Persona e malattia

Malati non malattie

“Se a me fanno vedere il mio DNA, io non mi riconosco, non mi vedo, non mi identifico.”
(U. Galimberti)

Sempre più rara è l’esperienza di “essere” visitati da un medico, quando richiediamo un consulto.
La medicina d’oggi si avvale di metodiche e di tecnologie straordinarie, fino a pochi decenni fa del tutto impensabili. Ma…

Il rischio che si corre è quello di una medicina sempre più iperspecialistica e settoriale, che confonde il malato con la malattia.
La patologia viene trattata come un fatto “oggettivo”, come insieme di segni e sintomi, come organi, o “pezzi” del corpo ammalati, sempre più separati dalla “soggettività” della persona, che di quella sofferenza è portatrice.
Quello che invece occorre è una medicina della Persona, considerata nella sua interezza, fisica, psicologica e sociale.

Il vissuto del soggetto malato è imprenscindibile per l’efficacia della cura.
Non basta vedere i corpi come li vede la fisica, la chimica, la biochimica, la genetica.
Non esiste una realtà oggettiva separata dalla soggettività: l’esperienza partecipante è parte integnante della realtà stessa.
Il corpo e la mente sono una cosa sola, come due binari su cui scorre la nostra vita, non solo quella biologica, ma anche quella psicologica e spirituale.
Il dolore del corpo è il dolore della mente e viceversa.
Il medico deve essere capace di leggere la sofferenza (pathos) in tutte le sue espressioni, sia che si manifesti sul corpo (un dolore fisico, un sintomo, una patologia organica), sulla mente (ansia, depressione, disagio esistenziale) o su entrambi i livelli (sindromi psicosomatiche o somatopsichiche).
La malattia è l’espressione del nostro adattamento alla vita; la qualità del nostro vivere, delle nostre relazioni, dei nostri affetti incidono pesantemente sulla nostra salute generale.
La vita emozionale (che è contemporaneamente fisica e psichica) è altrettanto importante nel determinare ciò che accade al nostro corpo, di quanto non possano essere eventi ambientali, batteri, virus, con i quali veniamo a contatto.

Il guaritore ferito

Foucault ha detto che la medicina è nata studiando i cadaveri ed è il cadavere il fondamento dell’arte medica.
Una medicina della persona si occupa di corpi viventi, che sono anche mente e spirito.
L’arte della terapia è l’incontro fra due persone, accomunate dalla stessa vicenda terrena, che possono riconoscersi nella comune esperienza del dolore.
Tale incontro si fonda sulla compassione (cum=insieme, pathos).
Il medico empatico non disdegna quindi di toccare il corpo del malato e di ascoltare il racconto del malato, per riconoscerne il dolore di fondo, che fa risuonare dentro di sé il medesimo registro emotivo e somatico.
Il riferimento mitologico che meglio descrive tale incontro è quello del “guaritore ferito” che, forte della sua esperienza vissuta, ha scelto deliberatamente di metterla al servizio, in ascolto (ab-audire=obbedire) degli altri.

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