Essere e Nulla

Oltre l’angoscia del vuoto

“Noi non siano esseri terreni chiamati a vivere un’esperienza spirituale.
Siamo esseri spirituali che stanno vivendo un’esperienza terrena.”
(P. Teilhard de Chardin)

La vita può essere pensata metaforicamente come una pianta che vive nel suo rizoma: la sua vera essenza è invisibile, nascosta nel rizoma stesso. Ciò che spunta dalla superficie della terra dura solo un’estate e poi appassisce: un’apparizione effimera.
L’incessante sorgere e decadere della vita dà l’impressione di una assoluta caducità. Ma, come un rizoma, la vita non sta solo in ciò che si manifesta, di cui facciamo esperienza, attraverso i sensi e l’elaborazione cosciente.
Apollonio diceva: “Nessuno muore se non in apparenza, così come nessuno nasce davvero, anche se sembra che entri in questo mondo. Quando la coscienza passa dallo spirito alla materia, diciamo che un’anima è nata; quando passa dalla materia allo spirito, diciamo che è morta.”
In realtà la nostra essenza non nasce e non viene mai distrutta. Oltre il fluire costante dell’apparenza, qualcosa vive e perdura in eterno.
La paura della morte fa parte del naturale istinto di sopravvivenza dell’uomo. Noi infatti pensiamo la morte così: dall’Essere diventiamo Nulla. E questo non può che atterrire chiunque.
Eppure i grandi saggi di tutte le tradizioni e di ogni epoca dicono esattamente l’opposto, descrivendo una dimensione eterna della vita, che esisteva già prima della nascita e che non finisce con la nostra morte.
È evidente che la dimensione del “dopo” la morte fisica è per noi “inconcepibile, secondo i nostri comuni riferimenti fisici, sensoriali, emozionali. Per noi la parte “senziente” è prevalente su tutto (anche se in realtà rappresenta soltanto una minima parte della nostra coscienza e del nostro funzionamento mentale).
Quando si parla di “altre” dimensioni si tratta di concepirle, intuitivamente e solo per approssimazione, al di fuori della logica spazio-tempo e della coscienza cognitiva. Per i più, solo questo “pensiero” provoca l’angoscia del vuoto!
La mente (con la psiche che ne è l’espressione individuale) è infatti condizionata dalla materialità. Per questo si ammala.
L’anima (espressione dello spirito) è libera, vede e sente oltre la percezione sensoriale che, attraverso vista, udito, gusto, tatto e olfatto, arriva al cervello (materia). Per questo non si ammala.
L’anima non si ammala mai, ma “soffre” quando la dimensione materiale prende il sopravvento e si disallinea rispetto alla dimensione immateriale, invisibile ai sensi ma altrettanto essenziale e tangibile (le cose più importanti della nostra esistenza sono invisibili: emozioni, affetti, sentimenti).
Questa distanza, la frattura fra spirito e materia, fra mente e corpo, è ciò che avvertiamo come disagio e sofferenza; e alla lunga fa ammalare il nostro corpo e la nostra mente.
È necessario allora liberare la mente dal condizionamento dei sensi e dall’attaccamento agli oggetti del mondo, che quando si fa eccessivo è il segno dell’angoscia primaria del vuoto: è la difesa psichica contro la “paura di essere niente”, che inevitabilmente accompagna l’evoluzione della nostra vita e soprattutto l’esperienza che ne facciamo: il cambiamento e l’eterno divenire delle cose sembra dire ai nostri sensi che tutto è destinato a “deperire” e “sparire”, apparentemente nel nulla.

La morte come annientamento

La morte concepita come annientamento è l’elemento fondante del pensiero occidentale, secondo il quale ogni cosa esistente viene dal Nulla ed è destinato a tornare nel Nulla. L’Occidente vede la morte come la fine della vita, e dunque la tratta come un accidente, un tabù, un argomento scomodo. Prima con i miti, poi con le religioni e, infine, con la Tecnica (che il capitalismo crede, illusoriamente, di controllare), l’Occidente ha cercato di offrire una risposta all’angoscia della morte, del venir meno delle cose, che prima si presentano e poi precipitano nel nulla.
Oggi è soprattutto la Scienza che combatte un’illusoria battaglia contro la morte, contro il diventare nulla degli esseri viventi. Fa coincidere la vita con la manifestazione del divenire delle cose, accetta come scientifico solo ciò che “oggettivamente” appare ed è tangibile. Contrappone pragmaticamente il bios con la phisis: la vita e la morte sarebbero agli antipodi, polarità contrapposte.
Al comprensibile timore per un passaggio che non conosce, vi contrappone l’ossessione dell’eterna giovinezza e la rincorsa esasperata a fermare ogni segno dell’evolversi delle cose, identificate sul corpo e sulla mente come disagio e malattia. Un assillo angosciante che finisce con l’essere più una lotta CONTRO la vita (intesa come eterno fluire degli essenti) e non PER la vita stessa (la cui essenza possiamo cogliere in ogni sua manifestazione, nel bene e nel male, nella salute e nella malattia).
La cultura occidentale non tiene affatto conto del principio di non contraddizione secondo cui “se una cosa è non può anche non essere” (E. Severino). In tal senso il Nulla è la negazione dell’Essere, e dove c’è il secondo non può mai palesarsi il primo.
Tutto ciò che è, nella sua essenza, perdura quindi immutabile ed eterno, al di là di ogni manifestazione apparente (ossia dell’esperienza che facciamo della caducità e della impermanenza delle cose).
Gli Esseri nella loro totalità tali rimangono anche dopo il ritirarsi dalla vista (quando cioè spariscono ai nostri sensi).
Innegabile è infatti la nostra esperienza della “morte dell’altro”, anche se in realtà quando noi vediamo il corpo di una persona che prima era in “vita”, non facciamo esperienza della morte, in quanto la “sua” morte è al di fuori della nostra possibilità di farne esperienza diretta e cosciente. La vista del cadavere non è dunque di per sé l’esperienza dell’annientamento dell’altro, perché quando si crede che le cose si annientino è necessario che si creda che non se ne possa più fare esperienza. È quindi impossibile che l’esperienza mostri a quale destino sono andate incontro le cose che da essa sono uscite.
Anche la materia, il corpo (in quanto esistente) non può mai diventare il suo opposto (cioè niente). Se mai, si trasforma, diviene altro, come manifestazione apparente del “divenire del medesimo”. Come spiega la fisica, la materia diventa luce, energia.
Per il principio secondo cui nessuna cosa può essere altro da ciò che è, ogni cosa è eterna, perché qualsiasi cambiamento la renderebbe diversa da ciò che è. Perché esso sia, ogni Ente (tutto ciò che esiste) implica la necessità che sia eterno.
“Il destino della verità è l’apparire dell’eternità di ogni essente; sì che il venire e l’andare degli essenti, la loro nascita e la loro morte, è il comparire e lo scomparire degli eterni. La loro eternità è la condizione del loro ritorno” (E. Severino).

La morte non esiste

La morte dunque non esiste, è solo la persuasione “dell’assentarsi dell’eterno”. Ma noi, attaccati alla materialità del mondo, non lo “sappiamo”. E di fronte alla possibilità del vuoto, proviamo un angoscia esistenziale intollerabile.
Ci ammaliamo, nel corpo e nella mente.
L’idea del nostro annientamento in una sorta di vuoto indefinito ci è inconcepibile e ci terrorizza. Il Nulla è la paura estrema dell’Uomo. La morte è temuta perché coinciderebbe con questo nulla, con un salto nel vuoto, senza ritorno.
Tutta la vita “terrena”, inconsapevolmente ma freneticamente, ruota intorno a questo tema, nel tentativo di contrastare questa angoscia esistenziale.
Così ci indaffariamo a riempirci di “tutto”. Più cose possediamo più ci illudiamo di allontanarci dal “niente”.
“Non sono niente. Non sarò mai niente. Non posso volere d’essere niente. A parte ciò, ho in me tutti i sogni del mondo” (F. Pessoa).
Tutte le sofferenze psicologiche sono riconducibili essenzialmente all’angoscia del vuoto, vissuto come annientamento di sé. Non è l’angoscia della morte fisica, ma soprattutto di quella mentale, che corrisponde alla morte del Sé e della propria Coscienza.
È come se, a livello inconscio, si preferisse la sofferenza psichica, che svolge una funzione difensiva e compensatoria a questa angoscia spaventosa, secondo il principio: “meglio essere malati che nulla!
All’opposto di questa difesa, la sanità mentale si può riconquistare imparando a superare questa convinzione nichilistica, facendo fronte all’angoscia piuttosto che negarla, a partire dal piano cosciente fino a raggiungere quello emotivo più profondo. L’idea che il nostro Sé possa perire e sparire nel Nulla lentamente diviene infondata, da nemica diventa alleata.
Il Nulla non esiste, perché la Vita intera (quella fisica e mentale) non viene dal nulla e non può ritornare nel nulla.
La vita è la manifestazione eterna dell’Essere, che si mostra (o non si mostra ai sensi) come il divenire dei diversi stati dell’Essere.
Pian piano comincia allora a far capolino nella nostra mente, a trasformarsi in comprensione profonda, finché appare come un’illuminazione liberatoria: “meglio nulla che malati!”

Sé e Persona

“È solo dal nulla che nasce la Persona” (D. Lopez)
Liberarsi dalle zavorre della sofferenza, significa allargare il respiro della nostra (limitata) esistenza terrena e materiale, seguendo lo sguardo eterno della nostra anima. Significa affrancarsi dalla materia per elevarsi verso lo spirito.
Il che non vuol dire necessariamente che siamo diventati credenti o che abbiamo abbracciato una religione. Se diventiamo tutti un po’ più “spiritosi” il mondo appare più “leggero”, perché si libera della pesantezza in cui siamo precipitati, con una concezione limitata ed erronea della vita. Possiamo così evolvere con maggiore facilità verso l’origine e il senso vero del nostro essere al mondo.
La costruzione di una identità psicologica salda e coesa passa necessariamente per questo punto nodale. Non possiamo continuamente riempirci di “pezzi”, identificazioni parziali, oggetti interni o esterni che ci rappresentano e ci rassicurano.
Il senso di “vuoto” che è alla base di ogni sofferenza mentale, non può essere riempito di “cose”, oggetti illusori carpiti dalla vita. Nulla “là fuori” può placare il “buco interiore”, la sete che sentiamo “qua dentro”!
Per essere autenticamente noi stessi, per vestirci della nostra vera natura, per accedere al nostro vero Sé, dobbiamo sbarazzarci di tutte le mille sfaccettature posticce in cui ci siamo mimetizzati, dobbiamo “svuotarci” delle nostre finzioni, delle maschere sociali, delle nostre difese e delle illusioni compensatorie.
Dobbiamo oltrepassare la paura del vuoto, correre il rischio di “sentirsi niente”, che è soltanto la percezione e non la realtà della nostra condizione (“mi sento vuoto”, non vuol dire esserlo!). Questo lavoro di “riordino” è essenziale per ritrovare il giusto equilibrio, il nostro baricentro.
Dobbiamo abbandonare il precario rivestimento del nostro falso Sé, indossare i nostri “panni”, per ritornare finalmente nella dimora del nostro vero Essere.

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Circa l'autore:

Dr. Roberto Calia Psicologo Psicoterapeuta Milano
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