Persona e malattia

Persone non malattie

“Se a me fanno vedere il mio DNA, io non mi riconosco, non mi vedo, non mi identifico.”
(U. Galimberti)

La medicina si è assunta la sfida di prolungare indefinitamente la vita umana. Perseguendo una strisciante illusoria promessa di “immortalità”, in nome della “prevenzione delle malattie” ci impone un percorso continuo di esami, visite, controlli, oltreché di comportamenti morigerati, dominati costantemente dal timore di ammalarsi.
“Per non farci morire di malattia, la medicina rischia di farci morire di paura” (Volpi).
I costi di tutto ciò sono naturalmente a carico della collettività. Ciascuno di noi, espropriato della responsabilità sulla propria vita, paziente passivo invece che cittadino attivo, consapevole ed esigente difensore della propria integrità e di quella della propria comunità, contribuisce ad alimentare un consumismo sanitario, che poco ha a che fare con la vera salute personale e con il benessere sociale.
Sempre più rara è l’esperienza di “essere” visitati da un medico, quando richiediamo un consulto. La medicina d’oggi si avvale di metodiche e di tecnologie straordinarie, fino a pochi decenni fa del tutto impensabili. Ma il rischio che si corre è quello di una medicina sempre più iperspecialistica e settoriale, che confonde il malato con la malattia. La patologia viene trattata come un fatto “oggettivo”, come insieme di segni e sintomi, come organi, o “pezzi” del corpo ammalati, sempre più separati dalla “soggettività” della persona, che di quella sofferenza è portatrice.
Quello che invece occorre è una medicina della Persona, considerata nella sua interezza, fisica, psicologica e sociale.

Curare e prendersi cura

“Il punto è che per diventare medici, dobbiamo curare il paziente oltre che la malattia. Dobbiamo tuffarci nelle persone, navigare nel mare dell”umanità!” (P. Adams)

C’è una bella differenza fra CURARE (in inglese to cure) e PRENDERSI CURA (to care). Il termine “cura” nella sua accezione originaria indicava uno stato d’animo, una disposizione soggettiva, piuttosto che una pratica, una azione rivolta verso qualcuno che ne avrebbe bisogno, come oggi comunenente viene inteso.
“Curare” nel senso latino indica l’ “essere in pensiero” per qualcuno o qualcosa, mentre nel senso moderno implica semplicemente il “trattamento”, l’atto medico verso un paziente ammalato, che nella accezione più comune si riferisce alla somministrazione di farmaci.
Della “cura” originaria non è rimasta traccia: è scomparsa ogni connotazione “soggettiva”, per il sopravvento di una mera funzione “oggettiva” della cura come trattamento di un paziente, che assume il ruolo di passivo destinatario di interventi tecnici, a cui è ormai relegato il significato di cura.
Anche nel corrispettivo termine greco la “therapéia” originariamente corrispondeva al concetto di “servizio”, non dunque ad un “trattamento”, un intervento materiale, ma un atteggiamento, un modo di essere nei confronti di un altra persona. La therapéia implicava il “mettersi all’ascolto” dell’altro, ovvero per usare il corrispettivo latino, l’ob-audire l’altro, e cioè essere a sua disposizione.
Secondo questa accezione, il theràpon si prende cura dell’altro, non necessariamente somministrandogli tecniche o medicine, ma semplicemente gli “obbedisce”, ponendo attenzione al suo ascolto.
Nella medicina di oggi il concetto originario di cura-therapéia è ormai del tutto mutato, centrato prevalentemente, ove non del tutto, sul primato della “tecnica” (farmacologia, chirurgia, trattamenti fisici, ecc.), con la perdita della dimensione soggettiva della relazione, di una visione unitaria della persona.
Un vero e proprio fallimento della “cura”! (*)

Oggi predomina in medicina un approccio oggettivante, che privilegia l’attenzione ai sintomi, agli organi, alle parti ammalate. Si cura la malattia, non ci si prende cura della Persona intera, nella sua globalità psico-fisica-sociale (e spirituale).
Trionfa il mono-specialista, oppure l’iper-specializzazione: medici che si occupano della propria disciplina o del proprio ambito clinico specifico, perdendo di vista il tutto, ossia la Persona con la sua soggettività, che dovrebbe venire sempre prima della sua malattia (che è l’oggetto della cura).
Così il paziente, con i suoi bisogni e la sua sofferenza, che non può mai essere distinta dalla sua malattia, è costretto a passare da più specialisti, trovando raramente qualcuno che si prende la responsabilità di mettere insieme tutta la situazione di disagio della persona.
Per prendersi cura occorre un’attitudine relazionale prima ancora che tecnica, da parte di un operatore empatico, che deve essere capace di comprendere (cum=insieme), la sofferenza del malato.
“Il medico deve imparare a conoscere la propria anima e a prenderla sul serio: se egli non sa farlo, non potrà apprenderlo neppure il paziente” (C.G. Jung).
È necessario dunque un ritorno alla vocazione umanistica originaria (tipica della medicina ippocratica), recuperando una concezione della medicina che pone autenticamente al centro della sua “pre-occupazione” la Persona, con la sua sofferenza (il phatos) che non è più un mero fatto “biologico”, un accidente del corpo o della mente, ma investe anche e soprattutto la dimensione dello spirito (phisis).

La figura mitologica che meglio descrive il terapeuta è quella del “guaritore ferito“, un guerriero che è divenuto persona padroneggiando per primo la propria sofferenza, mettendo a disposizione del paziente tutta la sua competenza su tale esperienza esistenziale.
L’incontro fra il terapeuta e il paziente è un incontro fra due soggetti, uniti dal “comune” patire delle vicende umane. Solo con questa predisposizione, con questa “intenzione relazionale”, il medico, in quanto guaritore ferito, riconosce nel paziente parte del suo dolore, lo com-prende e se ne fa carico. Il medico empatico non disdegna quindi di toccare il corpo del malato e di ascoltare il racconto del malato, per riconoscerne il dolore di fondo, che fa risuonare dentro di sé il medesimo registro emotivo e somatico.
Una concezione “compassionevole”, dunque, della clinica nella quale il “patire insieme” (cum pathos) definisce un’attenzione consapevole e una motivazione sensibile verso la sofferenza di noi stessi e degli altri ed un profondo impegno nel compito (il servizio della therapéia) di alleviarla. Il medico come “guaritore ferito” conosce la sofferenza, sa che è parte ineludibile della vita, e che quindi può ri-conoscere nel suo paziente, come comune esperienza del dolore.
Nella condivisione del dolore e della sofferenza può svilupparsi quell’alleanza terapeutica, essenziale per il buon esito di ogni cura.

Malattia

Ci sono due modi opposti per affrontare le malattie. Si può considerarle come qualcosa di “esterno”, di estraneo a noi, un nemico da combattere. Quindi le cause (o le “colpe”) sono da ricercare altrove, in modo oggettivo e razionale: è il mestiere (e il mercato) della medicina.
Oppure si può considerarle come “segnali”, equivalenti simbolici di qualcosa che ci appartiene, “interno” a noi. La malattia assume quindi un significato soggettivo, includendovi tutti i suoi aspetti affettivi, emotivi e spirituali. Non basta allora vedere i corpi come li vede la fisica, la chimica, la biochimica, la genetica.
Non esiste una realtà oggettiva separata dalla soggettività: l’esperienza partecipante è parte integnante della realtà stessa.
Il vissuto del soggetto malato è imprenscindibile per l’efficacia della cura. Il corpo e la mente sono una cosa sola, come due binari su cui scorre la nostra vita, non solo quella biologica e materiale, ma anche quella psicologica e spirituale. Il dolore del corpo è il dolore della mente e viceversa. Il medico deve essere capace di leggere la sofferenza (pathos) in tutte le sue espressioni, sia che si manifesti sul corpo (un dolore fisico, un sintomo, una patologia organica), sulla mente (ansia, depressione, disagio esistenziale) o su entrambi i livelli (sindromi psicosomatiche o somatopsichiche).

La malattia è l’espressione del nostro adattamento alla vita; la qualità del nostro vivere, delle nostre relazioni, dei nostri affetti incidono pesantemente sulla nostra salute generale. La vita emozionale (che è contemporaneamente fisica e psichica) è altrettanto importante nel determinare ciò che accade al nostro corpo, di quanto non possano essere eventi ambientali, batteri, virus, con i quali veniamo a contatto.
La storia della scienza ci dice che la medicina è nata studiando i cadaveri e sono l’anatomia e la fisiologia, desunti in astratto, il fondamento dell’arte medica. Una medicina della persona si occupa invece di corpi viventi, che sono unici e soprattutto sono anche mente e spirito.
In questo senso, la malattia sta ad indicarci sostanzialmente che stiamo facendo qualcosa di disfunzionale, che la nostra vita non è perfettamente allineata con noi stessi, con ciò che siamo realmente come Persona intera, corpo, mente e anima.
Il disagio, il singolo sintomo o la malattia possono essere colti allora come occasione ulteriore che ci è data per ritrovare il nostro equilibrio, per recuperare finalmente ciò che ci fa star bene davvero.

Guarigione

“Quando vi assale la malattia, ne siete voi stessi la causa in quanto interiormente avete coltivato del disordine: avete nutrito certi pensieri e certi sentimenti, avete manifestato certi atteggiamenti e tutto ciò si è poi ripercosso sulla vostra salute.
La migliore arma contro questa malattia è l’armonia: giorno e notte cercate di sincronizzarvi, di mettervi in accordo, in consonanza con la vita” (O.M. Aïvanhov).

L’inseparabilità del corpo dalla mente e più recentemente il riconoscimento dell’importanza della dimensione trans-personale (che va cioè oltre il singolo, la sua biologia, la materia fino a considerare l’anima, lo spirito, l’universo) sembrano essere divenuti costrutti comuni. Ma sono invece apparentemente accettati e solo sul piano teorico.
Nella pratica clinica si vede ancora una tendenza crescente verso una medicina iperspecialistica, dove il corpo umano viene concepito in “pezzi” (organi, apparati, funzioni, ecc.) che sono poi oggetto di studio di medici sempre più esperti di singoli aspetti, patologie specifiche, metodiche particolari. Il malato (che è l’essere umano nella sua interezza, non la sua malattia) non sembra interessare nessuno.
Per fortuna cresce contemporaneamente una spinta ad una visione unitaria, olistica, più consona alla complessità della vita odierna e alle problematiche che comporta sulla salute delle persone.
Questa concezione implica il passaggio dalla medicina bio-fisica alla medicina bio-psico-sociale. Ma anche oltre. Si pone come un nuovo paradigma antropologico, prima ancora che scientifico.
Si va affermando una nuova Scienza (anche se ha origini e tradizioni lontane), con una rinnovata visione scientifico-umanistica, che passa dalla PNEI (psico neuro endocrino immunologia) alle neuroscienze e ad una rinnovata psicoanalisi relazionale.
Una visione unitaria in cui l’infinitamente piccolo (la più piccola particella di materia) si rispecchia con l’infinitamente grande (l’Universo).

Olos

“Non dovresti curare gli occhi senza curare la testa o la testa senza curare il corpo. Così anche non dovresti curare il corpo senza curare l’anima. Questo è il motivo per cui la cura di molte malattie è sconosciuta ai medici, perché sono ignoranti nei confronti del Tutto che anch’esso dovrebbe essere studiato, dal momento che una parte specifica del corpo non potrà star bene a meno che non stia bene il Tutto” (Platone).

Questo è il fondamento filosofico di una vera clinica olistica, ovvero di una medicina (e di una psicologia) semplicemente umana. Non si può curare il corpo, senza occuparsi dell’anima che vi dimora. Intanto che facciamo un check-up medico, uno sguardo alla nostra coscienza è essenziale!
“Troppo ancorati al mondo fisico, non riusciamo ad attingere all’immenso potenziale di quello spirituale, che pure continua a bussare alla nostra porta” (D. Chopra).
Paradossalmente, tale approccio trova resistenze anche tra i malati, che si sentono ingiustamente “colpevolizzati” da una interpretazione della patologia, che li coinvolge in modo diretto, nei propri aspetti soggettivi, relazionali e non solo materiali.
La salute (e la malattia) non è una questione di colpa, ma una questione di responsabilità.
In realtà la medicina olistica vuole ridare speranza e prospettiva alla cura, puntando sulla centralità della Persona, sulla sua libertà e sulla autonomia delle sue scelte di vita, a livello personale, sociale, ambientale.
Un passaggio evolutivo della scienza cosiddetta obiettiva fino ad inglobare la dimensione soggettiva e spirituale dell’uomo.
Parlare di “responsabilità” in materia di benessere o malessere, significa di fatto passare da una posizione passiva di paziente-malato, ad una attiva di persona protagonista della propria esistenza. Nel bene e nel male.
Un’opportunità per riprendersi uno spazio di potere sulla propria vita, ora completamente in mano di una medicina super tecnologica, sempre più dis-umana.
La sapienza occidentale incontra finalmente la saggezza del pensiero orientale per fornire all’umanità i riferimenti per una consapevolezza sempre più rispettosa della Natura profonda dell’Uomo.

Guarire

“Il tuo corpo non può guarire senza gioco. La mente non può guarire senza risate. La tua anima non può guarire senza gioia” (C. Fenwick).

La malattia è dunque sempre l’espressione di un dis-agio, uno squilibrio nel rapporto fra le diverse dimensioni della persona (il corpo, la mente, l’anima e lo spirito). Non può essere “guarita” parzialmente, curando singoli “pezzi” della Persona intera.
Per guarire, che non coincide affatto con il controllo dei sintomi, con la sola attenuazione della sofferenza, bisogna essere pronti a modificare qualcosa della nostra vita che ha portato a quello squilibrio: uno stile di vita sbagliato, un comportamento inadeguato, un’abitudine disfunzionale, un atteggiamento mentale negativo.
È necessario ritrovare l’intenzione profonda a stare bene, nelle relazioni sia con se stessi, sia con gli altri che con il mondo.
Molti pensano di poter essere curati senza essere pronti ad affrontare i cambiamenti e le sofferenze necessari per attivare un vero processo di guarigione.
La cura delle malattie può venire da “fuori” (terapie mediche, psicologiche, naturali, ecc.), ma la guarigione avviene soprattutto da “dentro”, con quell’intenzione interiore di ri-allineamento che promuove una vera e propria auto-guarigione.
Non un miracolo (a quelli ci pensa Dio!), ma la meraviglia delle potenzialità che ci sono state date come dono.
Analogamente, passando dall’individuale al collettivo, molti si dichiarano progressisti, senza in realtà essere capaci di promuovere alcun vero cambiamento sociale.
La “guarigione del Mondo” può avvenire solo con un profondo e radicale cambiamento nel modello di vita che abbiamo adottato, e che ci ha portati nel diffuso malessere odierno, perché assai distante dalla vera natura dell’Uomo su questa terra.

 

(*) Un parziale recupero della dimensione soggettiva originaria si ha oggi con la distinzione che si va facendo largo in Sanità fra “curare” (che si riserverebbe all’approccio necessariamente oggettivo, scientifico, tipicamente ospedaliero, quando sono necessarie decisioni rapide ed efficaci per affrontare gli stati acuti di malattia, quelli che implicano un ricorso al ricovero o alla medicina specialistica) e “prendersi cura” (sempre più utilizzato per un approccio multidimensionale, globale della persona e della sua famiglia, considerando tutti gli aspetti sanitari, psicologici e sociali che gli stati di fragilità e cronicità comportano e che sempre più trovano nella medicina territoriale la risposta più appropriata).

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Circa l'autore:

Dr. Roberto Calia Psicologo Psicoterapeuta Milano
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