Il lamento

“Il lamento ti rende schiavo di ciò di cui ti stai lamentando.
Solo chi non è in grado di controllare il suo destino spreca tempo nel lamentarsi.
Chi è divenuto condottiero della propria vita non si lamenta ma agisce per modificare ciò che non gli piace.”
(S. Brizzi)

Il lamento è diventato ormai la modalità di comunicazione più diffusa in questi tempi bui.
È la risposta più tipica di fronte agli ostacoli e alle difficoltà.
È l’espressione della frustrazione per qualcosa che non ci piace e nello stesso tempo del senso di impotenza a modificare in meglio ciò che non ci soddisfa.
Il lamento è auto-commiserazione, è una richiesta di aiuto soffocata, negata, e perciò inutile.
È forse uno sfogo provvisorio, ma inconcludente.
È una rinuncia.
Capisco (ma non giustifico) chi vuole sfogare il cumulo di amarezze ingoiate, ma non credo affatto che lamentarsi abbia un qualche utilità.
Tutt’altro.
Usando una metafora fisiologica, è come dire: piuttosto che la fatica di digerire, assimilare, trasformare qualcosa, preferisco vomitare tutto (addosso a qualcun altro, per giunta!).

Lamentarsi corrisponde al buttare fuori di sé quello che non riusciamo a mandare giù e digerire (cioè l’accettazione e la rielaborazione delle vicende della nostra vita).
Peccato che il “prodotto tossico” del nostro lamento di fatto si riversi addosso agli altri, dai quali, sotto sotto, inconsapevolmente ci aspettiamo qualcosa.
Cosa?
Forse una risposta “magica” a ciò che ci angustia!
Cerchiamo così la risposta dagli altri.
Il lamento è la pretesa infantile che siano gli altri a fare ciò che dovremmo fare noi per primi.
È l’accettazione passiva della dipendenza dagli eventi esterni.
Ci lamentiamo perché sentiamo di non aver potere su quella cosa, magari neghiamo anche di avere qualche responsabilità.
Così impediamo di fatto a noi stessi e agli altri di poter fare qualcosa, per cambiare veramente le cose.
La lamentela costante rappresenta la negazione ad operare concretamente in prima persona per cambiare il corso degli eventi.
È l’abbandono della speranza di poter essere i protagonisti del nostro destino.
È un meccanismo consolatorio, che di fatto rafforza una convinzione vittimistica.
Diventa una richiesta di risarcimento, una malcelata accusa verso gli altri, colpevoli di renderci infelici.
Così facendo non ci accorgiamo che di fatto ci consegniamo, mani e piedi, agli altri, magari proprio a coloro che sono causa della nostra insoddisfazione.

Lamentarsi testimonia la nostra resa, l’abbandono di qualunque possibilità di cambiamento, la rinuncia inerme al potere personale, poco o tanto, che ciascuno di noi ha sulla propria vita, in ogni circostanza.
Rendiamoci conto che se qualcuno ci fa del male una prima volta, è sicuramente colpa sua.
Ma se continua a farcelo, la seconda volta è colpa nostra.
Non rinunciamo quindi alla responsabilità delle nostre azioni.
Non continuiamo a sopportare ogni sopruso, illudendoci che un giorno “magicamente” qualcuno o qualcosa metterà a posto tutto.
Bisogna essere forti quel tanto che ci consenta di riprenderci il potere sulla nostra vita.
Tutto quello che ci succede (dentro o fuori di noi), ci riguarda, ci chiama in causa.

Oltre il piagnisteo

“La missione di ogni uomo consiste
nell’essere una forza della natura
e non un grumo agitato di guai e di rancori che recrimina perchè l’universo
non si dedica a lui per renderlo felice.”
(G.B. Shaw)

Smettiamola dunque di lamentarci sempre e a prescindere.
Non continuiamo ad accampare pretese.
“La presunzione più grande – diceva Nietzsche – è la pretesa di essere amati”.
La pretesa, non la legittima aspettativa di amare ed essere amati.
Nessuno ci deve nulla.
Nessuno deve riparare per noi le ferite del nostro passato, che altri ci hanno procurato.
Nessuno ci deve risarcire per le nostre mancanze, le nostre insoddisfazioni, i nostri insuccessi.
Come uscirne allora?
Assumendosi la responsabilità della propria vita.
È indispensabile assumersi sempre le proprie responsabilità, andando oltre la tendenza a sentirsi in colpa o ad accusare.
Se qualcosa ci ostacola o contraria, non possiamo ignorarlo, respingerlo, additando la colpa a qualcun altro.
Quando ci lamentiamo (e lo facciamo troppo spesso!…), ci condanniamo di fatto all’impotenza, rendendo più grande ed insormontabile il problema, qualunque esso sia.

Il lamento è procrastinare, differire nel tempo, rimandare la possibilità di cambiare, di rendere migliore ciò che non va, magari non ciò di cui apparentemente ti stai lamentando, ma ciò che veramente non funziona, ciò che profondamente ti rende frustrato e infelice.
La responsabilità di realizzare ciò che vogliamo, il “merito” della nostra felicità sono principalmente nostri e non possono essere delegati a nessuno.
È sempre nostra la responsabilità di fare qualcosa per difendere la nostra dignità, non fosse altro che per schivare semplicemente i colpi!
A molti questa responsabilità spaventa (è molto più comodo pensare che la colpa sia sempre di qualcun altro!…).
A me pare invece che ci possa ridare un minimo di “potere” per riprendere in mano la nostra vita ed indirizzarla verso la direzione decisa da noi e non dagli altri.
Se qualcosa non va nella tua vita, se non ti piace qualcosa, prova a cambiarla.
Se non puoi cambiarla, cambia il tuo atteggiamento: smetti di lamentarti!
Quando c’è un problema, non cercare colpevoli, trova soluzioni.
Ma soprattutto non aspettarti che altri risolvano il tuo problema.
Riprenditi il diritto/dovere di essere il protagonista della tua vita e non lo spettatore di quella degli altri.
Esattamente come gli altri lo sono della propria!

Vampiri psichici

“Lascia andare le persone che solo condividono lamentele, problemi, storie disastrose, paure e giudizi sugli altri.
Se qualcuno cerca un cestino per la sua immondizia, fa che non sia la tua mente” (Dalai Lama).

Ognuno di noi ha fatto certamente esperienza dei “vampiri psichici”: persone cronicamente abbarbicate alle loro lamentele, al pessimismo cosmico, alla distruttività delle piccole e grandi cose.
La sua modalità relazionale è il vittimismo, continuo, ossessivo, talvolta persino con aspetti di rabbia e aggressività.
Il vittimista si lamenta perché non si accetta, perché non riesce a digerire la propria incapacità di cambiare, di non essere stato all’altezza di certe scelte.
Con il lamento cerca tolleranza, comprensione, affetto, che poi rifiuta.
Gli esperti del lamento hanno bisogno di prosciugare l’energia mentale degli altri, cui sono legati ambivalentemente, in quanto le ritengono più fortunate, forti e capaci (e che perciò, sotto sotto, invidiano e disprezzano).
Nella vita, come in terapia, viene prima o poi inesorabilmente il momento di lasciare l’altro al proprio destino.
Dopo mesi o anni di paziente ascolto, comprensione, tentativi di scardinare i mortiferi tarli mentali, se nulla è servito ad aiutare l’altro ad uscire dalle acque stagnanti in cui si dimena inutilmente, è ora che lo si privi del vantaggio secondario di una morbida spalla su cui piangere.
Contrariamente a quanto si possa temere, solo così si può sperare in un suo movimento vitale verso la speranza e una nuova prospettiva.
Se ciò non avviene, continuando a prestare un inutile “ascolto assistenziale”, il rischio è di perire emotivamente insieme.
Una morte annunciata per annegamento in una pozzanghera… di lacrime!

“Non mettetemi accanto a chi si lamenta senza mai alzare lo sguardo, a chi non sa dire grazie, a chi non sa più accorgersi di un tramonto.
Chiudo gli occhi, mi scosto di un passo.
Sono altro, sono altrove” (A. Merini).

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