Guarire la vita

La vita come un film

Man mano che si svolge la vita, come un film, imprime la sua narrazione, la storia, i ricordi, i vissuti, gli affetti sulla pellicola della memoria.

Chi vuole guarire deve essere disposto a guardare il film della sua vita.
Deve ricercare con onestà e chiarezza tutti i “vuoti di amore” e cominciare a riempirli con le proprie mani.
Deve togliere gli scheletri dagli armadi e dargli finalmente sepoltura e lasciarli andare con Dio.
Deve prendere per mano quel bambino ferito che è dentro di lui e dargli tutto l’amore e la protezione che non ha ricevuto.

L’adulto deve fare pace con se stesso e gli altri e smettere di colpevolizzare o fare la vittima, smettere di giudicare, di ferire, di odiare se stesso e gli altri.
Deve smettere di ingabbiare la propria vita in un personaggio che fa o dice esattamente ciò che ci si aspetta da lui.

Guarire significa imparare ad amarsi, ad accettarsi e a rispettarsi.
Questo significa passare dalla rabbia narcisistica, determinata dalle ferite infantili, al narcisismo maturo, ossia a quel “sano egoismo” che inizia e finisce esattamente ai confini degli altri.
Solo un ritrovato amore di sé può diventare capace di esprimersi nell’amore dell’Altro, in una relazione fatta di reciprocità, parità e simmetria.

Conosco già le obiezioni.
E’ evidente che non è facile, ma ciò non vuol dire che non sia possibile.
Dire “ma è difficile!”, significa di fatto frapporre resistenza, prendere tempo e aspettare momenti migliori, che non arriveranno mai.

Non è necessario riuscirci in toto, non è richiesta nessuna perfezione.
Questo “modello” di amore maturo fra persone adulte e consapevoli deve porsi come meta ideale, come prospettiva di se stessi.

Devi però cominciare. Subito, senza procrastinare.
Ovunque tu sia e in qualunque condizione ora ti trovi.
Se non parti, non potrai mai arrivare da nessuna parte.

Psicoanalisi della vita

Entrare in analisi vuol dire portare questa pellicola e rivedere quel film.
Cosi mentre lo proietti, l’esperienza analitica s’imprime sulla stessa pellicola, creando una sovrapposizione di memorie, emozioni, immagini, relazioni.

Il lavoro analitico si snoda sulla comune comprensione di questa visione sovraesposta, permettendo di dipanare le ombre, i chiaroscuri, le dissonanze.
Questo lavoro di paziente disvelamento permette di guardare la propria vita, riuscendo finalmente a vederla.

Senza questa lucida ridefinizione, che avviene contemporaneamente sul piano emotivo e cognitivo, l’analisi non ha luogo.

Questo caratterizza le differenze sostanziali fra il lavoro psicoanalitico e le altre terapie supportive, finalizzate al rafforzamento di aspetti parziali della personalità del paziente.

(N.b. L’uso della metafora dell’analisi come pellicola sovraimpressa si deve a Ferdinando Camon, che l’ha descritta nel suo libro “La malattia chiamata uomo” – 1989)

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