Identità

Il coraggio di essere se stessi

“Se tu desiderassi soltanto ciò che desidera la tua anima, tutto sarebbe molto più semplice. Se ascoltassi la parte di te che è puro spirito, tutte le tue decisioni sarebbero facili, e porterebbero risultati gioiosi.” (N.D. Walsh)

Viviamo in un mondo che predilige gli individui (uguali, indifferenziati, consumatori, passivi) e non le Persone (uniche e irripetibili, responsabili, creative, protagoniste attive).
Diventare se stessi e rimanere fedeli a se stessi è l’impresa più difficile della vita.
Molti non sanno nemmeno cosa voglia dire essere se stessi, avendo un’idea di sé molto vaga, che si confonde con quello che gli altri pensano di noi o che vogliono che siamo, oppure con ciò che pensiamo di essere, “in teoria”, ma che poi di fatto non siamo.
“Ciò che conosciamo di noi è solo una parte di ciò che siamo a nostra insaputa” (L. Pirandello).
La funzione dell’educazione dovrebbe essere quella di aiutarci fin dall’infanzia a non imitare nessuno, ma a scoprire chi siamo, nella nostra natura più profonda e rafforzarci abbastanza per esserlo sempre e per restarlo, per mantenere viva la nostra identità.
Ma comprendere ciò che siamo, combattere per affermarlo, costruirci una identità stabile e flessibile insieme, e non sottometterla mai a nessuna costrizione, è cosa difficilissima da realizzare.
Che siamo brutti o belli, alti o bassi, forti o fragili, leader o gregari, sensibili o spietati, ognuno di noi nasce con un bagaglio ereditario e con un temperamento (che non va confuso con il carattere che è altra cosa e che si costruisce di fatto come la nostra personalità) che demarcano limiti e potenzialità.
Ognuno di noi ha anche i propri talenti, le proprie attitudini, i “doni” che ha ricevuto e che deve essere in grado di affinare e restituire alla vita.

L’uomo che non vuole appartenere alla massa, che vuole evolvere da individuo a persona, deve possedere carattere e personalità per non essere troppo accomodante verso le richieste del mondo esterno. Deve saper seguire l’istinto, l’intuito e la ragione, in una sintesi che lo allinea al suo scopo di vita.
È infatti relativamente facile vivere adattandosi e assecondando l’opinione comune, mantenendo per sé, nel proprio intimo, le proprie idee e convinzioni; ma è solo da grandi uomini rimanere fedeli a se stessi, conservando in mezzo agli altri la singolarità del proprio modo di essere.
La coscienza di sé, unita ad una consapevolezza matura, è in grado di guidarci verso questo obiettivo.
“Se guardate quello che siete realmente, e lo capite, allora nella comprensione stessa c’è la trasformazione” (J. Krishnamurti).
Una perenne aspirazione a rinnovarsi ci aiuterà a completare il percorso, utilizzando l’anelito universale a realizzare al meglio il proprio Sé, che è persistente, eterno e in costante divenire.
Essere ciò che siamo e diventare ciò che siamo “nati per essere” è il forse il fine ultimo della nostra esistenza terrena.
Il problema più tragico della vita non è MORIRE (la morte è connaturata alla vita stessa, al fluire costante del divenire), ma VIVERE.
Quello che fa della nostra esistenza una vita piena è come spendiamo quel tratto, lungo o breve, spesso o sottile, che ci è dato nell’intervallo fra la nascita e la morte.
“Si nasce non soltanto per morire, ma per camminare a lungo, con piedi che non conoscono dimora e vanno oltre ogni montagna” (A. Merini).
E allora è sicuramente meglio essere folle, ribelle e sognatore, piuttosto che piatto, codardo e rassegnato.
Se non vai incontro a ciò che desideri, ti tocca prendere ciò che i bisogni ti costringono a cercare per sopravvivere.

Dall’identificazione all’Identità

“L’individuo ha sempre dovuto lottare per non essere sopraffatto dalla tribù. Se lo fate, sarete spesso soli, ed a volte spaventati. Ma nessun prezzo è troppo alto da pagare per il privilegio di possedere se stessi” (F. Nietzsche).

Nel bene e nel male, la nostra identità è profondamente condizionata dagli altri.
Ereditiamo il DNA dai nostri genitori, subiamo i condizionamenti delle loro personalità, cresciamo permeati dalle influenze (più o meno felici) di ciò che ci circonda, nella famiglia, poi nella scuola, nella società.
Costruiamo progressivamente un’idea di noi stessi, acquisendo “pezzi” dalla nostre esperienze biologiche, psicologiche e sociali, dapprima imitando ciò che ci circonda, poi identificandosi con persone e aspetti significativi del nostro sviluppo.
Da adulti siamo irretiti in una sorta di “matrix” che determina ciò che chiamiamo la nostra identità.
“Ciò che conosciamo di noi stessi, non è che una parte, forse una piccolissima parte di quello che noi siamo. E tante cose, in certi momenti eccezionali, noi sorprendiamo in noi stessi, percezioni, ragionamenti, stati di coscienza che son veramente oltre i limiti relativi della nostra esistenza normale e cosciente” (L. Pirandello).
Ma chi siamo veramente? Sappiamo fino in fondo ciò che siamo diventati, abbiamo piena coscienza di noi stessi? Quale è la nostra essenza più autentica e profonda?
Spesso tu non sei quello che credi di essere. La realtà in cui hai vissuto ha inevitabilmente forgiato le tue scelte e le tue idee, rendendoti come gli altri o le esperienze hanno voluto che tu fossi.
La tua mente (non il tuo spirito) è stata plasmata dal pensiero collettivo, al punto di renderla cieca o meno ricettiva della tua vera natura. Hai fondato su abitudini e comportamenti obbligati la tua realtà, che ora rappresenta la tua “normalità”. Hai fatto di questo adattamento le mura entro cui ti senti protetto e sicuro, la tua “zona di confort”.
Secondo Fromm, “la maggior parte della gente non si rende nemmeno conto del proprio bisogno di conformismo. Vive nell’illusione di seguire le proprie idee ed inclinazioni, di essere individualista, di aver raggiunto da sé le proprie convinzioni. E si dà il fatto che le sue idee siano le stesse della maggioranza.”
L’idea che ti sei fatto di te stesso è stata condizionata dalle aspettative di ciò che gli altri vogliono che tu sia. Qualche volta finisci persino col non sopportare più parti di te che ti rendono estraneo a te stesso.
“Quasi tutte le persone sono altre persone. I loro pensieri sono le opinioni di qualcun altro, le loro passioni una citazione, le loro esistenze una parodia” (O. Wilde).
Se ora non ci sentiamo bene nei nostri panni, allora vuol dire che non siamo allineati alla nostra “vera” natura, siamo stati portati fuori strada.
Bisogna trovare la forza di uscire dai “binari” di una illusoria sicurezza, correndo il rischio di essere soli, impopolari e controcorrente.
“Fintanto che ti preoccupi di quello che gli altri pensano di te, appartieni a loro” (N.D. Walsh).
Non hai bisogno di nessuno che ti dica chi e cosa sei. Tu sei ciò che sei, non quello che gli altri decidono che tu sia.

La salute mentale, il senso di serenità e pace che caratterizza lo star bene con noi stessi, si può riconquistare con il coraggio di smantellare le mille sfaccettature che ci hanno aiutato a crescere ma che non sono completamente nostre.
Per diventare autenticamente se stessi, per costruire la nostra vera identità, dobbiamo abbandonare le posticce identificazioni del passato, legate ai modelli familiari e sociali.
Queste identificazioni parziali ora sono zavorre, scorie delle nostre antiche relazioni. L’identificazione non è già Identità!
Per diventare Persona bisogna “far fuori” (nel senso simbolico di espellere dalla nostra mente, rendersi autonomi) tante figure significative del nostro passato (e qualche volta anche del nostro presente), sciogliendo i nodi che ci vincolano a relazioni ormai spente e ci impediscono di essere noi stessi.

Per ritrovare te stesso, devi cessare di ascoltare le voci della società. Devi avere il coraggio di osservare ciò che vedi dentro, non fuori di te. Devi scrutare dentro di te e non aver paura di essere “diverso”.
Per essere sé stessi bisogna andare oltre le mille parziali identificazioni che abbiamo dovuto necessariamente fare nostre per costruire uno “straccio” di identità.
Bisogna liquidare per sempre tutti questi personaggi che popolano la nostra mente e condizionano la nostra vita.
Solo oltre queste identificazioni frammentate può avvenire la nostra individuazione, ossia diventare se stessi, trovare la propria identità, unica e irripetibile. Unicità che non significa affatto perfezione, ma autenticità e senso di coerenza interna.
Questa singolarità è la Persona, una Identità vecchia e nuova nello stesso tempo, perché profondamente “familiare” e coerente lungo la linea del tempo, capace di ricongiungere il nostro passato nel presente, proiettandolo di slancio verso il futuro.
Se l’individuo è la dimensione quantitativa dell’essere umano, la Persona ne è la sua realizzazione qualitativa.
Per diventare Persone bisogna abbandonare la via comoda, precostituita e conforme del modello sociale. Bisogna andare oltre i frammenti identificatori che ci sono stati proposti nelle nostre relazioni infantili e dalle pressioni culturali prevalenti.
Le molteplici sfaccettature che costituiscono una personalità matura devono trovare una ricomposizione unitaria, costruendo un senso di Sé saldo, coeso e coerente.
Il rischio opposto, subìto non come scelta, è il disagio ed un senso perenne di irrealizzazione.

Per trovare la propria identità personale bisogna quindi vincere le paure e “rischiare”, abbandonando ogni consolatorio riferimento infantile.
Tutte le malattie psicologiche sono essenzialmente una difesa dall’angoscia del vuoto, una fuga dalla morte mentale, dalla perdita della coscienza di sé e del proprio annientamento.
E come se la nostra mente si aggrappasse difensivamente al principio: “meglio essere malati che nulla”. Un superiore equilibrio mentale può conquistarsi quando finalmente si accetta di correre il rischio della propria unicità, secondo il principio: “meglio nulla che malati”.
È solo affrontando il senso del vuoto, passando dalla rinuncia alle mille maschere identificatorie che rappresentano il nostro falso Sé, che nasce la Persona.
L’individuo si stacca dalla moltitudine uniforme delle “formichine” sociali e diventa Persona, con la sua specificità e distinzione. Non si confonde più con la massa.
Parafrasando Pirandello, per diventare Uno (se stessi, vestire la propria Identità), bisogna rinunciare alle Centomila identificazioni posticce e precarie che incontriamo durante il nostro sviluppo, oltrepassando il rischio ultimo di essere Nessuno, di non avere cioè una propria identità. È l’impresa titanica della realizzazione di sé.
Per riuscirci occorre affrontare i fantasmi dei nostri “oggetti” interni, che come tarli corrodono la nostra mente. Per questo molti rinunciano, accettando la via più comoda del conformismo sociale.
Ed è per questo che, nonostante tutte le conoscenze e le opportunità che oggi la vita ci offre, al mondo ci sono sempre più Individui e sempre meno Persone.
“Rimanere se stessi in un mondo che giorno e notte si adopera per trasformare ciascuno di noi in un essere qualsiasi vuol dire combattere la battaglia più dura della vita” (R. Battaglia).

Vero e falso Sé

“È nel momento in cui mi accetto così come sono che io divento capace di cambiare” (C. Rogers).

Il problema più importante che abbiamo è in genere quello che meno prendiamo in considerazione: il rapporto con noi stessi.
Come abbiamo visto, la nostra identità (o, meglio, quello che pensiamo di essere) è plasmata in genere su un modello di noi stessi, costruito da pezzi del nostro passato e delle influenze, normative, educative sociali, culturali che abbiamo assorbito.
Un modello che il più delle volte è diventato un “calco” troppo distante da ciò che siamo realmente, dalla nostra natura, dalla nostra essenza, dal nostro vero Sé.
Così siamo sovrastati da una sorta di feticcio idealizzato, il “poster” di un personaggio con caratteristiche fisiche e psicologiche, che rappresentano quello che vorremmo essere, il nostro ideale di Sé (che è diverso dal Sé ideale che dovrebbe rappresentare invece la prospettiva migliore ma realistica di noi stessi).
Il rapporto con questo modello (il più delle volte del tutto inconsapevole) è sempre valutativo e giudicante. Un giudizio quasi sempre a nostro sfavore e anche quando ci sentiamo in sintonia, è sempre in prospettiva di un traguardo più alto che “dobbiamo” ancora conquistare.
Più che il nostro “essere”, questo modello diventa il nostro “dover essere”.
In sostanza, di fronte a questa “gigantografia” di noi stessi, che invece noi consideriamo essere il nostro standard, siamo sempre piccoli, inadeguati, insufficienti e imperfetti.
Ci esponiamo così incessantemente ad un giudizio che non ammette repliche o possibilità di derogare. Un perenne esame di riparazione.
Dobbiamo continuamente rincorrerlo, senza poterlo mai raggiungere. Questo modello diventa il nostro “giudice interiore”, rischiando di farci seguire strade che non sono autenticamente “nostre”, vivendo uno stato di perenne frustrazione.
Quella solitudine, quel senso di vuoto che spesso senti, e tenti di nascondere, ti segue ovunque tu vada. Inutile cercare di sfuggire, cercando luoghi, persone, impegni che ti riempiano il “buco” che senti dentro, il “gap” fra ciò che sei e ciò che pensi di dover essere.
Tutto nasce proprio da lì: da un falso Se’, che ostentiamo come maschera che tenta di emulare ciò che vorremmo essere e che in realtà nasconde la nostra autentica essenza: il nostro vero Sé percepito però come fragile, insufficiente, inadeguato e perdente.
La sofferenza profonda è data dalla distanza da ciò che siamo realmente e può essere superata soltanto ritornando “allineati, in sintonia con le nostre più autentiche e profonde vocazioni personali.
Dobbiamo recuperare consapevolmente un’immagine prospettica di noi che ci sia “amica” e che ci sprona ad essere migliori. Non più quello che ci piacerebbe essere (ideale di Sé ), ma ciò che ci appartiene potenzialmente (Sé ideale) ossia la migliore versione di noi stessi: non il migliore in assoluto, che non esiste affatto ed è solo un’illusione mortificante.
“La cosa che è veramente difficile, e anche davvero incredibile, è rinunciare ad essere perfetti ed iniziare il lavoro di diventare se stessi”
Solo una immagine egosintonica di noi stessi ci può dare energia, forza e motivazione, facendoci sentire autentici, in un continuo, dinamico e motivante miglioramento di noi stessi, che è contemporaneamente aderente alla nostra identità, in un rapporto realistico ed arricchente con il mondo esterno.

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Circa l'autore:

Dr. Roberto Calia Psicologo Psicoterapeuta Milano
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