Virtuale e reale

Riflessioni psicoanalitiche sul virtuale

Spesso superficialmente si contrappone il “virtuale” al “reale”.
Il mondo virtuale (il web, i social, e tutto ciò che esula dai rapporti diretti, materiali, fra le persone) viene etichettato come non-reale, illusorio ed, in qualche modo “falso”. Solo ciò che si vede, si tocca, perlomeno in due, ma anche più in generale con il consenso sociale, è “reale”, “concreto”, “vero”.
Per me si sottovaluta la portata delle interazioni cosiddette virtuali fra le persone.

In un’epoca in cui tutto transita attraverso la “rappresentazione”, dove l’immagine sembra essere più importante della “presenza”, è diventato inevitabile anche per un professionista che si occupa per definizione del mondo interno delle persone confrontarsi con il mondo web, lo spazio virtuale (ma pur sempre reale) in cui il sociale del mondo d’oggi ha trovato un nuovo luogo per l’interagire degli individui, dei gruppi, dei soggetti sociali. Approcciando facebook, e poi gli altri “social network”, ci si rende conto che rifiutare di confrontarsi con questo spaccato di realtà, significa sostanzialmente non comprendere più il reale nella sua nuova complessità.

Attraverso il web e i social le “connessioni” fra le persone hanno assunto proporzioni impensabili fino a qualche decennio fa,  più vicine alle potenzialità straordinarie della natura umana (si pensi per analogia alle connessioni neuronali e alle funzioni cognitive ed emozionali della nostra coscienza, di fatto ancora solo parzialmente esplorate). In questo spazio sociale diviene possibile tutto, nel bene e nel male. Le persone agiscono qui il meglio e il peggio di sé. Con modalità diverse, ma sostanzialmente sovrapponibili a ciò che fuori di qui esiste davvero, non virtualmente.

La presenza sul web stimola il narcisismo “naturale” delle persone, sia in senso esibizionistico (mettere in mostra le proprie qualità, non importa se presunte o reali), sia in senso megalomanico (ostentare la propria grandiosità, in modo del tutto autoreferenziale, anche senza alcun vero riscontro). D’altro canto in quest’epoca dell’immagine, non è forse vero che il successo sia del tutto confuso con la popolarità, anche in assenza di un vero talento? Al punto che se non appari (in TV, sui media), di fatto non esisti. L’identità coinciderebbe con la maschera e non invece con quello che ci sta dietro, che rappresenta invece la persona autentica, quando si manifesta nella sua nudità.

La diffusione delle comunicazioni attraverso i social network stravolge i tradizionali modelli interpretativi delle relazioni umane. La distanza relazionale fra le persone risulta indecifrabile, sia in senso positivo che negativo. Tutti possono comunicare con tutti, in modo più o meno diretto, saltando ogni passaggio ed ogni processo di evoluzione dei rapporti.

Al di là della completa rinuncia alla ricchezza della comunicazione non verbale, anche la distanza emozionale risulta di difficile espressione.

Impossibile utilizzare il “pathos della distanza”, che è quella capacità evoluta di comunicazione del rapporto persona-persona, il solo in grado di modulare i segnali di distanza/avvicinamento fra le persone. Attraverso una equilibrata e sapiente gestione preconscia (ossia, empatica e non razionalizzante), il pathos della distanza permette di graduare lo sviluppo della relazione, nel rispetto non solo degli interessi ma anche e soprattutto delle caratteristiche delle persone, secondo i modelli specifici di attaccamento e di difesa che ognuno di noi possiede. In una parola, comunicare e relazionarsi avendo pieno rispetto dell’altro.

Non deve sorprenderci quindi che sui social possano nascere repentine simpatie, comunicazioni apparentemente aperte ed intimistiche, che altrettanto rapidamente si dissolvono in distanziamento e fuga.

Le regole del gioco sono queste. Qui siamo tutti “amici indifferenziati”, non è “obbligatorio” conoscere profondamente le persone. Abbiamo la libertà personale di esprimere apprezzamento, condivisione, o al contrario dissentire, in un continuum di autenticità, lealtà, formalismo, istrionismo, goliardia, ironia, sarcasmo, offesa, ecc.

Chi si illude che qui si possano costruire rapporti “profondi”,  può andare incontro a grosse delusioni. In questo senso, è solo apparentemente paradossale assistere al silenzio, al diniego, al distanziamento di qualche “amico/a”, proprio nel momento in cui si era profilata l’intensificazione emotiva di un rapporto. Il ripiegamento “schizoide” del contatto si spiega solo e semplicemente con il bisogno (ed io direi, il diritto) dell’altro a sfuggire un approccio divenuto troppo “prossimo” e vissuto come “simbiotico” ed asfissiante. Un modo come un altro di imporre e ridefinire il giusto “pathos della distanza”.

Innamoramento e amore ai tempi dei social

Qualcuno si chiede: è possibile che possa nascere una relazione d’amore sul web? La mia risposta, in via generale, è quella di  distinguere concettualmente fra innamoramento e amore. L’innamoramento è uno stato nascente, naturale, biologico direi. E’ caratterizzato dall’attrazione crescente, assoluta, per un’altra persona, di cui non si conoscono nemmeno tutti i motivi (anche se cerchiamo razionalmente di spiegarcelo). In tal senso, anche “virtualmente” ci si può “innamorare” (non a caso fra virgolette…). Siamo attratti da qualcuno, che fondamentalmente diventa lo schermo dei nostri desideri, delle nostre proiezioni. Ovviamente, non è uno schermo a caso, deve in qualche modo possedere “qualcosa” che è all’origine del nostro “statu nascenti”. Nell’incontro reale le variabili in gioco sono altre e più numerose, ma il “meccanismo” è simile. Solo nell’incontro reale è però possibile lo “sviluppo” del rapporto che dovrebbe poi portare alla “fase due”, ossia la possibilità che quell’incontro, quell’innamoramento possa evolvere in una relazione d’amore. Che è qualcosa di profondamente diverso e complesso dal “semplice” innamoramento.

Al di là delle descrizioni teoriche o scientifiche (l’amore è più arte che scienza), il punto cruciale è proprio lo snodo fra innamoramento ed amore. Escluso che quest’ultimo possa essere un fatto virtuale, sono del parere che una relazione d’amore debba sempre passare da un iniziale innamoramento, perché trascina con se tutta la forza biologica, pulsionale, libidico-emotiva necessaria (ma non sufficiente) per il successivo sviluppo in amore. Qui il modello di riferimento (ideale ma non idealizzato…) è quello di due persone che sanno modulare la relazione, conservando le proprie identità, entrando ed uscendo con i tempi giusti dalla posizione “fusionale” a quella “schizoide” (non spaventi la parola, che sostanzialmente descrive il rapporto personale più profondo con il proprio vero Sé). Si tratta di costruire passo dopo passo una relazione fatta da condivisione di intenti, interessi, visioni, ecc., ma anche di differenze e di “egoismi maturi” di entrambi. Questa relazione non la si costruisce una volta per tutte. Al contrario dell’innamoramento (una sorta di delirio a due, dove ognuno illusoriamente pensa che l’altro sia il migliore uomo o donna possibile…), che si nutre e si consuma autonomamente, la relazione d’amore va “coltivata” continuamente (come una pianta delicata), sapendo tenere viva la “tensione relazionale”. Se questo non avviene, ecco il trionfo dei luoghi comuni (il matrimonio è la tomba dell’amore, ecc.). Ovviamente c’è tanto altro ancora: non a caso l’amore è il tema più presente nella letteratura, nel cinema, nell’arte. Evidentemente (per fortuna, direi io) qualcosa sfugge ad ogni descrizione e rimane “mistero”…

Mondo interno e mondo esterno

Per quanto riguarda i rapporti intersoggettivi e le possibilità di sviluppare autentiche relazioni fra persone, le relazioni “mediate” dallo schermo permettono di dialogare su un registro che va dall’assoluta apertura fino alla più squallida simulazione. La relazione “virtuale” (da questa parte e dall’altra parte) facilita di fatto sia il liberarsi delle inibizioni comunicative, sia il rafforzamento delle stesse difese e quindi il nascondimento. Più che nel rapporto “reale”, face to face.

Nel giudizio sul virtuale, non bisogna quindi prendere lo stesso abbaglio che comunemente si ha per la fantasia, l’immaginario e, in ultima analisi, il pensiero delle persone.
Forse che il mondo interno, la fantasia, non sia importante per la vita in modo perlomeno equivalente al mondo esterno, alla cosiddetta “realtà obiettiva”?
Tutta la dimensione “soggettiva” (che ognuno di noi sperimenta come fondamentale per la qualità della nostra esistenza) viene svalorizzata a discapito di una egemonia della razionalità, di una tirannia del mondo materiale.
Il mondo interno, e con esso anche il virtuale, possiede in sé tutta la potenza dell’illusione che può generare una nuova e forse superiore realtà.
Il problema, se mai, (e questo vale quindi per tutto il mondo interno) è proprio sul pericolo dell’illusione, specie quando si accompagna alla volontà di potenza, tipica della struttura narcisistica di base del nostro attuale sistema sociale.
Il problema non è dunque la contrapposizione fra virtuale e reale (in quanto entrambi parte di una realtà vera sempre più complessa), ma fra onnipotenza narcisistica da un lato e equilibrio maturo di una società fondata sul rapporto persona-persona.
I rischi di tale “conflitto luciferino” si trovano esattamente sia sul mondo virtuale che su quello reale.

 

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