Il dolore innocente

Lo sguardo duplice sulla disabilità

A Limbiate (Milano) c’è un istituto che ospita 138 persone con gravi disabilità psichiche. Il presidio Corberi è il residuo dell’istituzione manicomiale, del tutto superata dopo la Legge Basaglia.
Nonostante i grandi cambiamenti succedutisi nel sistema dei servizi sociosanitari regionali il Corberi è rimasto finora fuori dai processi di riforma e di rinnovamento.
L’ultima visita del Cardinale Tettamanzi, appuntamento divenuto ormai tradizione, ha assunto un particolare significato per il presente e per il futuro dell’istituto. Nella sua omelia ha detto: “Vi guardo con i miei occhi, ma chiedo al Signore di guardarvi con i Suoi occhi“…
Ha richiamato così lo sguardo duplice che si può posare sul dolore e la sofferenza umana.
Da un lato, la compassione che ogni uomo può porgere verso la sofferenza, come segno di condivisione e solidarietà.
Dall’altro, l’accettazione e la comprensione, originaria, incondizionata ed eterna, dello sguardo di Dio, che conosce e preesiste ad ogni condizione umana.
La prima consente ad ogni uomo di diventare “santo” nel suo protendersi verso l’altro sofferente, la seconda invece testimonia dell’amore incondizionato di Dio, a prescindere dalle condizioni umane, e dunque “santifica” la sofferenza e la redime.
L’esperienza vissuta ha richiamato che non basta la dedizione del momento, lo sguardo compassionevole ed empatico, che pur rappresentano la base del “servizio” quotidiano. Occorre di più essere portatori di una concezione, di un progetto che dal passato attraversa il presente e va verso il futuro.
La sofferenza del corpo e della mente, che soffoca l’anima dei malati, prima che la guarigione “sanitaria”, rivendica la liberazione del “pathos”, dell’anelito vitale e del senso originario dell’esistenza di ogni singolo malato, che attraverso la sua disabilità interpella la coscienza della comunità e delle istituzioni.
Il Corberi di domani, concepito oggi con tale visione, potrà cosi diventare una “cittadella delle fragilità”, un luogo pubblico, aperto e in contatto con i bisogni del territorio, segno tangibile dell’interesse della collettività, uno spazio-tempo in cui la sofferenza va oltre lo sguardo della “pietas” ed assurge a segno della solidarietà di una società fondata sul rapporto-fra-le-persone, dove ogni persona recupera il suo senso di “esistenza sacra”, al di là dei ruoli e delle condizioni (operatore-utente-famiglia).
In questa progettualità, anche il ruolo degli operatori viene finalmente “liberato” dal senso di frustrazione che occompagna la dedizione encomiabile, lo sforzo infaticabile, ancorato spesso alla mera sopravvivenza quotidiana, per divenire quello del “guaritore ferito” (Gadamer), che nell’incontro con la sofferenza dell’altro riconosce parte della sua sofferenza e se ne fa carico, segnando il passaggio definitivo dal “to cure” al “to care”.
Questa è la mia fiducia e la mia speranza.

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