Quel che abisso tace

Una postfazione

Il nuovo libro di Maura Maffei è un romanzo storico dalla narrazione avvincente. Si legge d’un fiato, come un thriller, con la differenza che lo assapori con consapevolezza, pregustandolo passo passo, incuriosendoti ad ogni sviluppo. La storia è incalzante, rimani avvinghiato, assalito da un senso di incredulità.
Ti accalori e ti appassioni: vorresti conoscerne la fine, ma solo per scoprire se ancora una volta prevale il male, oppure se alla fine il bene possa avere speranza di trionfare.

La vicenda narrata, quella dell’affondamento dell’Arandora Star, nella quale perirono più di ottocento persone di diverse nazionalità (di cui oltre quattrocento italiani!), è uno stralcio di storia vera, anche se si tratta di un episodio volutamente offuscato e rimosso dalla memoria collettiva, perché come sempre quando c’è di mezzo l’assurdità della guerra, vengono coinvolti giudizi morali, politici ed etici, che si preferisce molto spesso non proferire, perché cozzano contro le sofferenze umane, dei singoli, delle famiglie, delle comunità come insiemi di persone, finendo con il creare ulteriore ingiustizia.
Trovo geniale l’analogia fra questa rimozione storica e l’amnesia transitoria patita dal protagonista, in conseguenza delle sequele traumatiche prodotte dal tragico evento. Il ritrovamento della memoria e dell’identità significa che dopo una dolorosa e profonda elaborazione del dolore, la vita può progressivamente riprendere il suo corso, tenendo insieme memorie, ricordi, sentimenti, giudizi di valore.
Su questo aspetto, in appendice al libro c’è un bellissimo commento dell’autrice, che fornisce il motivo centrale e il senso complessivo del romanzo stesso.

La narrazione si snoda intorno ad Oscar, il protagonista principale, ma sulla scena appaiono via via numerosi altri personaggi; alcuni vengono nominati, altri transitano anonimi, tutti lasciano comunque traccia della loro peculiare umanità. Si può dire che nel racconto trova voce l’anima di tutte le vittime della tragedia dell’Arandora Star; da qui scaturisce il pathos profondo che Maura è capace di far trasudare in ogni riga del racconto.
Sullo sfondo di ogni pagina si avverte nitida, spesso brulicante, la presenza di tante persone, che animano spaccati di vita, prima drammatici poi tragici, subendone gli eventi senza averne responsabilità e non potendo quindi esercitare alcun controllo sugli eventi stessi.
Pur riuscendo a discriminare tali figure in vittime o carnefici, Maura Maffei li anima delle rispettive caratterizzazioni umane, sempre personali e mai pregiudizialmente morali.
Ad alcuni personaggi in particolare il romanzo di volta in volta riserva uno spazio specifico sulla scena, rafforzando così la convinzione comune che dietro i fatti della storia ci siano pur sempre le persone, con la propria vicenda personale e la propria umanità di fondo.
Il romanzo narra dunque di una tragedia, identificabile inequivocabilmente come “crimine di guerra” (anche se come tale non compiutamente riconosciuto), che trova tuttavia il suo epilogo di senso nel trionfo dell’amore (la relazione affettiva che si sviluppa fra Oscar e Onóra).

La vita e la morte non sono dunque due poli contrapposti, si trovano su un continuum in eterno divenire che manifesta la sua essenza primaria nell’Amore, fra le persone e fra le persone e la vita stessa.
Ci piace pensare che la morte “ingiusta” patita dai protagonisti di quella tragica vicenda non sia appunto senza senso, né sia avvenuta invano, se ha contribuito a far riaffiorare e dar vita all’amore.
È l’amore (Eros) il vero motore che muove il mondo, anche quando Thanatos (l’aggressività umana) prende provvisoriamente il sopravvento, diventa patologia, e si manifesta nella guerra.
Quando l’amore può trionfare, la vita ritrova il suo corso, riprende senso e la speranza può di nuovo tornare a battere nel cuore di ogni uomo e della Vita stessa.

(post fazione di Roberto Calia dal libro di Maura Maffei “Quel che abisso tace” – Parallelo45 Ed. – 2019)

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