, a qualche opinione sentita qua e là, e scioriniamo con disinvoltura tutto il sapere (che non abbiamo) e la nostra (in)competenza in ogni questione della vita. Il trionfo dell’improvvisazione, l’apoteosi dell’esibizione istrionica! Peccato che il palcoscenico di questa tragica simulazione non sia il teatro ma la vita vera.
“L’uomo finge continuamente di essere quello che non è; è un modo per nascondere se stesso. Chi è brutto cerca di sembrare bello, chi è preda di angosce cerca di sembrare felice, chi non sa niente cerca di dimostrare di sapere tutto. E le cose vanno avanti in questo modo. Se non diventi consapevole dei tre idioti che sono in te, non diventerai mai un saggio. È superando i tre idioti che si diventa realmente saggi” (Osho).

Non dobbiamo necessariamente aspirare a diventare saggi, come pretende Osho, per liberarsi di questi tre “idioti”. Quello di essere un po’ più autentici sì, però! E smettere di vivere per compiacere gli altri.

Compiacere

“Ho imparato a trovare dentro di me le misure e le ragioni del mio vivere. Ho capito che devo volere ciò che sarò. Non posso più vivere per compiacere qualcuno, obbligandomi ad essere quello che non sono” (F. Volo).

Chi vuole piacere agli altri si comporta come uno schiavo che aspetta riconoscimento dal suo padrone. Pensare, agire, parlare, atteggiarsi, muoversi come su un palcoscenico per strappare il consenso, l’approvazione, l’applauso, significa di fatto essere dipendente dagli altri, essere nelle loro mani. Significa cedere agli altri la nostra libertà e il poco potere che abbiamo di essere noi stessi, in una realtà che non favorisce affatto l’autenticità, la creatività, l’autonomia delle persone.
Il narciso “medio” del giorno d’oggi si muove con apparente sicumera ed arroganza, credendosi grande ed aspettandosi il trionfo che pensa di meritarsi. Il poveretto non sa che dietro la sua immensa coda di pavone ci sta in realtà un normale culo di pollo!
Comportati, muoviti, esprimiti, pensa, respira, così come ti viene. Abbandona l’illusione di piacere a tutti. Perché dovresti? Non è forse vero che neanche a te tutti piacciono? Accontentati di piacere solo a chi ti piace. Sii grato se questo avviene, perché è la base di un rapporto fra due persone libere, che non scelgono per necessità ma solo “per il piacere della loro relazione”.
“Essere quello che si è: questa è la felicità più grande” (A. Jodorowsky).

Il benessere, ossia il senso profondo di star bene nei propri abiti, nella propria pelle, si trova solo nell’autenticità. Ma per arrivare a quello che siamo davvero, dobbiamo eliminare quello che non siamo. Dobbiamo sbarazzarci di tutte quelle parti, quelle facciate, spesso posticce, che abbiamo assunto, nel tentativo di piacere agli altri ed essere accettati. Dobbiamo liberarci di quello che abbiamo pensato di essere, per arrivare a scoprire ed accettare ciò che siamo veramente: la nostra identità non le nostre identificazioni.
Questo ci fa star bene ed essere bene! Non ci può essere miglior bellezza della propria unicità. Senza autenticità, persistendo nell’attitudine di compiacere gli altri, la propria natura, la propria bellezza interiore si trasforma in disagio, ossia nel non star bene in casa propria, con se stessi.
Diviene malattia, del corpo o della mente, ma soprattutto dell’anima.

L’Eroe e il Buffone

“Quanto più capisci te stesso, tanto più capirai il mondo.” (P. Coelho)

Di tanto in tanto dobbiamo ritirarci dal mondo esterno. Dobbiamo sospendere la nostra rappresentazione sociale. Dobbiamo prendere una giusta distanza fra noi e il mondo. Dobbiamo guardarci in profondità dentro. Dobbiamo guardarci allo specchio e ritrovarci profondamente, con semplicità e senza menzogne. Dobbiamo essere comprensivi, empatici con noi stessi, ma nello stesso tempo rigorosi e spietati, non nascondendoci dietro mille scuse o giustificazioni infantili.
Siamo in presenza della sola persona che può conoscerci meglio, la più autenticamente interessata a noi. Dobbiamo essere NOI, quelli VERI, la PERSONA che siamo, non il PERSONAGGIO sociale. Dobbiamo saper ridere e piangere di noi, prenderci in giro per i nostri difetti, rimproverarci per le nostre debolezze.
Dobbiamo essere contenti della nostra intelligenza, della nostra ragione; ma essere capaci anche di dare spazio alla nostra sana follia, alle nostre emozioni e ai sentimenti, se vogliamo veramente andare oltre la nostra nostra facciata narcisistica e la nostra saccenza, per intravedere un filo di saggezza.
Seguendo Nietzsche, dobbiamo riscoprire l’eroe che abbiamo dentro, ma anche il buffone che si cela nella nostra identità. Dobbiamo ritrovare la curiosità di conoscerci per ciò che siamo veramente, con la gioia e la commozione di ridare pieno senso alla nostra esistenza.
Non una volta per tutte, ma giorno per giorno, attimo per attimo. Sempre.

Essere ciò che si è

“La tua forza è l’autenticità. Non sforzarti di essere ciò che non sei, ma lotta per rimanere ciò che sei… devi solo prendere coscienza di te stesso. Credici di più, prova ad avere un po’ di autostima. Non devi cercare un linguaggio nuovo, bensì imparare ad ascoltare quello che già possiedi. Difendi la tua spontaneità e nel frattempo otterrai anche la naturalezza che si acquisisce nel tempo con la fiducia in se stessi. Vivere è l’ arte di diventare quello che si è già” (F. Volo).

Essere ciò che si è, dunque. Autenticità non significa essere trasparenti ed esporre la nostra intimità a tutti, significa anzi cautelarla e riservarla alle sole relazioni più profonde, in cui siano presenti la reciprocità, la parità e la simmetria.
Significa comunque non ostentare ciò che non siamo, mostrare difensivamente ciò che non abbiamo, pensando solo che sia desiderabile agli occhi degli altri. Ricordiamoci quindi più spesso chi siamo veramente, quali sono i nostri pregi e valori (se ne abbiamo) e quali i nostri difetti (sicuramente tanti, ma in quanto nostri meritevoli di comprensione).
Quello che fanno tutti, quello che pensano di pensare, dicono di sapere o fanno per apparire, lasciamolo agli altri. È solo la scenografia e la sceneggiatura di un copione di dubbio genere (ora drammatico, ora tragico oppure francamente comico). Dura il tempo della rappresentazione e il prezzo non vale forse lo spettacolo.
Nella mia lunga analisi personale, ho imparato che il narcisismo “malato” può essere addomesticato in narcisismo sano (egoismo maturo, autostima, chiamiamolo come vogliamo…). Allora, al mattino, guardandomi allo specchio mi dico: “Vai. Sei grande!…”. La sera però, prima di andare a letto, mi riguardo bonariamente allo specchio e mi dico: “Ma va’ a dormire!…”
Non facendolo, l’eccitazione narcisistica potrebbe impedirmi di prendere sonno: il riposo “dei giusti e dei poveri in spirito”, quelli che sono nel mondo ma non sono di questo mondo, e che sono in pace con la propria coscienza.

La persona e la maschera

“Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti. C’è una maschera per la famiglia, una per la società, una per il lavoro. E quando stai solo, resti nessuno.” (L. Pirandello)

Maschera etimologicamente deriva dall’etrusco phersu, tradotto poi dai Romani come phersu-na, persona. Nell’antico teatro greco, la maschera veniva indossata per far risuonare (per-sonat, suonare attraverso) la voce nell’anfiteatro in cui si svolgeva lo spettacolo. Alla fine gli attori toglievano la maschera e svelavano la loro identità. Maschera e persona sono quindi indissolubilmente associati.
La maschera è la facciata che mettiamo in mostra per rappresentare il nostro “personaggio” sul palcoscenico sociale. È il falso Sé di cui ci serviamo per celare la nostra identità profonda. La maschera è la modalità di manifestarsi nelle relazioni sociali. Tutti portiamo una maschera, che può essere il ruolo, le attribuzioni sociali, le abitudini o le consuetudini relazionali. Entro certi limiti è normale e sana, perché serve a modulare la distanza emozionale nei rapporti con gli altri. È un confine fra noi e gli altri, utile quando non serve svelare del tutto la nostra intimità, come nelle comuni interazioni sociali.
La maschera è funzionale a tutelare i nostri aspetti più privati, che non è necessario rendere permeabili a tutti, ma riservarli per le sole relazioni più significative e più intime. La maschera che indossiamo come sano comportamento sociale dovrebbe servire in realtà a svelare chi siamo veramente, quando si creano le condizioni per mostrarci nella nostra autenticità; quelle in cui caliamo appunto la maschera e riveliamo il nostro vero volto, la nostra identità. In questo contesto, la qualità della relazione diventa il contenitore che consente di svelarsi reciprocamente all’altro.
Il contesto più appropriato per svelarci è quello di una relazione simmetrica e paritaria con gli altri, con chi in particolare è disposto a sua volta a togliere la propria maschera. Solo in una relazione paritaria possiamo lentamente scoprirci per quello che siamo: possiamo appunto far cadere la maschera.
Nelle relazioni intime, la maschera può dunque finalmente cadere e i due soggetti possono mostrarsi reciprocamente, nella loro autenticità. Diversamente la relazione non potrebbe neppure “prendere corpo”. La maschera serve perciò a modulare la giusta distanza emotiva dagli altri, e tutelare noi e gli altri da un eccessivo ed improprio coinvolgimento.
Avere consapevolezza della maschera è essenziale, perché possiamo indossarla e toglierla, congruentemente alla nostra posizione emotiva e al contesto in cui di volta in volta ci troviamo. Dietro la maschera deve comunque esserci sempre la Persona, con il suo vero volto e la sua vera identità, non una nuova maschera. La maggior parte della gente scambia la maschera con il volto vero, perde il contatto con il vero Sé che sta dietro. Confonde la rappresentazione di sé con il vivere realmente in piena autenticità.
Ci sono individui che indossano maschere di piombo, che non vengono quasi mai smesse. Queste persone scambiano l’apparire con l’essere. Si identificano più con la loro maschera che con il loro vero Sé, di cui hanno scarsa o nulla dimestichezza.

La facciata

“Ci sono individui composti unicamente di facciata, come case non finite per mancanza di quattrini.Hanno l’ingresso degno d’un gran palazzo, ma le stanze interne paragonabili a squallide capanne.” (B. Gracián)

La facciata è la maschera delle persone: utile e necessaria a tutti entro certi limiti per filtrare i normali rapporti sociali, sempre che ne siamo consapevoli. Il significato originario della parola “Persona” ci ricorda che l’identità di ogni individuo è sempre nascosta dietro una maschera. Se arriviamo a confondere la facciata con l’autenticità ci condanniamo perciò a credere di essere ciò che non siamo. La maschera cela dunque la nostra vera identità, ma non deve essere fraintesa con essa.
Troppi individui però vivono solo di facciata, ingabbiati nella loro stessa maschera. Anziché rappresentare un sano adattamento alla realtà sociale, la maschera diventa lo strumento di difesa cronica dal mondo: si incolla saldamente al volto e oscura permanentemente la persona. Un falso Sé occulta del tutto il vero Sé, lo soffoca perché serve a nascondere un senso interiore di essere insignificante, vuoto, senza valore.
Abbarbicati alla loro farsa, il loro impegno penoso, la loro ossessione è quella di vivere ostentando la facciata, impedendo accuratamente che qualcuno possa entrare nel retro, nella loro intimità, a scoprire la miseria nella quale si ostinano a vivere. La facciata, scambiata per il contenuto, riceve tutte le attenzioni per “ben figurare” agli occhi degli altri.
Essere ed apparire sono dunque cose diverse. La Persona vera è sempre al di là della maschera. È quando non abbiamo consapevolezza di averla, quando la indossiamo come uno scafandro, che diventa un problema. Quando non siamo più coscienti della maschera e non sappiamo più chi siamo veramente.E non sappiamo più distinguere l’essenza dall’apparenza, ciò che siamo dentro da ciò che rappresentiamo fuori.
“Ogni falsità è una maschera, e per quanto la maschera sia ben fatta, si arriva sempre, con un po’ di attenzione, a distinguerla dal volto” (A. Dumas).

L’ossessione dell’apparire è tipica del narcisismo di maniera del giorno d’oggi, caratterizzato dal bisogno compulsivo di riconoscimento, dell’approvazione sociale a tutti i costi. Forma senza consistenza. Apparenza priva di essenza. Pura finzione. Vuoto narcisismo. Ostentazione del nulla.
Il bambino nascosto dietro la maschera (la parte infantile della persona), insicuro ed impaurito, chiede di essere amato, ma il narciso che lo rappresenta (l’adulto che è diventato) lo espone incessantemente ad esibire presunte virtù e qualità, di cui non è minimamente dotato. Un continuo gioco al massacro esibizionistico, destinato a successi effimeri e continue cadute, perché non è fondato su scambi reali, caratterizzati da parità e reciprocità. Il narciso chiede egoisticamente per sé e non si preoccupa affatto di ricambiare i bisogni dell’altro.
Tolta la maschera, la Persona può mostrare il volto, il suo vero Sé. L’individuo diviene Persona quando non mente a se stesso, ha imparato ad accogliere luci ed ombre del proprio volto, della propria identità. Le Persone autentiche sono amorevolmente compassionevoli ma anche risolutamente spietate, con se stesse e con gli altri, quando è necessario a fin di bene. Tolgono la maschera e ci mettono la faccia. Sono individui che rinunciano all’anonimato, alla comoda identificazione con i modelli sociali.
Per diventare se stessi, realizzare il proprio Sé, bisogna andare oltre le multiformi identità parziali che assumiamo nel corso del nostro sviluppo. Dobbiamo avere il coraggio di perdere le sicurezze dei ruoli posticci che di volta in volta interpretiamo per imitazione e identificazione per adattarci alla realtà esterna, che ci danno l’illusione di essere qualcuno. Bisogna abbandonare le parti transitorie di noi stessi, per giungere alla nostra vera, integrità, aspirare ad affermare la propria identità, unica e irripetibile.
Parafrasando Pirandello, per diventare finalmente Se stessi (Uno), bisogna lasciare andare i Centomila personaggi che popolano la nostra scena, affrontando a pieno volto la nostra paura di non essere Nessuno.

Vero e falso Sé

“Dovete essere veri. Non fasulli. Presentatevi per ciò che siete. Trovate voi stessi, trovate ciò che siete, e mostratevi come siete“ (L. Buscaglia).

Nessuno può diventare ciò che non è. Non possiamo per lungo tempo assumere identità, ruoli che non ci appartengono. Quando le nostre emozioni, i sentimenti, i pensieri, le azioni e tutto quello che facciamo non sono allineati con la nostra vera natura, la nostra anima, paghiamo a duro prezzo la nostra non-autenticità, con disagio e sofferenza sul piano psicologico e su quello somatico. La salute mentale comincia con l’accettazione profonda di noi stessi, per ciò che realmente siamo. La cosa più eccezionale che possiamo fare è quella di essere semplicemente “normali”. L’impresa più grande è diventare se stessi: unici, irripetibili, imperfetti.
Una bella apparenza dura qualche decennio. Una bella persona dura tutta la vita.
Ma quand’è che siamo veramente noi stessi? Come facciamo ad essere certi di essere vicini alla nostra natura più autentica?
In psicoanalisi si distingue il vero Sé, intendendo la parte più profonda e autentica di se stessi, dal falso Sé, che rappresenta invece le parti che mettiamo in atto a difesa del vero Sé. Se non conosciamo le nostre parti più profonde ed intime di noi stessi, o le percepiamo come fragili o “malate”, finiamo con l’identificarci del tutto con la maschera, perdendo contatto con il nostro vero Sé.
Perché ciò non accada è cruciale costruire buone relazioni affettive. Empatia, accettazione e assenza di giudizio sono elementi essenziali di una buona relazione, che si costituisce come il contenitore facilitante per svelarsi reciprocamente l’uno con l’altro. Siamo autentici quando sentiamo un senso di interezza, di coerenza interna e di armonia fra i diversi livelli del nostro “essere”: il corpo, la mente, lo spirito.
“Non mi sono accadute che cose inaspettate. Molto avrebbe potuto essere diverso se io fossi stato diverso. Ma tutto è stato come doveva essere; perché tutto è avvenuto in quanto io sono come sono” (C.G. Jung).

L’individuo maturo, la Persona vera non ha bisogno di apparire, di ostentare le sue qualità. È consapevole dei suoi limiti e delle sue qualità, è interessato più ai contenuti che alla forma, ad essere più che apparire. Al massimo si aspetta di essere riconosciuto più per la sua consistenza che per una immagine falsa ed evanescente.
Diviene persino schivo ai richiami mondani, specie quando sono vacui ed effimeri, contatti impersonali senza relazioni, format omologati di socialità virtuale, come i rituali odierni privilegiano sempre più.
Le Persone vere non soffrono di solitudine perché sanno stare in compagnia di se stessi. Non galleggiano nel mare tranquillo del conformismo, si spostano anche con il vento contrario, perché andare controcorrente è il privilegio dei più coraggiosi.
Questa posizione mentale ci porta ad andare oltre la nostra realtà individuale, a superare l’isolamento in cui spesso ci sentiamo incapsulati e a sentirci in rapporto con gli altri e con il mondo. Trascendere l’individuale per immergersi nell’universale.
Essere Persona fra le Persone.

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Circa l'autore:

Dr. Roberto Calia Psicologo Psicoterapeuta Milano
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