Il filo nascosto

Una breve recensione

“Il filo nascosto” è un film uscito in Italia nel 2018, di genere drammatico e sentimentale, diretto da Paul Thomas Anderson, con Daniel Day-Lewis, Vicky Krieps e Lesley Manville.
Durata 130 minuti.
Ambientato nella Londra degli anni 50, vede protagonisti il celebre stilista Reynolds Woodcock e sua sorella Cyril, al centro del mondo della moda britannica, che vestono la nobiltà, le star del cinema, esponenti dell’alta società, con lo stile distintivo della House of Woodcock.
Le donne entrano e escono dalla vita di Woodcock, regalandogli ispirazione e compagnia, finché non incontra una donna giovane e di carattere, Alma, capace di cambiare profondamente la routine della vita del rigido stilista creativo.

I “fili nascosti” che emergono man mano dalla scenografia e dalla narrazione sono tanti.
I tre protagonisti principali sono “abitati” (a proposito di sartoria) dalle loro caratteristiche di personalità, complesse, speculari e perturbanti.
Il tema dominante è senza dubbio il narcisismo patologico che anima entrambi i protagonisti, maschile e femminile, sia pure con modalità e manifestazioni differenti ma complementari.
Il narcisismo patologico conferma ciò che i clinici conoscono a tempo, ossia le multiformi dinamiche con cui si “traveste” nell’esistenza delle persone.
Non è il narcisismo nella sua concezione comune, ossia nell’apparente ipertrofia di sé del “pavone” di turno che mostra la sua coda: il narcisismo malato non è “pieno di sé”, ma è piuttosto “vuoto in sé”, ossia carente di una salda coesione del senso di sé. È piuttosto iponarcisismo, insufficienza di identità e di equilibrio.
Nel film si manifesta inoltre una subdola e misconosciuta dinamica fra narcisismo e masochismo, che di fatto sono spesso i “gemelli siamesi” nei disturbi narcisistici di personalità.

Come un film che si rispetti, “Il filo nascosto” è capace di far riflettere in profondità, sorprendendo lo spettatore e conducendolo a provare forti ed inattese emozioni.
Il mio invito è quello di rintracciare il filo comune delle personalità in gioco, magari interrogandosi e mettendosi in gioco in prima persona, lasciando risuonare singolarmente le dinamiche identificatorie che il film inevitabilmente innesca.
Buona visione.

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