Distacchi

Attaccamento e distacco

“Dovete rinunciare alla vita che avete per ottenere la vita che vi sta aspettando”
(J. Hillman)

Nella vita ogni possibilità di divenire passa necessariamente attraverso un cambiamento.
Cambiamento che quando è evoluzione, porta sempre ad una trasformazione, ad un passaggio di stato.
Cambiare comporta l’accettazione che qualcosa della situazione in cui siamo debba essere modificata.
“Se niente cambi, non cambia nulla.”
Eppure, anche quando stiamo male o siamo insoddisfatti non ci è facile cambiare.
Perché?
Cambiare, andare oltre, porta inevitabilmente con sé la rinuncia a qualche aspetto della nostra vita, presente o passata, ma soprattutto implica il distacco definitivo da qualcosa che non si attaglia più al tratto di vita che stiamo ora transitando: sogni, desideri, aspettative, rapporti, prospettive inattuali.
Spesso l’attaccamento smette di essere un legame, positivo e funzionale, e diventa un vincolo limitante.
“Distacco non significa che tu non devi possedere nulla. Significa che nulla dovrebbe possedere te.” (A. Talib)

Mentre per l’Occidente, l’attaccamento, affettivo o materiale, alle cose e alle persone, è considerato positivamente, dalla filosofia orientale l’attaccamento alle cose terrene è visto con disprezzo.
È auspicato il vuoto assoluto, il distacco che, nella estrema vetta, è rappresentato dal Nirvana.
Per noi occidentali, questo vuoto è identificato con la follia (schizofrenia), con la separazione dalla realtà (schizo significa, appunto, separato).
Tra queste due concezioni esiste una terza possibilità, che le comprende entrambe.
È quella di una superiore posizione mentale in cui l’individuo ha saputo affrontare il “senso” del vuoto e l’angoscia della “morte mentale”, rappresentati dall’allentamento dei legami con la realtà, Oltrepassando il rischio della perdita dell’identità e dell’annullamento di sé, può allora ritornare al mondo reale, alla relazione con gli “oggetti” (persone, cose, desideri, progettualità, ecc.), così come li conosciamo.
Continua però a mantenere una “giusto” investimento mentale verso gli oggetti, modulando il “pathos” (sentimento) e la distanza nelle relazioni.
Ha imparato a misurare il coinvolgimento (che arriva fino alla “fusione simbiotica” tipica dell’innamoramento) e il disinvolgimento (ossia il “ritiro schizoide” nel nucleo più profondo del Sé, dove è possibile accedere in piena consapevolezza a tutte le potenzialità generative del vero Sé). Ha finalmente sanato la frattura “verticale” fra il Sé infantile (non più vissuto come fragile e impaurito) e il Sé adulto (sentito non più come facciata, “maschera”,  non completamente autentico e perciò frammentato e precario). È ora un individuo più saldo e coeso, che ha “bonificato” il suo passato e può guardare in prospettiva il futuro con fiducia, avendo ritrovato la gioia del presente.

Questa posizione ideale (non idealizzata) è quella della Persona (D. Lopez). È una condizione emotivo-affettiva e relazionale che non si raggiunge una volta per tutte, ma va costantemente perseguita attraverso una equilibrata tensione relazionale fra il Sé, il suo mondo interno e il mondo esterno.
È evidente che si tratti di una prospettiva sempre in divenire a cui dovremmo guardare e verso cui tutti dovremmo tendere.

Divenire

“Esistere è cambiare; cambiare è maturare; maturare è continuare a creare se stessi senza fine.” (H. Bergson)

Il divenire è dunque una condizione in sé positiva, oltre che ineludibile. Eppure tutti abbiamo paura del cambiamento. Temiamo più il dover lasciare qualcosa, che l’abbracciare qualcos’altro.
Cambiare è vissuto come diventare “diversi” da ciò che siamo, perdere la propria identità, il proprio status.
In realtà il divenire altro non è che il mutamento della nostra forma, del modo in cui ci mostriamo nella nostra storia di vita. La sostanza (noi, il nostro Sé) è sempre la stessa, permane lungo tutto il nostro percorso dalla nascita alla morte.  E anche oltre.
Sta solo a noi dunque accettare o meno il cambiamento. Se lo accogliamo, possiamo sperare di orientarlo secondo i nostri desideri.
La differenza sta nella coscienza che abbiamo di questo processo, nella consapevolezza profonda con cui sostiamo nel presente e lo accompagniamo dinamicamente verso il futuro.
Qualunque gioia o dolore, qualunque conseguenza questo possa comportare.

Lasciare andare

“Lasciare andare non è imporre nuove catene, ma permettere alla libertà di ognuno di esprimersi.
Lasciar andare non è ancorarsi al passato, ma vivere pienamente un nuovo futuro.
Lasciar andare non è un atto egoistico, ma è il coraggio di scoprire il nuovo che si svela di fronte a noi.
Lasciar andare non è di domani, ma è di un oggi che aspetta di essere vissuto.
Lasciar andare libera, purifica, migliora. Lasciare andare è accogliere la gioia.” (S. Littleword)

La convinzione tutta occidentale, fatta propria anche dalla psicologia contemporanea, è che l’equilibrio mentale sia fondato sul “potenziamento” dell’Ego, sull’idea che rafforzando le difese psicologiche la nostra tenuta emotiva migliori.
Al contrario la psicologia orientale fa del principio del “lasciare andare” un elemento fondamentale per raggiungere la serenità e un maggior benessere psicofisico.
In questa prospettiva lasciare andare non significa disinteressarsi, ma smettere di credere di avere il potere di controllo della realtà; non significa fregarsene, ma affidarsi più all’esperienza che alle idee.
Anche secondo la mia esperienza questo orientamento oggi è più proficuo di esiti terapeutici e di crescita personale.

Secondo tale approccio la felicità non si raggiunge per “accumulo” di elementi esterni (beni, relazioni, potere, ecc.), o interni (più difese psicologiche), ma abbandonando progressivamente le nostre pretese di “controllo” su tutti gli aspetti della vita (la nostra e quella degli altri).
In ultima analisi dobbiamo rinunciare all’idea di perfezione che inconsapevolmente (e spesso ossessivamente) perseguiamo.
Tenere a tutti i costi è un’impresa “epica” quotidiana, inutile ed illusoria, che richiede fatica, rinunce e il ricorso a “puntelli”, più o meno adeguati (ad es. uso di farmaci, droghe, stimoli “tossici” che alla lunga, in un vortice involutivo, non portano che malesseri, disagio, sofferenza).
Mettendo insieme la saggezza dei due mondi, quello occidentale e quello orientale, possiamo prendere consapevolezza che lasciare andare significa accettare che le cose si muovano liberamente anche senza il nostro intervento, che seguano il loro corso, fintanto che la direzione degli eventi ritrovi la giusta direzione.

Se lasciamo andare, ci rendiamo mentalmente aperti per qualcos’altro.
Rinunciando alla nostra presunzione narcisistica, secondo la quale “lasciare andare” significa essere deboli e perdenti, possiamo consentirci di “mollare la presa”, sperimentando di fatto una maggiore libertà interiore ed una maggiore autenticità nel rapporto con noi stessi e con gli altri.
Dobbiamo rinunciare alla pretesa assurda di voler essere perfetti, capaci e sempre al massimo che ci porta a dover controllare tutto e a non lasciare mai andare nulla. Un’illusione che ci porta ad uno stato perenne di imminente “crisi di nervi” e che prima o poi paghiamo a caro prezzo con un inevitabile “crollo”.
Al di là di questa illusoria pretesa, lasciare andare è necessario proprio per non rischiare di “cadere in pezzi”, esauriti e stremati, che paradossalmente è proprio la paura che ci impedisce di farlo. Il problema vero da affrontare non è il controllo in sé, che è solo un sintomo, ma la nostra idea di perfezione.
Lasciare andare diviene cosi la capacità indispensabile per ritrovare uno stato mentale più sereno e più autenticamente aperto alla vita. Ci consente inoltre di prendere la giusta distanza delle cose per guardarle in prospettiva.

Il pathos della distanza

”La distanza a volte consente di sapere che cosa vale la pena tenere e che cosa vale la pena lasciare andare.” (L. Del Rey)

Uno dei segreti fondamentali della vita è saper mantenere la “giusta” distanza dalle cose e, soprattutto, dalle persone.
Ciò che è “giusto” ovviamente non è mai assoluto, non può valere per tutti: è sempre individuale e situazionale (vale cioè in un contesto specifico e personale).
La distanza si misura dal “pathos”, dal sentimento (di piacere, gioia o di disagio, sofferenza), che proviamo verso le cose e le persone. Il “sentire” (con le emozioni e non solo con i sensi) può aiutarci a capire la forza dei sentimenti messi in campo in una relazione.
La capacità di sentire quando avvicinarci (e quanto!), e quando invece è necessario ritrarci un po’ indietro per vedere l’altro come si dispone nei nostri confronti, è fondamentale. Il “pathos della distanza” consente di comprendere che cosa vale la pena tenere e che cosa deve essere lasciato andare. Imparare a modulare il pathos della distanza è una “competenza emotiva” cruciale in ogni relazione.
Non diamo dunque mai troppo a chi non è disposto a fare altrettanto, ma non sottraiamoci a donare per primi quando ci è richiesto.  Muoviamoci nei rapporti “a fasi alterne”, concedendo il tempo all’altro di camminare al nostro stesso livello. Se l’altro è troppo “distante”, vuol dire che è più disposto a prendere che a dare.

Se non lo facciamo, se non riusciamo a modulare la distanza emotiva, ci ritroveremo frustrati e delusi a chiederci come mai l’altro non ricambia le nostre attenzioni, la nostra dedizione, il nostro amore. Chi non cammina al nostro fianco (né davanti, né dietro!), evidentemente non è pronto ad un rapporto reciproco, simmetrico e paritario con noi.
Pazienza! Siamo avvertiti… Meglio capirlo subito, prima che sia troppo tardi, per entrambi.

Perfezione e controllo

“Ci sono momenti nella vita in cui l’unica alternativa possibile è perdere il controllo” (P. Coelho).

La tendenza a controllare maniacalmente la realtà è un meccanismo di difesa che serve illusoriamente a proteggerci dalla convinzione opposta sottostante di non riuscire a farcela, di essere fragili e di non riuscire a mantenere i nostri impegni.
Come una cattiva abitudine, è un automatismo inconscio che paradossalmente sfugge alla nostra coscienza e al nostro controllo.
I disturbi del sonno sono uno strascico notturno di questa modalità caratteriale.
“Che cos’è l’insonnia se non la maniaca ostinazione della nostra mente a fabbricare pensieri, ragionamenti, sillogismi e definizioni tutte sue, il suo rifiuto di abdicare di fronte alla divina incoscienza degli occhi chiusi o alla saggia follia dei sogni?” (M. Yourcenar)

A seconda dell’entità del disturbo, tutto può diventare oggetto di controllo, le cose che pensiamo, i nostri sentimenti, le nostre emozioni, le nostre relazioni, le nostre azioni.
Il meccanismo “mortifero” sottostante è: “siccome non mi fido, degli altri soprattutto ma forse neanche di me, ho paura che le cose vadano male, e allora devo stare attento, controllare tutto e in tutti i dettagli”…
Un lavorio logorante e soprattutto inefficace, perché è impossibile “tenere” tutto sotto controllo, non è in nostro potere.

Distacco e scelte

“Solo chi ha il coraggio di scrivere la parola fine, può trovare la forza per scrivere la parola inizio”. (Detto Zen)

Prima o poi arriva dunque il momento di lasciare. Il momento di rischiare.
Rinunciare a maestri, dottori, guru o profeti. Non aspettare più di essere pronti.
Non attendere ancora di essere più esperto, più preparato. Non lo saremo mai abbastanza!
“Se incontri per strada il Buddha, uccidilo”, recita un antico detto zen.
Che significa sostanzialmente che devi fare a meno di tutti, devi contare su te stesso.
Se rinunciamo a tentare di guidare le cose e quelle si allontanano da noi, lasciamole andare.
Molliamo la presa. Bisogna lasciare andare le cose, chiudendo quel che va chiuso.
Rapporti usurati, amori perduti, situazioni dolorose.  Porte e finestre aperte verso il passato, lasciano passare spifferi poco salutari.
“L’istante magico è quel momento in cui un sì o un no può cambiare tutta la nostra esistenza.” (P. Coelho)

Ogni decisione assunta, la scelta fatta nel presente, ha la potenzialità di cambiare il futuro, ma comporta l’accettazione del distacco e della perdita.
Per questo troppo spesso ci blocchiamo di fronte ad una scelta, lasciando poi ad altri di scegliere al posto nostro, di orientare per noi il nostro cammino.
Non facendo scelte (procrastinando in avanti), si ha l’illusione di non dover lasciare niente.
Per paura di perdere qualcosa, conservando la pretesa di poter tenere tutto, non decidiamo.
“Le decisioni devono essere prese con coraggio, distacco e talvolta con quella dose di follia che conduce il passo al di là dei propri limiti”. (P. Coelho)
Così di fatto, non scegliendo al momento opportuno, ci esponiamo a continue rinunce.
Inconsapevolmente abbiamo comunque scelto di far vincere la paura!

La paura delle decisioni

“L’incapacità di fare le proprie scelte genera un male di vivere.” (M. Levy)

Sembra scontato sul piano razionale, ma non lo è affatto dal punto di vista mentale: scegliere comporta dover abbandonare definitivamente l’illusione di poter avere tutto. Ogni cambiamento implica infatti la necessità di lasciarsi dietro qualcosa.
Ecco perché si fa fatica a prender decisioni.
Scegliere una strada comporta necessariamente di dover rinunciare alle altre alternative possibili.
Ad un bivio non puoi prendere contemporaneamente le due direzioni.
“Lungo i bivi della tua strada incontri le altre vite, conoscerle o non conoscerle, viverle a fondo o lasciarle perdere dipende soltanto dalla scelta che fai in un attimo.
Anche se non lo sai, tra proseguire dritto o deviare, spesso si gioca la tua esistenza e quella di chi ti sta vicino” (S. Tamaro).

Una certa dose di riflessione è necessaria per fare le scelte più opportune, in quella specifica occasione e in quel dato momento; un eccesso di ponderazione, il continuo rimuginio, diventano però limitanti, perché ci portano a rinviare, a procrastinare ogni decisione.
Il dubbio naturale si trasforma in blocco.
La guarigione dell’uomo dalla “trappola” dell’infelicità, che consiste paradossalmente nella ricerca compulsiva della felicità a tutti i costi, non può avvenire senza sofferenza, perché comporta comunque il lasciar andare qualcosa e dover affrontare qualche perdita: il distacco da persone, oggetti oppure da ciò che non si attaglia più con la nostra realtà e con le nostre aspettative.
Allo stesso modo, sul piano sociale nessun progresso umano è possibile senza un vero cambiamento, una discontinuità con il passato.

Ogni scelta, ogni conquista, che sia qualcosa di materiale oppure affettivo o relazionale, porta con sé inevitabilmente di fare i conti con la “separazione”. Anche quando si deve scegliere qualcosa di bello. Se scelgo quella cosa, devo necessariamente rinunciare ad altre cose, separarmi dall’idea di quelle cose, che sono alternative, o in contraddizione.
Di fronte ad una scelta diventiamo incerti, ci assalgono ansie e timori.
“Ai più importanti bivi della vita, non c’è segnaletica.” (Ernest Hemingway)
Rimaniamo così fermi, sospesi nel dubbio, sperando di non dover scegliere nulla, non separarsi da niente.
Non scegliere, a livello inconscio rappresenta la pretesa illusoria di non voler rinunciare a nulla.
Rimanendo nella convinzione inconscia di poter avere tutto (tipica della onnipotenza magica del bambino), si corre il rischio estremo di non avere niente.

Non è solo la paura del nuovo che ci blocca, ma il distacco dalle nostre certezze presenti; anche quando abbiamo una vita insoddisfacente, l’equilibrio precario che faticosamente teniamo in piedi, in quanto familiare e conosciuto, ci appare comunque più rassicurante.
L’idea di doversi separare e dire addio per sempre a qualche aspetto del nostro mondo interno o esterno ci suscita angoscia e turbamento, crea in noi resistenza.
“Sentimenti quali la delusione, la confusione, la rabbia, il risentimento, la gelosia e la paura, lungi dall’essere condizioni negative, ci mostrano con chiarezza ciò da cui non siamo ancora capaci di distaccarci” (P. Chodron)
Il “nuovo” può irrompere solo accettando il distacco dal “vecchio”.
È dunque la paura della perdita che ci impedisce di scegliere.
L’illusione di non perdere nulla, si paga di fatto con la rinuncia alle cose che desideriamo.

“In questo mondo ci sono tre tipi di persone: quelli che fanno succedere le cose, quelli che guardano le cose accadere e quelli che si chiedono che cosa è successo. Noi tutti abbiamo una scelta. Tu puoi decidere quale tipo di persona vuoi essere.” (M.K. Ash)
Evitando, procrastiniamo le decisioni per paura, il risultato è scontato in partenza.
Rimandando scelte e decisioni, non affrontando il distacco, in realtà ci condanniamo a privarci di una nuova opportunità. Una possibilità che possiamo cogliere solo qui ed ora.

Adesso

“La vita non è una gara ma un viaggio da assaporarsi in ogni suo passo lungo il percorso. Ieri è storia, domani è mistero e oggi è un dono: è perciò che lo chiamiamo Presente.” (B. Keane)

Il posto e l’ora giusti per agire, per fare qualcosa che riteniamo importante, per vivere e transitare la vita, per ricominciare sempre, per raddrizzare qualcosa che non va, per cambiare sono QUI ed ORA. Esattamente dove sei ADESSO, non altrove, non domani.
L’adesso è l’unico luogo, il solo tempo, in cui hai il potere di agire.
Nulla è mai perso per sempre, ma il tempo terreno non ritorna e scandisce inesorabilmente il suo passaggio. Procrastinare ancora, può significare perdere un’altra opportunità, forse l’ultima.
E quel che è peggio, servirà in ogni caso ad aumentare i tuoi rimpianti futuri.
Per fortuna spesso ci assale la nostalgia. La nostalgia è l’irrompere di un ricordo, di emozioni che ci creano dolore, sentimenti di perdita, rimpianto.
Ma il suo riemergere non è solo la mera rievocazione di emozioni ed esperienze passate.
La sua irruzione nel presente porta con sé anche tutta la potenzialità di rivivere quelle emozioni. È il segno di un ritrovato desiderio e della prospettiva di rinnovamento.
È l’occasione presente di transitare il passato verso il futuro.
Quando ti assale la nostalgia, non guardare indietro, non vuole semplicemente dire che ti manca qualcosa del passato.
La nostalgia ti ricorda che quel “qualcosa” è ancora vivo dentro di te, è ritornato e si ripropone per il futuro. È il segno di una nuova opportunità: un altro giro di giostra.

Valorizzando e vivendo appieno il presente, possiamo ripensare e fare esperienza del passato, e concepire il futuro come declinazione nel tempo delle nostre più vere e profonde aspirazioni. È l’occasione per rimettere ordine alle nostre priorità.
Ecco perché questa possibilità deve essere colta oggi, affrontando il rischio inevitabile.

Distacco e rischio

“Se dovessi darti un consiglio, ti direi: non lasciarti intimidire dalle opinioni altrui, poiché solo la mediocrità cerca conferme. Affronta i rischi e fa quello che desideri.” (P. Coelho)

Quello che accade nella nostra vita è il riflesso di quello che pensiamo, desideriamo, progettiamo e realizziamo (cioè rendiamo reale), seguendo le nostre più autentiche aspirazioni.
Se prevale la paura, otterremo esattamente tutto ciò che vi è connesso: angoscia, negatività, rinunce. Se non decidiamo di prendere in mano, di assumerci la responsabilità e il rischio di orientare il corso della nostra vita, saranno gli altri che decideranno al posto nostro.
La tua vita andrà secondo strade e scelte che non sono tue.
Ciò che paventava la paura, il rischio di fallire diventa reale: ha vinto la paura!
“La vita è un processo in cui si deve costantemente scegliere tra la sicurezza (per paura e per il bisogno di difendersi) e il rischio (per progredire e crescere). Scegli di crescere almeno dieci volte al giorno” (A. Maslow).

Il rischio peggiore della nostra esistenza terrena è proprio quello di “star fermi”, di lasciar trascorrere la vita, aspettando che succeda qualcosa.
Con molto ritardo e grandi rimpianti ci accorgeremo che, mentre aspettavamo qualcosa dalla vita, era la vita che aspettava qualcosa da noi…
L’esito drammatico è che la tua vita diventa residuale, non autenticamente vissuta, fondamentalmente sprecata.
Nient’altro che rimasugli di sogni, briciole di desideri, tanti doveri e qualche contentino qua e là…
“Quando si elimina il rischio dalla propria vita non resta molto” (S. Freud).
Scegliere significa dunque accettare di cambiare, se-pararci da noi stessi rimanendo fedeli alla nostra natura; significa lasciare andare, accettando di rischiare; distaccarsi dal vecchio per ricomporsi di nuovo.

Separazione

“Come porre termine, come chiudere: è su questo, e non certo su come iniziare o aprire qualcosa, che chi vive la vita liquido-moderna ha urgente bisogno di istruzioni” (Z. Bauman)

La parola separazione evoca sentimenti negativi, perché rimanda alle esperienze dolorose che necessariamente abbiamo vissuto, a partire dall’esperienza della nascita (il “trauma” primario).
L’angoscia di separazione, al cui estremo è legata la paura della morte, riverbera in noi ogni volta che siamo chiamati a lasciare qualcosa.
Al contrario dell’idea di privazione e di morte, in realtà non c’è vita senza separazione.
Dopo nove mesi di gestazione, il bambino deve staccarsi dalla madre per poter nascere alla vita.
Separarsi, lasciar dietro qualcosa (persone, luoghi, oggetti) è necessario per andare oltre.
Ci sono “unioni mortali” (pensiamo a quante coppie trascinano pesantemente la loro vita, in una stagnante mortificazione dei corpi e dello spirito) e ci sono “separazioni vitali”, cioè distacchi che sono necessari e fisiologici allo sviluppo personale e sociale (oltre la nascita, pensiamo all’adolescente che deve staccarsi dalla famiglia, oppure ai cambiamenti culturali ed organizzativi che devono affrontare le istituzioni per essere in grado di rispondere ai bisogni sempre nuovi del mondo).

Eppure oggi, nell’epoca della costante e perenne “connessione”, la resistenza al cambiamento, naturale entro certi limiti, si è fatta più forte.
Le insicurezze del presente e le incertezze del futuro rendono ancora più difficile accettare la necessità di affrontare il cambiamento, con gli inevitabili distacchi dalle cose non più utili o limitanti.
“Non aggrapparti a qualcuno che se ne va, altrimenti non sarà possibile incontrare chi sta per arrivare” (C.G. Jung)
Contrariamente a ciò che si fa comunemente, non bisogna cercare di trattenere a tutti i costi chi ha deciso di lasciarci.
Bisogna rinunciare a mortificanti suppliche o promesse di cambiamento, che indeboliscono ulteriormente il rapporto e non garantiscono affatto un esito favorevole.
Chi è sicuro dell’autenticità del suo amore, chi dei due ama di più, deve star fermo.
Pur nella sofferenza, deve riporre fiducia in se stesso e nella bontà dei suoi sentimenti.
Solo così si può mettere l’altro nella condizione di interrogarsi sul suo amore, lasciandogli la responsabilità della scelta, della rottura definitiva o dell’eventuale ritorno nella relazione.
Comunque finisca, il coraggio di questa superiore posizione mentale consente di non perdere di vista il vero pericolo, che non è solo la perdita dell’altro, ma soprattutto la perdita di se stessi.

“Il vero inferno è non amare più” (G. Bernanos)
Nelle separazioni affettive è diffusa l’incapacità di chiudere definitivamente i rapporti ormai finiti.
Con mille pretesti, giustificati anzi come auspicabili, i partner tengono contatti, si scambiamo segnali rassicuranti, mantengono inconsapevolmente sottili fili di un antico legame.
Ci si difende così illusoriamente dalla paura inconscia di affrontare il dolore del distacco definitivo, dando quasi per scontato che siamo incapaci di sopportarlo.
Non ci rendiamo conto che ogni “spiffero”, ogni finestra lasciata aperta su un legame ormai dissolto, si trasforma in un vincolo, una zavorra affettiva, una palla al piede che limita il nostro andare oltre, verso nuovi e più positivi legami.
Non puoi aprire un nuovo capitolo nella tua vita, se prima non chiudi quello precedente.
Bisogna quindi imparare a rompere con il passato, dopo averlo elaborato, tenendo ben a mente il saggio consiglio che, prima di tagliare i ponti, è necessario averli attraversati fino in fondo.
“Quando i ponti crollano, l’equilibrio torna in libertà” (F. Caramagna).
Si chiude una porta e si apre un portone, diceva la mia nonna!

La porta stretta

“Entrate per la porta stretta. Grande è la porta e spaziosa la via che conduce alla distruzione, e molti vi entrano. È piccola la porta e stretto il cammino che conduce alla vita e sono pochi quelli che la trovano.” (Gesù- Mt 7,13-14).

Gesù non dice che sia difficile entrare per la porta stretta, ma che pochi sono quelli che la trovano.
Abbagliati e frastornati da ciò che si mostra, non si rendono neanche conto che quella porta grande e appariscente è in realtà una bocca spalancata che divora e distrugge tutto quello che vi entra. Pochi scorgono la modesta porta che conduce alla pienezza della vita.
La difficoltà non sta nell’entrare attraverso la porta stretta, ma nel vederla, nel trovarla
Le scelte sbagliate che si compiono nella vita ci conducono a perdersi ed a smarrire la strada.
E anche quando trovassimo la porta non riusciremmo più ad entrarci perché è troppo tardi, è già chiusa!
Le porte larghe conducono alla disintegrazione. La porta stretta va verso la realizzazione di Sé come Persone.
Ossia: il percorso per una vita autentica è “stretto” perché è personale e deve essere ricercato con “cura” e attenzione.
Le strade facili che si spalancano oggi davanti a noi si dimostrano in realtà come scorciatoie illusorie per una felicità effimera, sotto l’insegna del “tutto e subito”.
Sesso, droga, denaro e potere sono i feticci ingannatori di una percorso facilitato, che ci porta inevitabilmente alla depersonalizzazione e alla derealizzazione: la distruzione di ogni speranza di salvezza.

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