Consapevolezza di sé, degli altri, del mondo

La conoscenza di sé

“In ognuno di noi c’è un altro essere che non conosciamo. Egli ci parla attraverso i sogni e ci fa sapere che vede le cose in modo ben diverso da ciò che crediamo di essere.”
(C.G. Jung)

La persona umana è come un diamante dalle mille sfaccettature, tutte racchiuse in un’unica, preziosa identità. La conoscenza di sé non è facile proprio perché la nostra identità è poliedrica, composta cioè da tante parti. Conoscere se stessi significa incontrare tutti questi aspetti, le proprie potenzialità. Significa entrare in contatto con l’intera gamma delle possibilità personali. E quindi con le nostre luci e le nostre ombre.
Quando ci avviciniamo a noi stessi, ci spaventa scoprire cose che non conoscevamo, ci disorienta il dover tenere insieme tante facce, alcune addirittura in contraddizione o non in armonia fra loro. Eppure è proprio la nostra “ignoranza” su queste parti essenziali di noi stessi, sulle dinamiche inconsce della nostra mente, che ci porta il disagio, lo star male e quel senso di vuoto e di incompletezza che è alla base di tutte le sofferenze mentali.
“Ciò che ci sta alle spalle e ciò che ci sta di fronte, sono ben poca cosa rispetto a ciò che è dentro di noi” (R.W. Emerson).
Quando ci rapportiamo con gli altri è funzionale mettere normalmente una maschera sociale, che può essere utile a modulare la relazione, secondo il più opportuno livello di confidenzialità. La maschera non deve però mai diventare uno scafandro da palombaro nel quale nascondiamo noi stessi, al punto da apparire falsi. Con noi stessi dobbiamo invece essere completamente nudi e sinceri.Sempre!
“Essere completamente onesti con se stessi, è un buon esercizio” (S. Freud).
Essere onesti con se stessi è fondamentale. Qualche volta può essere accettabile una mezza verità detta agli altri, a fin di bene, per cautelare noi stessi e proteggere la relazione. Ma con noi stessi dobbiamo essere autentici in assoluto. L’onestà verso noi stessi deve arrivare al limite della spietatezza, quando dobbiamo affrontare difficoltà o disagi importanti della nostra vita affettiva. Perché se non riusciamo ad essere onesti con noi stessi, difficilmente riusciremo ad esserlo con gli altri.

Guardarsi dentro è come porsi di fronte ad uno specchio, mettendo a nudo non il nostro corpo ma la nostra anima. Scrutandoci negli occhi, dobbiamo avere il coraggio di dirci tutto quello che non va, come ci sentiamo, cosa proviamo, cercando di dare voce al nostro mondo interiore. Parlarsi con franchezza e semplicità significa usare il linguaggio primario, che non conosce congiuntivi, condizionali o negazioni: solo soggetto (cioè noi), verbo, predicato. Se ci incartiamo in ragionamenti complicati, vuol dire che ci stiamo difendendo oppure non riusciamo a cogliere l’essenziale, il sentimento o l’emozione che sta dietro (o meglio, dentro, nel profondo di noi stessi).
Quello che ci blocca il più delle volte è la paura di trovare dentro di noi qualcosa che non siamo in grado di affrontare. Ma cosa ci può essere di tanto pericoloso dentro di noi? Nulla è così devastante da non poter essere affrontato, se è qualcosa che appartiene alla nostra realtà interiore. Qualunque cosa sia, se c’è, è bene imparare a conoscerla e a padroneggiarla. Nasconderci le cose, serve solo ad illuderci di poterle sfuggire.
È importante imparare a “nominare” ciò che sentiamo, sviscerarlo in modo semplice e diretto, senza tanti giri di parole. Non è necessario cercare a tutti i costi una spiegazione, che anzi il più delle volte è solo una razionalizzazione, un modo più o meno sbrigativo di “contarcela sù…”. Se lasciamo espimere le nostre emozioni, è possibile che da lì a poco potremo arrivare a comprendere il problema sottostante, il perché del nostro stato d’animo o del nostro comportamento.
Ed è qui che da spietati dobbiamo cambiare registro e con molta empatia e compassione (cum pathos), dobbiamo prenderci carico di noi stessi. Essere pronti ad accogliere la nostra stessa sofferenza.

Dobbiamo essere capaci di prenderci per mano, proteggere e rispettare le nostre emozioni, smettendo di lamentarci (altra difesa inutile e impotente, che tende a spostare la colpa su qualcun altro e ci rende dipendenti dalle soluzioni altrui). Ma soprattutto smettere di giudicarci, specialmente per quelle cose che di noi non ci piacciono: disprezzandole siamo forse in grado di migliorarle?
Dobbiamo essere capaci di fare a noi stessi quello che sappiamo fare con qualunque persona a cui vogliamo bene, ma spesso non con noi stessi. Non possiamo aspettarci di essere accettati ed amati dagli altri, se non siamo capaci di farlo noi per primi.
Solo accettandosi e amandosi possiamo aspirare a diventare la migliore versione di se stessi: non i migliori (che è una velleità narcisistica), ma solo avvicinarci a quel Sé ideale, quella prospettiva di miglioramento che è lì davanti ai nostri occhi, realisticamente alla nostra portata.
Essere sinceri con se stessi vuol dire abbandonare progressivamente l’illusione di essere chissà chi, probabilmente un’idea di noi stessi che ci deriva dalle pressioni e dalle aspettative inculcateci dagli altri. Un falso ideale di Sé che ci rende estranei a noi stessi, non autentici e non in pace con noi stessi.
Quindi, con amicizia e simpatia verso noi stessi, ci asciughiamo le lacrime (se è il caso…) e portiano nel mondo quello che siamo autenticamente, contando solo su noi stessi, sulla nostra solidarietà e complicità, senza aspettarsi che lo facciano gli altri. Facciamo per primi quello che vorremmo che gli altri facessero per noi. Doniamo agli altri noi per primi quello che ci piacerebbe ricevere per noi. Non aspettiamo che lo facciano loro! Capiremo così che siamo i soli a saperlo fare veramente e non superficialmente, cogliendo i nostri più intimi e profondi segreti.

Verso la consapevolezza

“La gente teme quello che ha dentro ma è l’unico posto in cui troverà quello che serve” (P. Neveu).

Senza una adeguata consapevolezza di noi stessi viviamo come separati in casa, stranieri in patria, alienati a noi stessi. Viviamo una vita che non ci appartiene del tutto.
Quando cerchiamo di negare ciò che non ci piace, combattendolo e reprimendolo, non facciamo altro che spingerlo in basso, dentro di noi stessi. Ciò a cui ci opponiamo non solo non scompare, ma persiste ostinatamente. E si ripresenta in mille modi, in molte altre forme, nonostante le nostre buone intenzioni.
Forse è più saggio che impariamo ad accettare quella cosa, ne prendiamo coscienza profondamente, la lasciamo affiorare per quello che è. Solo riconoscendola come “tua”, riuscirai ad esprimerla in sintonia con quel che sei autenticamente.
Consapevolezza è cercare di osservare e accettare le tue sensazioni e i tuoi stati emotivi, momento per momento. Prestando attenzione al nostro dialogo interno impariamo a conoscere la nostra verità.
“Chi guarda fuori sogna, chi guarda dentro si sveglia” (C.G. Jung).
Guardare non vuol dire vedere. Vediamo solo quello che siamo pronti a vedere, quando guardiamo senza oscuramenti e distorsioni. La realtà esterna (là fuori) è solo una rappresentazione di ciò che vediamo dentro. Gli occhi sono la porta dell’anima. Quando piangiamo è evidente che piange il nostro cuore: gli occhi esprimono i nostri sentimenti. Vediamo dunque quello che siamo disposti a sentire. La consapevolezza del presente permette l’esperienza dell’integrazione del Sé. Solo guardando il mondo con consapevolezza possiamo mettere in sintonia il guardare, il vedere e il sentire. La realtà esterna è finalmente connessa con il nostro mondo interno.

Non si tratta di giungere all’illuminazione (come vogliono certe mode new age, scimmiottando le strade luminose delle filosofie orientali o della fisica quantistica), ma di fare luce portando alla coscienza aspetti di noi stessi nascosti dentro il nostro mondo interiore. La consapevolezza di sé è imprescindibile per prendere in mano la nostra vita e dare pienezza al senso della nostra esistenza.
Non c’è mai da annoiarsi e soprattutto nulla da temere a ricercare se stessi: nulla può essere così spaventoso o contrario allo sviluppo della nostra natura o allo svolgersi del nostro scopo di vita, se è già dentro di noi! Si tratta in fondo di provare a ritrovare di noi stessi, quello che era già presente in noi e che in qualche modo conoscevamo-senza-saperlo.
La consapevolezza non è un traguardo prefissato che si raggiunge una volta per tutte. È un processo “terminabile e interminabile” (Freud). Più che un fine è un mezzo. Più che una meta è un lungo percorso che bisogna compiere, passo dopo passo, senza scorciatoie.
Ma non ci può essere presa di coscienza senza sofferenza. La via della consapevolezza è una strada frastagliata, piena di ostacoli, spesso interrotta. Per questo la maggior parte della gente fa di tutto, fino ai limiti dell’assurdo, per evitare di confrontarsi con se stessi e riconciliarsi con la propria mente.
Una volta intrapresa bisogna evitare di ritornare sui propri passi: la paura del “buio” nei meandri della nostra mente ci lusinga a fermarci, facendoci correre il rischio di illudersi di essere giunti alla fine.

“Cos’altro ho bisogno di capire di me stesso? i problemi sono solo fuori, non dentro di me…”, questa è la più tipica resistenza ad intraprendere e proseguire la strada della conoscenza di sé. Contemplando bene ciò che incontriamo lungo il cammino, e soffermandoci di volta in volta per il tempo necessario, non avremo il bisogno di voltarci indietro a rimpiangere quello che abbiamo appena attraversato.
“Andare sulla luna, non è poi così lontano. Il viaggio più lontano è quello all’interno di noi stessi” (A. Nin).
Sulla strada verso la consapevolezza s’incontrano sempre molto traffico, ingorghi o impedimenti. Bisogna attrezzarsi di pazienza e perseveranza, vincendo la tentazione di prendere scorciatoie, che possono poi dimostrarsi vicoli ciechi. Non bisogna perdere la speranza di arrivare alla meta.Il fiore della consapevolezza non si trova alla fine, ma lungo tutto il percorso; non è il traguardo, ma il viaggio stesso.
Il nostro equilibrio dipenderà proprio dalla capacità di “connettere” in modo dinamico e flessibile i diversi elementi della nostra mente, di integrarli e ricondurli ad unità.
Questa unità, composita e complessa (non più complicata se la nostra consapevolezza è matura) è la nostra Identità, quel che siamo realmente e non quel che “pensiamo” di essere o quel che “vorremmo” essere. Questa identità, unica ed irripetibile, cioè non identica a nessun altro, è la Persona, unità di corpo, mente, anima e spirito, mai compiutamente definita ed in eterno divenire.

Realtà soggettiva e realtà oggettiva

“Come l’argilla, l’energia delle infinite possibilità è plasmata dalla consapevolezza” (J. Dispenza)

Siamo abituati a pensare che esista una realtà “oggettiva”, esterna a noi, del tutto indipendente dalla nostra realtà “soggettiva”, cioè il prodotto della nostra mente (emozioni, sentimenti, pensieri, convinzioni, ecc.).
La scienza moderna è orientata a minimizzare questa dualità, dando un ruolo centrale alla coscienza, quale elemento fondamentale per la costruzione di qualunque realtà, così come i sensi umani la rappresentano. Non ci sarebbe quindi qualcosa “là”, fuori dalla nostra mente, che sia così indipendente ed ininfluenzato da ciò che c’è “qua”, dentro la nostra stessa mente. Il solo “osservare” la realtà (come, quando, perché, ecc.) influenza quello che la realtà ci rimanda.
Il corpo e la mente sono parti integranti nella rete della vita (quella biologica, fisica e spirituale), che a sua volta è parte integrante dell’Universo. Psiche e materia sono aspetti complementari della medesima realtà che si manifesta in un continuo (ed eterno) divenire.
I nostri desideri, le nostre intenzioni profonde sono quindi in grado di influenzare gli accadimenti della realtà, di determinarne i possibili cambiamenti. Prenderne coscienza è la nostra più grande possibilità. Una responsabilità che non dobbiamo delegare a nessuno. La consapevolezza è un’opportunità immensa: è forse il solo, ultimo, potere che ci è rimasto.

La consapevolezza (di sé stessi, degli altri, del mondo in cui viviamo) orienta tutto ciò che ci accade o, meglio, il modo con cui noi reagiamo a ciò che la realtà esterna ci propone, apparentemente senza alcun nostro diretto coinvolgimento.
Secondo la fisica quantistica, noi partecipiamo alla costruzione degli eventi in modo attivo. Non siamo semplici spettatori di una realtà del tutto esterna a noi, ma in qualche modo siamo co-costruttori e responsabili del decorso degli eventi stessi. La realtà, con le sue potenzialità, le sue dinamiche e le sue leggi, non è solo “là fuori”, ma anche dentro di noi: il macro-universo trova un suo corrispettivo nel nostro micro-mondo interno, fino alla più piccola particella di materia/energia/luce costitutiva del nostro essere (il Sé ontico).
“La nostra psiche è costituita in armonia con la struttura dell’universo, e ciò che accade nel macrocosmo accade egualmente negli infinitesimi e più soggettivi recessi dell’anima” (C.G. Jung).
Il macro (l’Universo nella sua complessità) è fatto di elementi, leggi e dinamiche specularmente presenti anche nel micro (l’infinitesima particella della materia fisica). Dentro e fuori, individuo e realtà non sono disgiungibili. Quello che avviene dentro di noi si ripercuote invariabilmente nell’Universo e viceversa. Dentro di noi è contenuto l’intero Universo nella sua essenza ultima.
Come in un acquario, tutto è collegato ed in interazione continua. Il destino personale non è individuale ma appartiene a tutti. Tutto è Uno. Dentro di noi è contenuto l’intero universo nella sua essenza ultima.
“La consapevolezza è la forma mentis della Persona, che permette di superare il conflitto fra natura e cultura, spirito e materia e soprattutto eliminare l’impotenza della ragione e della coscienza” (D. Lopez).
Essere consapevoli di ciò ci restituisce il significato più autentico del nostro “essere al mondo”, rivalorizzando il nostro potere e la nostra responsabilità su quello che non appare più come “destino” ineluttabile. Il libero arbitrio non quindi è un dono strano ed incomprensibile, ma il “codice” principale per decifrare quel destino e il suo senso. La strada per conoscere se stessi è rischiarata da questa luce.
Dimentica però la convinzione di riuscire a capire tutta la realtà che ti circonda. Se pensi di aver raggiunto il massimo della comprensione, è possibile che tu sia nella confusione più totale…
Si può iniziare a comprendere la complessità del Tutto, a partire dalle piccole cose della vita personale. Prima dentro di sé, poi fuori: emozioni, sentimenti, desideri, pensieri, relazioni, comportamenti, azioni, eventi. Se fai ordine nel piccolo, nel tuo mondo quotidiano, puoi vedere lentamente il grande, l’universo intero svelarti la sua semplicità.
Micro e macro sono tutt’uno: il piccolo contiene in sé tutti i misteri della vita.

Dentro e fuori

“Ciò che è fuori è anche dentro; e ciò che non è dentro non è da nessuna parte. Se uno non ha niente dentro, non troverà mai niente fuori. È inutile andare a cercare nel mondo quel che non si riesce a trovare dentro di sé” (T. Terzani)

Quello che cerchi, più o meno consapevolmente, è là dove è sempre stato. È dentro di te. Da sempre. Quello che muove il mondo esterno, dalle cose più piccole, alle cose più grandi che vanno oltre la nostra capacità di comprensione, è la stessa cosa di ciò che anima il mondo interno. Il micro (i pensieri, le emozioni, le sensazioni) e il macro (i fatti concreti, le cose reali, l’universo) sono animati dalle stesse leggi, dalle stesse dinamiche, dalle stesse energie.
“Se insegui il mondo, ti sfuggirà. Se sfuggi il mondo, ti inseguirà.”
È la paura che ti ha impedito di saperlo. Non c’è nulla, dentro e fuori, che sia così spaventoso da conoscere, se appartiene a noi, alla nostra natura. Occorre solo il coraggio di affrontarlo.
“Tutti ti dicono cosa fare e cosa è bene per te. Non vogliono che tu trovi le tue risposte. Vogliono che tu creda alle loro.”
– “Socrate, tu allora vuoi che creda alle tue?”
– “No. Io voglio che tu smetta di raccogliere informazioni dall’esterno e che inizi a cercarle dentro te stesso.”

Se siamo felici e contenti oppure all’opposto infelici e insoddisfatti, siamo abituati a pensare che siano le cose e le persone, ciò che accade “fuori” di noi a renderci tali. Non ci rendiamo conto che in realtà siamo noi che “permettiamo” che il “fuori” influenzi il “dentro”, ossia il modo con cui noi reagiamo alle persone, alle cose o agli eventi della nostra vita. È la nostra propensione ad accogliere il mondo esterno che ci fa provare sentimenti e stati mentali positivi o negativi.
Nessuno, nessuna cosa, nessuna evenienza può renderci felici o scontenti, se non siamo noi in qualche modo ad “autorizzarlo”. La felicità o l’infelicità non stanno “là fuori”! Ciò che non si ha “dentro” non può essere cercato “fuori” di noi. I vuoti, i “buchi” che abbiamo dentro, non possono essere riempiti da cose esterne, se non in modo apparente, transitorio.
Spesso ci illudiamo di trovare fuori, cercandolo nel mondo, un appagamento che può venire autenticamente solo da “dentro”, da qualcosa che noi stessi siamo in grado di suscitare, sentendo, pensando ed agendo di conseguenza. La soluzione è solo in noi stessi! Senza l’esperienza vissuta degli opposti, non ci può essere l’esperienza della totalità.
Riuscire a conciliare e fare convivere dentro di noi le parti opposte (conscio e inconscio, materiale e spirituale, luce e ombra) è più un’arte che una scelta razionale. Il difficile equilibrio degli opposti determina il livello di coesione del Sé. E di conseguenza il destino della relazione con gli altri.
“La fatica di vivere consiste nell’impresa disperata di contemperare mondo interiore ed esterno” (A. Morandotti).
Smettiamo dunque di cercare oggetti, danaro, rapporti, attività per placare la nostra sete di serenità. Non è “là fuori” che possiamo trovare pace. Smettiamo di usare, predare e poi pensare di salvare il mondo. Bisogna prima provare a salvare se stessi.
Un mondo di persone che sono in sintonia con il proprio mondo interiore, che sanno stare in piedi da sole, senza stampelle, senza eccessive dipendenze, senza continuare ad attribuire meriti o colpe agli altri, che si assumono sempre le proprie responsabilità, è già un mondo migliore. Da subito, senza aspettare che altri facciano per noi ciò che appartiene solo a noi fare.
Chi non vive con coraggio e fino in fondo il “pathos” dell’esistenza non è una Persona. Tutt’al più è un individuo.

L’invisibile

“Tutto il mondo è diviso in due parti, delle quali una è visibile e l’altra invisibile. Il visibile non è altro che il riflesso dell’invisibile” (Zohar)

L’essere umano è dunque parte di un tutto chiamato Universo. Religione e Scienza, Fede e Ragione, sempre più stanno andando verso una convergenza di visione, che appare in prospettiva come l’annullamento della dualità (materia/spirito, mente/corpo, massa/energia, visibile/invisibile).
“La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono. Per fede noi sappiamo che da cose non visibili ha preso origine quello che si vede” (Ebrei 11, 1-2).
Eppure nella attuale quotidianità della nostra vita prevale una decadenza culturale, morale, sociale, economica, che ci fa intravedere solo ciò che è tangibile, visibile agli occhi, fruibile opportunisticamente per un appagamento immediato dei nostri sensi. Siamo pesantemente zavorrati verso il basso, verso l’appiattimento dei desideri in pulsioni, l’abbrutimento del nostro agire sociale in comportamenti egoistici. Lo spazio è sempre più ridotto solo alla nostra “zona di confort”, il tempo è difensivamente solo l’immediatezza, che spezza in due la linea di continuità fra passato e futuro (anche se in ragione della prevalenza dell’angoscia, il presente non è mai compitamente vissuto).
Viviamo con l’assillo del “tutto e subito”, che impedisce di coltivare la speranza, la sospensione del desiderio come “frutto maturo da cogliere”, come realizzazione (letteralmente, rendere reale, cioè trasformazione in realtà), la sola che rende possibile l’appagamento condiviso delle aspettative affettive comuni a tutta l’umanità.
“Strano a dirsi il mondo luminoso è quello che noi non vediamo” (V. Hugo).
Tempi bui che hanno comunque un senso. Evidentemente quello che attraversiamo è un tempo necessario. In questa fase della nostra vita, ancora una volta l’Evoluzione vuole farci apprendere che tutti i cambiamenti che stanno avvenendo nel mondo potranno portare ad una vita futura migliore per tutti. Uno stravolgimento che ci riporterà alle fondamenta, alla base di ciò che conta veramente, ai nostri veri valori, negli affetti, nelle relazioni, nel lavoro, nella politica e nel mondo.

Quindi, non preoccupiamoci eccessivamente, siamo comunque grati di esserci e di partecipare a questa nuova svolta, non perdiamo la speranza. Se c’è qualcosa di cui dobbiamo fare esperienza, anche nella difficoltà, non possiamo declinare la nostra responsabilità, non possiamo ritrarci indietro dal dare il nostro meglio per facilitare questo passaggio. Questo è il tempo necessario, e non potrà che venirne solo del bene.
“Quando sarai pronto, sarà la Luce a trovarti” (R. Dahlke).

Individuo e Universo

“Un essere umano è parte di un intero chiamato Universo. Egli sperimenta i suoi pensieri e i suoi sentimenti come qualcosa di separato dal resto: una specie di illusione ottica della coscienza. Questa illusione è una specie di prigione. Il nostro compito deve essere quello di liberare noi stessi da questa prigione attraverso l’allargamento del nostro circolo di conoscenza e di comprensione, sino a includere tutte le creature viventi e l’interezza della natura nella sua bellezza.” (A. Einstein)

Queste intuizioni, confermate dal successivo sviluppo della fisica quantistica, rappresentano uno scenario interpretativo della realtà, straordinariamente distante dalle coordinate dello spazio-tempo, tipiche della fisica classica. È uno scenario, se non ancora un nuovo paradigma, di cui la scienza “ufficiale” non sembra voler prendere coscienza.
Certo le declinazioni neoromantiche o narrative della new age (che pur vorrebbero rifarsi a tali fondamenti) non hanno certo favorito l’affermazione di questa “nuova” (seppur avviata dai fisici “classici” come Einstein) visione della vita e della conoscenza umana. Ma è inevitabile che questa conoscenza, prima o poi, si affermi nella consapevolezza collettiva e allora potrà aprirsi finalmente una nuova era per l’umanità. Tempo al tempo, nell’eterno fluire dell’universo. E dunque: se tutto cambia nel nostro campo di coscienza, cambierà tutta la coscienza della Vita.

“Ogni volta che iniziamo a pensare di essere il centro dell’universo, l’universo si gira e dice con un’aria leggermente distratta: “Mi dispiace. Può ripetermi di nuovo il suo nome?” (M. Maron)
Di fronte all’immensità dell’universo e alla complessità della vita, ha veramente dell’incredibile la centralità che la maggior parte della gente attribuisce a se stessa nei confronti delle cose del mondo. Nella nostra galassia ci sono quattrocento miliardi di stelle, e nell’universo ci sono più di cento miliardi di galassie. Nel momento in cui la Scienza scopre l’esistenza di migliaia di pianeti che ruotano intorno a stelle diverse dal nostro Sole, la sola risposta individuale sembra essere quella di continuare a percepirsi come fossimo, ognuno di noi, il “centro” del creato.
Perché è così difficile per noi comuni mortali smettere di sentirsi l’ “ombelico del mondo”? La risposta più immediata è che la consapevolezza di questa nostra infinitesimale presenza nel macrocosmo suscita un’angoscia insostenibile. Come possiamo riuscire a convivere con la convinzione, immanente ed annichilente, di essere “polvere” e sostanzialmente insignificanti e impotenti?
Qualunque sia il senso del nostro “essere al mondo” (e un senso comunque c’è, anche se siamo in grado soltanto di sfiorarlo, ma non di coglierlo compiutamente) non possiamo rimuovere questa angoscia esistenziale primaria attraverso una massiccia negazione della nostra (presunta) nullità. Né tantomeno con una risposta, altrettanto illusoria, coltivando uno spropositato senso di Sé, che vorrebbe riempire per ipercompensazione il senso di vuoto opprimente.

“Polvere siamo e polvere torneremo”, non vuol dire, secondo le acquisizioni scientifiche più recenti, il nostro annullamento al di fuori dell’ambito ristretto della realtà materiale, alla quale ci aggrappiamo disperatamente proprio per dimenticare di essere “nulla”.
Dato che l’Essere È, secondo il principio di non contraddizione, non può mai diventare un “non-Essere”, cioè diventare Nulla (E. Severino). Ogni cosa, ogni pensiero, ogni attimo sono dunque eterni: non vengono dal nulla e non spariscono nel nulla. Il divenire temporale rappresenta l’apparire successivo degli eterni stati dell’Essere, così come i fotogrammi di una pellicola si susseguono sino a formare lo svolgimento completo di un film. Ciò significa che, quando un Essere esistente esce dal “cerchio dell’apparire”, non diviene un “nulla”, ma continua ad esistere, al di fuori dell’esperienza comune che chiamiamo “vita”.
Le cose continuano ad esistere anche quando scompaiono ovvero non si percepiscono più con i nostri sensi. Il divenire è come lo scorrere degli oggetti sulla superficie di uno specchio. Le cose, infatti, esistono prima di entrare nel campo visivo dello specchio e ovviamente continuano ad esistere anche dopo esserne uscite. La vita non si conclude dunque con la nostra morte fisica.
La nostra esistenza (che ora si esprime attraverso il nostro Sé nella coscienza che abbiamo di noi stessi, come corpo e come mente) è dunque universale ed eterna: materia, luce, energia sono gli elementi (senza spazio e senza tempo) in cui si svolge l’eterno divenire delle cose. La nostra coscienza (Sé ontico) preesiste al corpo fisico e permane, ritornando parte di una più ampia coscienza universale.
E qui le religioni e le scienze si incontrano, per poi dividersi di nuovo nella “narrazione” del senso e del significato di questo “eterno ritorno”.

Egocentrismo e umiltà

“Nella nostra galassia ci sono quattrocento miliardi di stelle, e nell’universo ci sono più di cento miliardi di galassie. Pensare di essere unici è assurdo” (M. Hack)

È come se non si avesse coscienza alcuna dell’abissale sproporzione che esiste fra la singolarità della nostra esistenza e l’immensità del creato.Non sto parlando evidentemente della capacità di fare della propria esistenza il baricentro per vivere e dare il proprio apporto alla vita, in pienezza e responsabilità. Tutt’altro.
Dico semplicemente che molte persone dimenticano di essere polvere infinitesimale in rapporto al Tutto. La terra non gira intorno al sole ma intorno a loro. Pensano, agiscono e si propongono come fossero l’ombelico del mondo! Vivono sostanzialmente in un egocentrismo e in una “presunzione” al limite del delirio narcisistico.
“Quando la scienza scoprirà il centro dell’universo, un sacco di persone saranno dispiaciute nello scoprire che non sono loro” (B. Baily).
Queste persone sono arroganti, autoreferenziali, scarsamente critiche. Poco dotate di ironia, non conoscono l’umiltà. L’umiltà viene confusa con il sentimento di inferiorità, mentre è semplicemente il giusto parametro per misurare il rispetto di sé, degli altri e delle cose del mondo.
L’umiltà non consiste infatti nel considerarsi inferiori agli altri, ma nel liberarsi della presunzione della propria importanza. È uno stato di semplicità naturale in armonia con la nostra vera natura che consente di godere della nostra presenza in tutte le circostanze della vita.

Essere umili viene frainteso come l’essere insignificante, senza valore: l’esatto contrario di ciò che ci chiede oggi una società fondata sull’ostentazione, sull’esaltazione, sulla grandiosità. Il narcisismo tipico della nostra cultura contemporanea non riesce a tollerare l’umiltà. Per il narcisista, l’umiltà rappresenta un’offesa alla sua altezzosa superbia. In un’epoca dove prevale la rappresentazione, la persona umile viene assimilata ad “essere un poveretto”, un individuo senza qualità e privo degli “attributi” necessari a primeggiare nell’agone sociale. L’ostentazione, mostrarsi pieni di sé, viene invece elogiata.
L’umiltà è invece l’attribuzione di base di una persona equilibrata che ha chiarezza sia dei propri limiti, sia delle proprie potenzialità. Umile non vuol dire affatto essere mediocre. L’umiltà è un modo di essere non di apparire.
L’umile è una persona “piena in sé”, che non ha bisogno di dare a vedere niente, non deve dimostrare ciò che non è. Sa riconoscere (e non li nega affatto) le abilità, i talenti e le qualità, in se stessa e negli altri. Quando si relaziona, si presenta per come realmente è. È in pace con se stessa. L’umiltà è propria della Persona vera, è la negazione dell’esibizionismo, è il gesto misurato, persino schivo dal pubblico riscontro, di chi ha piena consapevolezza delle finalità dei suoi pensieri e delle sue azioni.
La Persona non aspira alla grandezza, intesa come misura del Sé, conosce già il suo valore, non ha bisogno che qualcuno dia il voto a ciò che fa, non dipende dall’apprezzamento degli altri. Quando riceve riscontro delle sue virtù le riconosce ma non si esalta. Ringrazia senza falsa modestia e prova gratitudine verso la vita, per aver potuto far parte della sua evoluzione.
La vera umiltà è propria della Persona che ha raggiunto un giusto equilibrio e non ha bisogno di ostentare se stessa. Non ha bisogno di rappresentare una facciata posticcia, una scenografia di sé, un’immagine imbellettata di qualità e attributi che non gli sono propri. Con l’orgoglio narcisistico diventiamo fasulli, artificiali; l’umiltà ci riporta con i piedi per terra e ci restituisce più veri. L’umiltà autentica è la manifestazione sociale del rispetto vero verso tutti gli esseri umani, considerati come pari.

Mi riferisco evidentemente all’umiltà vera, non alla falsa umiltà degli ipocriti o dei pavidi, che nascondono i loro desideri grandiosi nelle loro gesta di apparente abnegazione, di “superiore” rinuncia e sacrificio.
La falsa umiltà è la maschera che indossano i “buonisti di facciata”, i fanatici della solidarietà, quelli che ammantano i gesti da “persone-per-bene”, continuando tranquillamente a mantenere la convinzione profonda della propria superiorità. Oppure quella degli intellettuali e degli ipocriti che fingono contrizione, dietro una facciata che nasconde un sentimento persistente di superbia e di disprezzo altrui. Questa umiltà è il risvolto nascosto del narcisismo, sempre avido di rispecchiamenti e di riconoscimenti sociali.
L’umiltà vera è l’antidoto del narcisismo, una presunta grandiosità che è solo il segno di un sottostante, penoso, sentimento di inferiorità.
“Maestro, quando si è certi di aver raggiunto l’umiltà?”
“Quando si smette di far questa domanda.”

Equilibrio

“Un giorno, da qualche parte, in qualche posto, inevitabilmente ti incontrerai con te stesso. E questa, solo questa, può essere la più felice o la più amara delle tue giornate.” (P. Neruda)

L’equilibrio della Persona è dato dall’armonia fra le diverse parti che la compongono (il corpo, la mente, l’anima e lo spirito). Ossia l’integrazione e l’armonia fra la dimensione visibile e quella invisibile, fra il conscio e l’inconscio, fra la mente e il corpo.
Per conquistare l’equilibrio, il nostro “baricentro esistenziale”, è dunque necessario mettersi in rapporto con la nostra parte profonda, nascosta, misconosciuta, ma pur sempre nostra, che è la vera sorgente da cui scorre la nostra energia vitale.
Perché o siamo è in grado di “dominare”, oppure veniamo “dominati” dalle stesse nostre forze “oscure”, dall’ombra di noi stessi, che anziché essere al nostro servizio, spesso può trasformarsi in sintomi o meccanismi ostili al nostro sviluppo.
“Chi mente a se stesso e presta ascolto alle proprie menzogne, arriva al punto di non distinguere più la verità, né in se stesso, né intorno a sé” (F. Dostoevskij).
Se prendiamo coscienza di ciò che siamo autenticamente – anche se non tutto di noi può essere coerente con l’idea (o meglio l’illusione), che ci siamo fatti di noi stessi – nulla ci può più far paura, perché tutto ciò che ci appartiene non ci potrà mai essere ostile, se lo riconosciamo e lo integriamo nel nostro modo di essere più vero e profondo.
Consapevolezza e accettazione di Sé sono i custodi del nostro equilibrio.

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Circa l'autore:

Dr. Roberto Calia Psicologo Psicoterapeuta Milano
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