La guarigione dalla dipendenza

Un’emergenza spirituale

Ogni forma di dipendenza è sostanzialmente un percorso sbagliato intrapreso nel cammino della nostra esistenza.

Alcolisti, tossici, giocatori patologici, succubi dal cibo, dal lavoro, dal sesso, dagli acquisti e persino dalle relazioni affettive, tutte queste forme di dipendenza hanno una comune origine, un medesimo filo che spesso porta all’autodistruzione.

Qual’è questa radice unica che accomuna tutte le dipendenze? E come è possibile salvarsi?

Quando i processi adattivi hanno determinato un blocco nello sviluppo individuale, la persona appare affetta da una grande inquietudine, da un bruciante desiderio di completezza, dal bisogno di dare una risposta al mistero della propria identità. Le persone affette da dipendenza compulsiva sfuggono ad un penoso sentimento di frammentazione, ad un vuoto interiore incolmabile, vissuto con un’angoscia somatizzata crescente, che sono del tutto incapaci di neutralizzare. Manca nella loro struttura di personalità la capacità di una adeguata gestione degli impulsi.

Questa è la radice esistenziale comune che porta le persone a cercare risposte sbagliate, ad imboccare un vicolo cieco che anziché dare risposte al proprio dolore, portare all’arricchimento e placare la “sete” di consapevolezza di sé, le conduce spesso all’annientamento e alla distruzione degli oggetti relazionali della propria esistenza.

Non sono le etichette, le diagnosi più frequenti (depressione, narcisismo, disturbo borderline, sindrome bipolare, attacchi di panico, ipocondria, personalità dipendente, ecc.), che vengono vergognosamente attaccate ai “pazienti” dai vari esperti di turno, quelle che interessano per ritrovare la via giusta (ciò che è giusto si misura semplicemente da ciò che fa star bene, che conduce alla serenità e all’equilibrio interiore).

Verso la guarigione

La dipendenza patologica nasce una vera e propria “emergenza spirituale” (che nulla a che vedere con le religioni!…), che – se riconosciuta! – può condurre finalmente, dopo anni di risposte sbagliate, di dolore e frustrazioni, a cercare di fare chiarezza , a riprendere il cammino interrotto, a ritrovare la “strada di casa”.

Per paura di conoscere chi siamo veramente, deviamo dal nostro destino, e questo ci lascia affamati in una carestia di cui siamo noi stessi gli artefici. Finiamo per vivere vite torpide, senza passione, sconnesse dallo scopo autentico della nostra anima. Ma quando si ha il coraggio di modellare la vita con l’essenza di ciò che si è, ci si accende, diventando realmente vivi. (D. Markova)

La “guarigione” che un lungo percorso di psicoterapia può aiutare a trovare, non è la liquidazione dei sintomi (non solo), ma soprattutto l’arricchimento della consapevolezza profonda di se stessi.

Il lavoro terapeutico mira a restituire alle persone il senso del loro “essere al mondo”, come soggetti unici, non omologabili, ma richiede in cambio il costo di rinunciare ai falsi privilegi di una risposta facile, immediata (che si rivela di fatto truffaldina e illusoria), accompagnata da un precario adattamento sociale, costruito spesso per confermare il proprio castello in aria.

Una psicoterapia riuscita traccia i sentieri attraverso cui riuscire a soddisfare autenticamente la sete interiore. Serve a far ritrovarare dentro di sé le qualità necessarie per una maturità psicologica e spirituale. Attraversa le sfide e i trabocchetti di cui è costellata la strada, come pure i complessi problemi dell’accettazione di sé e del perdono.

La guarigione è una via che conduce verso il Sè profondo, alla ricerca della totalità dell’Essere, ricollocando la persona all’interno di una dimensione quotidiana, che riconosce la presenza sacra nella sua esperienza terrena.

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