Psicologia del conflitto sociale

Lotta contro, lotta per

E’ ancora possibile un cambiamento sociale senza distruttività?

L’aspirazione ad un vero, profondo cambiamento sociale deve fare i conti con la duplice natura dell’aggressività umana. C’è infatti un’aggressività che nasce come spinta “fisiologica” verso l’auto-affermazione delle persone e delle comunità (specie quando si sentono offese e minacciate), e c’è un’aggressività rabbiosa che è conseguenza dell’impotenza e della frustrazione delle persone a tutelare la propria dignità, quando sono oggetto di attacco o mortificazione da parte di altri uomini o da altri soggetti sociali.

Distinguiamo quindi un’aggressività “benigna” da un’aggressività “maligna”: la prima lotta PER la risoluzione dei problemi che arrecano disagio, insicurezza, pericolo oppure per l’affermazione della propria visione di vita. La seconda lotta CONTRO tale cambiamento, per affermare solo il ritorno dell’equilibrio interrotto.

La prima modalità (LOTTA PER) è costruttiva e progressiva, vuole una favorevole condizione soggettiva per le persone (sub-jectum); la seconda (LOTTA CONTRO) è distruttiva e regressiva, vuole solo sconfiggere ed annientare il nemico (ob-jectum).

In ambito sociale, quando si affrontano gli inevitabili conflitti fra persone o gruppi, la dinamica di questa ambivalenza è complessa;  implica la capacità “politica” di gestire le forze, spesso drammatiche, che si innescano in questi conflitti, mimetizzandosi tragicamente fra costruzione del nuovo e distruzione del vecchio.

Una teoria ed una prassi che promuovono un cambiamento radicale della società di oggi, devono essere capaci di andare oltre le vecchie logiche del potere e del suo esercizio, prevedendo le spinte conservatrici che tendono difensivamente a spostare la lotta sulle persone o su falsi “nemici”, usati come oggetti/feticci per alimentare il fuoco delle battaglie, con l’illusione che distruggere gli antagonisti di turno serva a qualcosa, senza toccare la logica stessa del potere dominante, che è il reale oggetto del conflitto.

Una nuova istanza di rinnovamento sociale non propone “guerra alla guerra”, coltiva il desiderio vitale della persone di “costruire ciò che si vuole” e non di “distruggere ciò che non si vuole”, in cui il secondo obiettivo è il mezzo per raggiungere il primo e non viceversa.

Una “nuova” rivoluzione che miri a sollecitare le aspirazioni di liberazione degli uomini e delle donne della nostra epoca e a proporsi come “terapia del mondo”, ad essere cioè soluzione alla “patologia” di cui soffre il tessuto sociale, deve saper rappresentare non solo il livello razionale di libertà e giustizia, ma anche il livello emotivo-affettivo di realizzazione delle persone.

Oltre il disagio, la rabbia e la protesta, deve essere capace di intercettare le forze vitali proprie di ogni persona (al di là di ogni condizione, status sociale, razza o religione) con i suoi bisogni, i desideri, gli interessi e il “pathos” esistenziale, puntando in una parola più sull’amore (Eros) che sulla morte (Thanatos).

La libertà non sta nello scegliere fra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta.” (Theodor W. Adorno)

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