Invidia

Invidia malattia sociale

“L’invidia è il tormento dell’impotenza.”
(S. Natoli)

L’invidia è un brutto sentimento. È forse la peggiore malattia sociale, al pari dell’ignoranza e dell’arroganza (che il più delle volte sono associate). L’invidia è come una epidemia virale: strisciante, pervasiva, malefica. È difficile non venirne contagiati. Non solo fa vivere male, ma non ha alcuna utilità per migliorare la nostra condizione di vita.
L’invidia è quel sentimento che proviamo quando qualcuno ottiene successo e ammirazione dagli altri. Ci rodiamo dentro con l’impressione di una profonda ingiustizia.
Siamo convinti che non lo merita, facciamo di tutto per svalutarlo; ne parliamo male, lo critichiamo. L’invidia è solo un malcelato risentimento verso la vita.

L’invidia è il tentativo maldestro di recuperare la fiducia e la stima in sé stessi, attraverso la svalutazione dell’altro (F. Alberoni). Difficile infatti per la maggior parte della gente ammirare, stimare qualcuno senza provare nei suoi confronti un sentimento ambivalente.
“Quanto più ci innalziamo, tanto più piccoli sembriamo a quelli che non possono volare” (F. W. Nietzsche).
Chi nella vita, nel lavoro, nella società si espone per portare novità, innovazione, chi vuole il cambiamento diviene inevitabilmente oggetto dell’ambivalenza delle persone, sia di quelli che hanno paura di essere protagonisti attivi o che non ne hanno proprio le competenze, sia di quelli che dovrebbero accettare con maggiore umiltà anche il ruolo di gregari.
Il leader da solo non va da nessuna parte, se non ha un gruppo, un movimento, un popolo che lo segue.
“Siamo tutti guerrieri nella battaglia della vita, ma alcuni conducono ed altri seguono” (K. Gibran).

In termini psicologici l’invidia agisce come un meccanismo di difesa inconscio: di fronte alla reale o presunta “superiorità” dell’altro, l’invidioso cerca maldestramente di evitare di sentirsi inferiore e quindi cerca di salvare la propria auto percezione attraverso la svalutazione dell’altro.
Un meccanismo mortifero che di fatto ci impedisce di poter godere delle relazioni con gli altri, potendo accettarne le qualità, per un reciproco arricchimento.
Più specificamente è un tratto caratteriale primario, l’esatto contrario della gratitudine.
È quindi diametralmente opposta al sano apprezzamento verso le persone o le cose che ci piacciono e che può spingerci ad emularle e conquistarle.
Tutti abbiamo un ruolo nell’evoluzione sociale: per prenderne parte bisogna imparare la gratitudine verso tutto ciò contribuisce a farci star bene, siano persone, esperienze o cose.
L’invidia distruttiva toglie vitalità alla speranza.
“Benedetto colui che ha imparato ad ammirare, ma non invidiare, a seguire ma non imitare, a lodare ma non lusingare, a condurre ma non manipolare” (W.A. Ward).
Dal punto di vista psicoanalitico c’è una sottile ma sostanziale differenza fra invidia e desiderio di vendetta: l’invidia attacca chi ci appare come migliore e superiore a noi; l’idea di vendetta invece si scatena verso qualcuno che rappresenta inconsciamente una persona da distruggere, quindi potenzialmente inferiore.
Ecco perché entrambi questi sentimenti sono deleteri: mentre sembrano colpire un avversario, in realtà riguardano noi stessi da bambini; in entrambi i casi è in ballo il nostro vissuto infantile del rapporto fra adulti e bambini. Come un boomerang, inevitabilmente si ritorcono contro di noi.

Doni

“L’invidia è come prendere un veleno e aspettare che l’altra persona muoia.” (M. McCourt)

“Se qualcuno vi si avvicina con un dono e voi non lo accettate, a chi rimane il dono?” domandò il Maestro.
“A chi ha tentato di regalarlo”, rispose uno dei discepoli.
“Esattamente! Come per l’invidia, la rabbia e la violenza”, aggiunse il Maestro.
“Quando non sono accettate, continuano ad appartenere a chi le porta con sé.”
Ricordiamoci quindi che l’invidia fa male solo a chi ne è affetto. Se la respingi, non ne vieni influenzato. Rimane tutta all’invidioso. Come un veleno che dovrebbe farti male, finisce per intossicare chi lo porta in seno.
Morale della favola: bisogna fare bene attenzione a distinguere tra i doni, che si accettano sempre ringraziando, e i pacchi, che si dovrebbero invece sempre restituire fermamente al mittente.

Gratitudine

“Mentre l’invidioso tende a vivere chiuso in se stesso e isolato dagli altri, chi interpreta come un dono di Dio i beni che gli altri hanno e, prima ancora, i beni che essi sono, può vivere contemplando attorno a sé un mondo infinito e meraviglioso”. (C. Stercal)

L’invidia diventa così l’opposto della gratitudine. Chi non è capace di essere grato, inventa mille scuse per giustificare il suo risentimento verso il mondo in generale o verso un bersaglio particolare; l’invidioso è del tutto incapace di ringraziare.
Perché l’invidia possa diventare gratitudine bisogna uscire dalla logica competitiva, che si fonda sulla polarità contrapposta superiore/inferiore, grande/piccolo, forte/debole.
Nessuno è mai superiore a nessun altro come essere umano in sé. E tantomeno inferiore.
Le differenze sono fatte dai modi e dalle condizioni con cui decliniamo il nostro essere al mondo nella concreta quotidianità.
C’è una parola che non usiamo mai abbastanza, una parola che possiede una grande potenzialità, una parola che illumina, che armonizza e che guarisce: è la parola “grazie”.
Niente è più importante che sentire interiormente il senso di gratitudine, prima ancora di dire “grazie”: “con tutto il mio cuore, con tutto il mio pensiero, con tutta la mia anima e con tutto il mio spirito, grazie!”.
Non diamo quindi tutto per scontato, impariamo a godere di ciò che ci circonda. Di solito insegniamo ai bambini a dire “grazie” e poi ci dimentichiamo di farlo noi! Abituandosi giorno dopo giorno a pronunciare interiormente la parola “grazie”, è come imparare ad usare uno strumento magico in grado di trasformare il modo di vedere le cose.
Il ringraziamento è una energia vitale, una vibrazione di purezza che si propaga in un mondo dominato dal negativo e dall’ostilità.
“Dire grazie non è solo una questione di buone maniere, è una questione di buona spiritualità” (A. Painter).

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Circa l'autore:

Dr. Roberto Calia Psicologo Psicoterapeuta Milano
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