Il Bene e il Male

Al di là del bene e del male

“Le persone piene d’amore vivono in un mondo pieno d’amore. Le persone ostili vivono in un mondo ostile. Ma il mondo è sempre lo stesso.”
(W.W. Dyer)

Quanta responsabilità ciascuno di noi ha nelle cose di questo mondo, guardando in specie questo periodo dove il Male sembra prevalere sul Bene?
A partire dall’alto, da chi detiene il potere e ha responsabilità politiche e sociali, fino all’ultimo di noi, nessuno escluso, tutti abbiamo la nostra parte di responsabilità su come va il mondo, ma ancora di più sulle prospettive di un realistico miglioramento.
Ognuno secondo le proprie possibilità, le proprie competenze, i propri impegni personali, familiari, sociali, può essere parte di un cambiamento.
Se individualmente con le nostre azioni concrete nel quotidiano agiamo per il Bene, a partire dalla nostra cerchia di influenza e relazioni, possiamo facilitare la creazione di un movimento circolare, che si fa progressivamente sempre più ampio, e che assume il potere di modificare la realtà circostante.

La tendenza prevalente è invece quella rinunciare a questo “potere”, di pensare di non contare abbastanza, attribuendo così la “colpa” e la responsabilità agli Altri, rifugiandosi difensivamente nella propria “zona di confort”, nel proprio orticello privato, nella propria ignavia.
Questo defilarsi, tutt’altro che affrancarci dalla nostra responsabilità, è di fatto una dichiarazione di resa ad ogni possibilità di un cambiamento che ci veda attori protagonisti della nostra esistenza e non generiche comparse della vita decisa dagli altri.

L’assenza

Durante una conferenza un professore dell’Università di Berlino lancia una sfida ai suoi alunni con la seguente domanda:
“Dio ha creato tutto quello che esiste?”
Uno studente diligentemente rispose: “Sì certo!”.
Il professore rispose: “Se Dio ha creato tutto, allora Dio ha creato il male, poiché il male esiste e, secondo il principio che afferma che noi siamo ciò che produciamo, allora Dio è il Male”.
Gli studenti ammutolirono a questa asserzione.Il professore, piuttosto compiaciuto con se stesso, si vantò che aveva provato per l’ennesima volta che la fede religiosa era un mito.

Un altro studente alzò la mano e disse: “Posso farle una domanda, professore?”.
“Naturalmente!” – replicò il professore.
Lo studente si alzò e disse: “Professore, il freddo esiste?”.
“Che razza di domanda è questa? Naturalmente, esiste! Hai mai avuto freddo?”.
Gli studenti sghignazzarono alla domanda dello studente.
Il giovane replicò: “Infatti signore, il freddo non esiste.
Secondo le leggi della fisica, ciò che noi consideriamo freddo è in realtà assenza di calore. Ogni corpo od oggetto può essere studiato solo quando possiede o trasmette energia ed il calore è proprio la manifestazione di un corpo quando ha o trasmette energia. Lo zero assoluto (-273 °C) è la totale assenza di calore; tutta la materia diventa inerte ed incapace di qualunque reazione a quella temperatura. Il freddo, quindi, non esiste. Noi abbiamo creato questa parola per descrivere come ci sentiamo, se non abbiamo calore”.

Lo studente continuò: “Professore, l’oscurità esiste?”.
Il professore rispose: “Naturalmente!”.
Lo studente replicò: “Ancora una volta signore, è in errore, anche l’oscurità non esiste. L’oscurità è in realtà assenza di luce. Noi possiamo studiare la luce, ma non l’oscurità. Infatti possiamo usare il prisma di Newton per scomporre la luce bianca in tanti colori e studiare le varie lunghezze d’onda di ciascun colore. Ma non possiamo misurare l’oscurità. Un semplice raggio di luce può entrare in una stanza buia ed illuminarla. Ma come possiamo sapere quanto buia è quella stanza? Noi misuriamo la quantità di luce presente. L’oscurità è un termine usato dall’uomo per descrivere ciò che accade quando la luce non è presente”.
Finalmente il giovane chiese al professore: “Signore, il male esiste?”.
A questo punto, titubante, il professore rispose, “Naturalmente, come ti ho già spiegato. Noi lo vediamo ogni giorno. È nella crudeltà che ogni giorno si manifesta tra gli uomini. Risiede nella moltitudine di crimini e di atti violenti che avvengono ovunque nel mondo. Queste manifestazioni non sono altro che male”.

Lo studente replicò: “Il male non esiste, signore, o almeno non esiste in quanto tale. Il male è semplicemente l’assenza di Dio. È proprio come l’oscurità o il freddo, è una parola che l’uomo ha creato per descrivere l’assenza di Dio. Dio non ha creato il male. Il male è il risultato di ciò che succede quando l’uomo non ha l’amore di Dio presente nel proprio cuore. È come il freddo che si manifesta quando non c’è calore o l’oscurità che arriva quando non c’è luce”.

Il giovane fu applaudito da tutti in piedi e il professore, scuotendo la testa, rimase in silenzio.
Il rettore dell’Università si diresse verso il giovane studente e gli domandò: “Qual è il tuo nome?”.
“Mi chiamo, Albert Einstein, signore!” – rispose il giovane studente.
Questa storia non ha conferme di veridicità storica. Ma, al di là delle nostre credenze personali, scientifiche, religiose o spirituali, è incontrovertibile la sostanza del ragionamento e il messaggio universale per un’umanità che ha smarrito il “senso”: il Male è assenza del Bene, e la sua gravità è direttamente proporzionale alla distanza dal Bene stesso.

Umano, troppo umano!

“Il Signore creò l’uomo dalla terra e ad essa di nuovo lo fece tornare. Egli assegnò loro giorni contati ed un tempo definito, dando loro potere su quanto essa contiene. … Discernimento, lingua, occhi, orecchi e cuore diede loro per pensare. Li riempì di scienza e d’intelligenza e mostrò loro sia il bene che il male. … e a ciascuno ordinò di prendersi cura del prossimo.” (dal Libro di Siracide)

Evidentemente qualcosa deve essere andato storto durante questa “distribuzione”, perché gli uomini hanno attinto a piene mani a questi doni, ma non evidentemente al discernimento fra il bene e il male. Così, nei secoli dei secoli, hanno abusato del “potere” del libero arbitrio e continuano a farlo, fino ai nostri giorni.

“… mentre si dichiaravano sapienti, gli uomini sono diventati stolti. Perciò Dio li ha abbandonati all’impurità secondo i desideri del loro cuore. … li ha abbandonati alla loro intelligenza depravata ed essi hanno commesso azioni indegne: sono colmi di ogni ingiustizia, di malvagità, di cupidigia, di malizia; pieni d’invidia, di omicidio, di lite, di frode, di malignità; diffamatori, maldicenti, nemici di Dio, arroganti, superbi, presuntuosi, ingegnosi del male, ribelli, insensati, sleali, senza cuore, senza misericordia. … E non solo commettono tali cose, ma anche approvano chi le fa.” (dalla prima lettera di S. Paolo ai Romani)

I credenti possono riconoscere uno spaccato della nostra realtà attuale in questa descrizione.
Ma anche i non credenti debbono ammettere perlomeno che gli “estensori” della Bibbia sono malgrado tutto dei raffinati sociologi ante tempo.

L’abbandono di Dio

Spesso ci si chiede, anche da parte di chi si professa cristiano, perché Dio permette tutto il male che vediamo intorno a noi.
Qualche volta, quando ci accade qualcosa che reca molto dolore, ci domandiamo perplessi: “Perché proprio a me?”. Come se noi personalmente, per chissà quale strano mistero, dovessimo essere esclusi dal male del mondo. Non è Dio a creare il male. Il male si manifesta per “assenza”.
Non esiste in sé, come non esiste il freddo o il buio. Sono tutte evenienze possibili per contrapposizione, sono mancanze. Il freddo è assenza di calore, il buio è assenza di luce, il male è assenza del bene. Calore, Luce, Amore sono gli elementi primordiali della Vita.

Dio dunque “permetterebbe” il male perché nel suo disegno naturale ha previsto per l’uomo il libero arbitrio. Il Male accade perché l’uomo si allontana “per libera scelta” dal Bene, dal senso originario dell’esistenza. Perde il contatto con il principio ordinatorio della Vita, che è presenza non assenza, che è pienezza, non vuoto. Si è distanziato da Dio.
“Il fatto che l’uomo sappia distinguere tra il bene e il male dimostra la sua superiorità intellettuale rispetto alle altre creature. Ma il fatto che possa compiere azioni malvagie dimostra la sua inferiorità morale rispetto a tutte le altre creature che non sono in grado di compierle.”(M. Twain)

Il “limite” di Dio è che non deroga da questo principio. Quindi non interviene sulle cose terrene, non ripara i danni concepiti dall’uomo per l’uso sconsiderato di tale potere.
Il “potere” della libertà su questo mondo è nelle mani degli uomini.

Stati della mente

“La mente è il proprio luogo, e di per sé può fare di un Inferno un Cielo, e di un Cielo un Inferno” (J. Milton)

Un giorno un samurai andò da un maestro spirituale e gli chiese: “Esiste l’inferno? Esiste il paradiso? Se esistono da dove si entra?”.
Il maestro gli chiese: “Chi sei tu?”.
Il guerriero rispose: “Sono un samurai. Sono un grande guerriero, anche l’imperatore mi rispetta”.
Il maestro rise e disse: “Tu, un samurai? Sembri un mendicante!”
L’uomo si sentì ferito nell’orgoglio e sfoderò la spada, con l’intenzione di uccidere il maestro. Il maestro rise di nuovo: “Questa è la porta dell’inferno. – disse – Con questa spada, con questa collera, con questo ego, si apre quella porta”.
Il samurai rinfoderò la spada e si calmò. Il maestro a questo punto gli disse:
“Questa è la porta del paradiso”.

Al di là del credo religioso, che concepisce l’inferno e il paradiso all’esterno di noi, in un luogo imprecisato, la nostra mente ha in sé metaforicamente sia il paradiso che l’inferno, perchè ha la capacità di farci provare sia l’uno che l’altro stato, sul piano delle emozioni, del pensiero e dell’equilibrio psicofisico.
L’inferno e il paradiso, il bene e il male sono insiti in noi. Entrambe le porte sono dentro ciascuno di noi. Quando ci comportiamo in modo impulsivo, senza consapevolezza, passando dall’istinto all’azione, senza alcuna elaborazione riflessiva, si apre la porta dell’inferno. Quando siamo presenti a noi stessi e agiamo consapevolmente, seguendo il processo che dalla pulsione, passa per il pensiero e conduce all’azione, ecco che si apre la porta del paradiso.
Dobbiamo aspirare ad essere “padroni” della nostra mente, non “schiavi” senza alcun potere sulla nostra vita.

La responsabilità del male

“Piante e bestie recano i segni della salvezza come l’uomo quelli della perdizione.
Questo è vero per ciascuno di noi, per l’intera specie, accecata e vinta dall’esplosione dell’Incurabile”.
(E. Cioran)

Non possiamo prendercela con la “cattiveria” di un Dio che permetterebbe le guerre, la violenza, la crudeltà, la sopraffazione dell’uomo sull’uomo o sugli animali e la natura.
Persino le religioni, che pur sono costruzioni terrene per facilitare il rapporto con Dio, sono diventate terreno di scontro ideologico e di violenza. Persino le preghiere assillanti di intervento rivolte a Dio sono spesso non affidamento, intenzione e ritorno a Dio, ma di fatto la conferma della nostra deresponsabilizzazione.
“Il primo castigo del colpevole è che non potrà mai essere assolto dal tribunale della sua coscienza” (Giovenale).

Tocca agli uomini, a noi e solo a noi, porre rimedio al male, cambiando il nostro modo di concepire la vita, trasfigurata dalla nostra “intelligenza depravata”.
Liberiamo il rapporto con Dio dalle zavorre secolari e dalle “beghe” mondane. Affranchiamolo dalle nostre esigenze riparatorie e recuperiamolo sul piano dello spirito.
“Se tutti pulissero davanti alla propria porta, il mondo intero sarebbe pulito” (Madre Teresa di Calcutta).

Il ritorno al giardino dell’Eden dipende da noi. Dobbiamo meritarcelo, non per “espiazione dei peccati” ma per adesione libera e consapevole alla Volontà originaria fondata sul Bene e sull’Amore.

Buona vita o vita alla buona?

“Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la vita per le pecore… Il mercenario vede il lupo, abbandona le pecore e fugge… perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me…” (Gv. 10,11-18)

Al di là del significato religioso, in chiave psicologica la parabola del “buon pastore” può darci lo spunto per una riflessione su quali siano gli elementi essenziali che caratterizzano ciò che è “buono”, da ciò che non lo è, dal punto di vista morale ed etico.
Una cosa è buona se “fa bene”, se procura benessere (e già questo tanto ovvio non è, considerato il disordine dilagante nei comportamenti e nei costumi contemporanei!).
La parabola fa intravedere quattro aspetti cruciali che dovrebbero essere presenti nel nostro agire quotidiano, qui su questa terra, non altrove, al di là dei propri valori o del credo spirituale.

– La CONSAPEVOLEZZA: per vivere e fare “bene”, a se stessi o agli altri, occorre prima di tutto conoscersi e conoscere gli altri, per orientare le nostre intenzioni e per finalizzare le nostre azioni e i nostri comportamenti. Molti si lamentano che la vita non gli dà molto, quando spesso non conoscono neanche i propri desideri più veri e profondi.

– La MOTIVAZIONE: bisogna avere un interesse vero per le persone e per le cose della vita (al mercenario “non importa delle pecore”, al buon pastore sì…). Senza un giusta determinazione ad andare verso ciò che desideriamo, verso ciò che vogliamo, si cade nel nichilismo e nel qualunquismo.

– La DISPONIBILITÀ: bisogna essere disponibili a mettersi in gioco, a rischiare, ad andare fino in fondo, alla dedizione, al donarsi totalmente alla vita (“il buon pastore dà la vita per le sue pecore”…).

– L’ ASCOLTO: la parola ascoltare deriva da ab audire, che si può tradurre anche come “obbedire”, essere al servizio…; è necessario quindi essere capaci di ascoltare e accettare i propri bisogni e quelli degli altri, che poi vuol dire avere rispetto, saper mantenere gli impegni presi e la parola, quella data e quella ricevuta.

Quanto irrita la nostra superbia, il nostro narcisismo onnipotente il solo sentire la parola pecora! E invece le “pecore” siamo noi e gli altri, senza distinzione alcuna, perché l’amore degli altri non può esserci senza l’amore di sé (“ama il prossimo come te stesso”).
E il “buon pastore” siamo sempre noi stessi, che siamo chiamati a condurre una vita finalizzata al bene, ad amare noi e gli altri indistintamente.
“Conosco solo una legge, quella dell’amore” (A. Camus).

Dare la vita non significa morire (quanto siamo ossessionati e spaventati dalla morte, come se potesse essere negoziabile!), significa invece donarsi alla vita: il problema dunque non è morire ma esser vivi mentre viviamo.
Il mondo materialistico odierno è più interessato ai “segni del potere”, alle manifestazioni di quella che Nietzsche chiamava “volontà di potenza”, piuttosto che al “potere dei segni”, più tipico del mondo spirituale.
E invece sono spesso i piccoli segni (una manifestazione affettiva, un’emozione, lo stupore di qualcosa d’imprevisto, ecc.) che ci riempiono di gioia, rispetto ai grandi eventi materiali che illusoriamente inseguiamo come se fossero il vero fine della vita.

Non pretendiamo certo di poter essere come Gesù (preso laicamente anche solo a riferimento come figura “umana” simbolica), ma una riflessione su ciò che la parabola ci richiama, può servire forse a darci qualche indicazione per cercare di vivere una “buona vita”, piuttosto che una “vita alla buona”.

Disabilità morale

“Nella parte di questo universo che noi conosciamo c’è grande ingiustizia e spesso il buono soffre e il cattivo prospera. E si fa fatica a dire quale delle due realtà sia più irritante.” (B. Russell)

L’assenza di cuore non si acquisisce alla nascita. Come una malattia irreversibile, il più delle volte si sviluppa in modo strisciante, man mano che ci si adatta ad una società spietata e “anomica”, una società caratterizzata da mancanza di riferimenti valoriali chiari, oppure da una discrepanza o contraddittorietà fra orientamenti morali presenti. Una società cioè dove alla fin fine si predica bene e si razzola male…
L’assenza di cuore, oltre a essere dannosa per se stessi, è soprattutto dannosa per gli altri.
Chi ne è portatore dovrebbe fare uno sforzo di consapevolezza, per rendere tollerabile, entro certi limiti, che la vita lo abbia fatto diventare così.
Anche se è più probabile che dobbiamo noi imparare a difenderci dai “diversamente buoni”, dai disabili morali, dagli stronzi in parole semplici!
In ogni caso, quello di fingersi buoni no: è una possibilità che non gli dobbiamo proprio concedere e perdonare.
“Se ci fosse nel mondo un numero più cospicuo di persone che desiderano la propria felicità più di quanto desiderino l’infelicità altrui, potremmo avere il paradiso nel giro di qualche anno” (B. Russell).

Limiti

”Oltrepassare le colonne di Ercole che demarcano il confine del proprio limite umano, significa presumere di divenire unico giudice del bene e del male, senza riferimento a nessun parametro, né etico né trascendente” (G. Amorth).

Il riferimento ai limiti naturali dell’umano dovrebbe rappresentare il confine ultimo dell’etica.
Questo confine è stato oggi ampiamente travalicato. Il senso di onnipotenza che si è impossessato della scienza e della volontà umana ha imboccato un sentiero stretto che può portare alla fine dell’umano, ad una condizione trans-umana.
E la responsabilità è tutta a nostro carico: inutile invocare presunti valori, principi trascendenti o opportunità in nome dell’umanità.
La domanda da porsi urgentemente è: siamo proprio sicuri di aver imboccato la strada giusta?

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Circa l'autore:

Dr. Roberto Calia Psicologo Psicoterapeuta Milano
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