Relazioni

L’Ego (e gli altri)

“Una persona inizia a vivere quando impara a vivere al di fuori della prigione del suo Ego.”
(A. Einstein)

C’è un equivoco di fondo nella nostra vita. Da un lato viviamo come se fossimo al “centro del mondo”, abbarbicati esasperatamente alla nostra individualità. Dall’altra siamo ipercritici, mai soddisfatti di noi stessi e del mondo. Ognuno crede di essere l’ombelico del mondo, quando in realtà singolarmente siamo soltanto una parte esigua, infinitesimale dell’universo.
In tutto ciò manca l’Amore autentico, di sé, degli altri, della vita. Il nostro rapporto con gli altri sembra essere caratterizzato prevalentemente dall’ambivalenza, ma manca soprattutto il giusto equilibrio: o siamo eccessivamente centrati su noi stessi, oppure all’opposto ancorati agli altri, fino quasi alla dipendenza e all’annullamento di sé.

Vediamo la cosa o dall’uno o dall’altro polo. Quando prevale l’Ego, raramente sentiamo discorsi, ragionamenti o pensieri che non inizino per Io. Il culto dell’Io sembra aver soppiantato quello di Dio. L’Io individuale è diventato ipertrofico, esagerato, megalomanico.
“La prima persona singolare, quel dispettoso “Io”, non è né prima, né persona, né singolare” (J. Hillman).
Gli altri non esistono, sono soltanto il coro o lo sfondo, spettatori per la nostra rappresentazione. È così che l’Io diventa uno scafandro nel quale ci nascondiamo, una maschera opprimente attraverso la quale ci manifestiamo. Questo Io narcisistico soffoca la Persona, che non può mostrarsi, non ha mai il tempo per svelarsi da dietro la maschera.

E se qualche volta, anche solo per un attimo, ci dimenticassimo di quell’Io e iniziassimo semplicemente a vivere?! La libertà di essere se stessi e di confonderci con gli Altri: diventare finalmente Noi!
Dovremmo allora recuperare una maggiore umiltà e il rispetto per tutto ciò che ci circonda. Dovremmo soprattutto ricordarci che la vita è fatta da noi, ma anche dagli altri. Dagli Altri soprattutto…
Modera dunque l’orgogliosa superbia. Controlla l’arroganza saccente. Smorza la presunzione boriosa. Non sei superiore. Nessuno è superiore a nessun altro. E nessuno è tanto meno inferiore. Nessuno è perfetto. Nemmeno tu. Nessuno ti chiede di esserlo. Nemmeno Dio.

Io, tu, tutti insieme siamo ben poca cosa di fronte all’immensità del Creato. Ciò non annulla affatto la nostra unicità, la nostra importanza e la nostra dignità come Persone, come singoli esseri umani. Ci affranca invece dall’ossessione di dover essere “perfetti” e “potenti” e di volere a tutti i costi dominare e controllare la nostra esistenza e quella degli altri.
Impegniamoci piuttosto a tenere a bada il nostro smodato egocentrismo, perché questa cosa potrebbe essere persino conveniente per tutti. Se infatti ciascuno di noi guardasse oltre il proprio Ego e imparasse a rispettare gli Altri, e se Tutti – tutti, nessuno escluso! – applicassimo alla lettera questa regola, avremmo realizzato in un sol colpo il miracolo di moltiplicare (e non dividere) le possibilità per tutti.
Il teorema è: “Ama il tuo prossimo come te stesso”, ossia IO mi preoccupo degli altri e TUTTI singolarmente si preoccupano degli altri (tra i quali ci sono anch’io: per me tu sei il mio prossimo; ed io, per te, sono altro, sono il tuo prossimo…). Che magicamente diventa: “io mi preoccupo di tutti e tutti si preoccupano di me!”
“Abracadabra” (che dall’aramaico “Avrah KaDabra” significa: “Io creerò come parlo”).

Integrità

“Ricordati che oggi incontrerai uno stolto che metterà a dura prova la tua bontà e la tua pazienza, un maldicente che sparlerà di te, un furbo che cercherà di usarti, un presuntuoso che pretenderà di aver ragione ad ogni costo, un prepotente che cercherà di sopraffarti, un iracondo che ti trasmetterà rabbia. Ma tu non ti lascerai turbare più di tanto, perché sarai in compagnia di un moderato che frenerà le tue reazioni, un buono che tramuterà in bene tutto il male che riceverai, un saggio che ti guiderà sulla retta via e ti farà prendere delle buone decisioni, ovvero sarai in compagnia di te stesso.” (O. Falworth)

Di fronte alla perturbabilità del mondo, alla saccenza dei presuntuosi, alla prepotenza dei furbi e dei disonesti e alla tracotanza dei superbi, la cosa più saggia è rendersi imperturbabili, mantenendo una modulata distanza, attraverso la centratura su se stessi. Non perché siamo noi i detentori della Verità, ma semplicemente perché neanche gli altri lo sono.
Essere centrati su se stessi significa tenere la rotta sul presupposto che “nessuno mi è superiore e non sono inferiore a nessuno; sono semplicemente io!” Nella precarietà del mondo, nego quindi a chiunque il potere di impormi la sua visione, faccio riferimento a me stesso, perché è il solo, unico, sincero punto fermo su cui posso contare veramente. Sempre.
Quello che io sono e penso di me, è più vero e più importante di quel che tu pensi (o, meglio, pensi di sapere) di me. La mia dignità come Persona è sacra ed inviolabile!

Autonomia personale

“Io sono io.
Tu sei tu.
Io non sono al mondo per soddisfare le tue aspettative.
Tu non sei al mondo per soddisfare le mie aspettative.
Io faccio la mia cosa.
Tu fai la tua cosa.
Se ci incontreremo sarà bellissimo.
Altrimenti non ci sarà stato niente da fare.”
(Preghiera della Gestalt)

Se ciascuno di noi fosse più autonomo psicologicamente, ossia semplicemente in grado di pensare con la propria testa, il mondo sarebbe migliore da subito, senza nessuna aspettativa magica. Invece, anche da adulti, preferiamo pensarci bisognosi, in attesa di completarci e migliorarci, differendo continuamente nel futuro la possibilità di sentirci bene nella nostra pelle e in pace con noi stessi.
Preferiamo pensare che la nostra felicità dipenda dalle cose esterne, siano esse beni, oggetti o persone. E che, di conseguenza, la nostra infelicità sia sempre colpa di qualcun altro, quasi mai responsabilità nostra.
Questo conduce inevitabilmente ad un frustrante senso di impotenza, all’impossibilità di farci carico personalmente della vita, auto-infliggendoci così di fatto lo scippo della nostra esistenza.

È indubbiamente vero che la percezione della realtà esterna è fortemente influenzata dal nostro mondo interno. Lo stesso evento, ciò che avviene nell’interazione con gli altri, viene percepito e interpretato in modo diverso dai soggetti che lo hanno sperimentato.
La soggettività è in grado di influenzare il significato degli eventi oggettivi, determinando l’esperienza stessa che facciamo di quello stesso evento. Mondo interno e mondo interno sono rispecchiamenti reciproci l’uno dell’altro.
In questo senso, la nostra rappresentazione della realtà, compresa quella relativa ai rapporti interpersonali, è paragonabile ad un fenomeno illusorio. Sostanzialmente, ognuno vede nel mondo esterno solo quello che il mondo interno gli consente di vedere. Quello che vede è come se, in qualche modo, fosse già dentro di sé.
“Noi troviamo negli altri quello che c’è dentro di noi. Se vediamo intorno a noi soltanto fango è perché c’è fango in qualche parte dentro di noi. Quando saremo veramente cambiati tutto sarà cambiato intorno a noi” (Mère)
In ragione di ciò, paradossalmente, abbiamo bisogno degli altri e del mondo esterno (quello che impropriamente pensiamo come “realtà oggettiva”) per ri-scoprire qualcosa di noi stressi, che può rappresentarsi come “reale”. Questo è lo scopo essenziale che assumono le azioni, le emozioni, i sentimenti e la sofferenza stessa, che sperimentiamo nel nostro personale percorso esistenziale.
La nostra coscienza si espande grazie a queste esperienze, divenendo consapevolezza di sé, ossia la capacità tipicamente umana della coscienza che fa esperienza di se stessa.

Noi (e gli Altri)

“Scelgo di vivere per scelta, e non per caso.
Scelgo di fare dei cambiamenti, anziché avere delle scuse.
Scelgo di essere motivato, non manipolato.
Scelgo di essere utile, non usato.
Scelgo l’autostima, non l’autocommiserazione.
Scelgo di eccellere, non di competere.
Scelgo di ascoltare la voce interiore, e non l’opinione casuale della gente”
(E. Caddy)

Lo sviluppo della vita è come una vecchia pellicola fotografica in cui si imprime la nostra esperienza, sovrapponendola a quella degli altri. Le immagini diventano, per sovraesposizione, confuse e sfocate, di difficile comprensione.
”La dimensione interiore opera come un proiettore: gli altri diventano schermi e tu inizi a vedere dei film su di loro, che di fatto sono solo i nastri registrati di ciò che tu sei” (Osho).
Per individuare la nostra personale “sceneggiatura” è necessario un lavoro inverso: dobbiamo riavvolgere la pellicola e recuperare la nostra esperienza emotiva interna, distinguendola dalle “immagini” esterne, che riguardano gli altri.
“Quando vedi rabbia negli altri, va e scava profondamente dentro di te e vedrai che quella rabbia si trova anche lì. Quando vedi troppo ego negli altri, va semplicemente dentro di te e vedrai quell’ego seduto lì dentro” (Osho).
Se qualcosa degli altri ci dà fastidio, ci crea rabbia, invidia o gelosia, vuol dire che quella cosa ci riguarda da vicino e dobbiamo imparare a comprendere perché, dentro di noi, non fuori.

Scavando dentro di noi, possiamo vedere che quei sentimenti, quelle emozioni si trovano anche in noi. Smettendo di usare gli altri come schermi delle nostre proiezioni, possiamo iniziare a vederli per quello che sono, senza distorsioni soggettive. Ci appaiono allora con le proprie caratteristiche, buone o cattive che siano, ma che appartengono a loro e non sono più in grado di crearci disagio.
Vediamo finalmente i pregi e i limiti degli altri, che possiamo essere liberi di accettare o rifiutare.
Non più confusivamente, fra ciò che è mio e ciò che è dell’altro.
Non ci resta che sperare che anche gli altri riescano a vederci per quello che siamo, semplicemente come “Altri”, senza confonderci per i loro fantasmi interni.

Sane relazioni

“C’è un incontro fissato, ancora senza ora e senza data, per trovarci, io sarò lì, puntuale, non so tu” (J. Cortázar)

Viviamo dunque in una realtà apparente che mostra un volto e ne nasconde un altro. Così sembriamo tutti immersi in un vortice di informazioni, stimoli, comunicazioni e relazioni.
Di fatto siamo però tutti arroccati su noi stessi, preoccupati dal compito gravoso di “tenere” e di “essere adeguati” a tutti i costi. Siamo tutti perennemente “connessi” ma in realtà del tutto “distanti” l’uno dagli altri. Migliaia di contatti ma, sovente, non uno straccio di rapporto umano!
È possibile in questo contesto (estremizzato, ovviamente, solo per approssimazione) stabilire ancora sane relazioni? Certo che è possibile!
È necessario prima diventare “portatori sani” di una capacità di stare attivamente in rapporto con gli altri, provando un interesse vero, profondo rispetto, desiderio autentico di incontrare l’altro “in diretta”, nel “qui e ora”, senza pregiudizi verso il passato o aspettative per il futuro; l’incontro di due persone disposte a “guardarsi nelle palle degli occhi”, pronte a svelarsi reciprocamente, lasciando cadere lentamente le maschere, i ruoli, le apparenze.
Due persone consapevolmente bisognose di scoprirsi e lasciarsi riscoprire dall’altro. Due persone interessate ad incontrare l’altro e a ri-conoscerlo per quello che è, non per ciò che ci aspettiamo che sia.
Esprimere le proprie emozioni e la propria sensibilità, non più viste come debolezze, senza che l’altro se ne serva per affermare la sua presunta superiorità. Ecco le basi di una relazionalità vera fondata sulla accettazione, il riconoscimento reciproco, l’assenza di giudizio e l’empatia.
Questo è ciò che legittimamente può definirsi “relazione”: tutto il resto, tutt’al più, sono rapporti interpersonali, contatti sociali o fugaci incontri fra sembianti.

Giudizio

“In ciò che sembriamo veniamo giudicati da tutti; in ciò che siamo da nessuno”(F. Schiller).

La paura del giudizio degli altri è uno dei condizionamenti più comuni del nostro vivere sociale. Temiamo più l’opinione degli altri su di noi, che non la nostra percezione su noi stessi. Eppure, per star bene non bisognerebbe guardare alle opinioni degli altri, dargli tutto questo potere di influenzamento della nostra autostima. Gli altri sono del tutto inattendibili quando emettono giudizi o esprimono valutazioni.
Quante volte ti sarà capitato di alzarti bene la mattina, uscire di casa con un senso di benessere e buonumore, ed hai poi incontrato un conoscente che ti ha detto: “che c’è, non stai bene, ti trovo sciupato, pallido?…”. Oppure, esattamente il contrario. Ti sei svegliato male, non ti senti bene, esci solo perché devi, ed hai incontri qualcuno che – incredibilmente! – ti dice: “ti trovo benissimo, sei in forma, complimenti!…”.
No, non è una questione oculistica, e neppure di superficialità degli altri. È solo la conferma – se mai ce ne fosse bisogno – dell’inattendibilità degli altri a cogliere i nostri stati d’animo, le nostre preoccupazioni o le gioie del momento.
Impariamo quindi ad ignorare le opinioni degli altri su di noi. Qualunque cosa gli altri sentano, pensino o dicano, non riguarda te, riguarda loro. Gli altri hanno le loro opinioni, in accordo al loro sistema di credenze; non possiamo avere responsabilità su cosa gli altri si aspettano da noi. Qualunque discrasia su ciò che siamo e ciò che gli altri pensano di noi è un loro errore, non un nostro fallimento.
Non lasciamoci mai sorprendere dai giudizi sommari, grossolani degli altri, molto spesso proiezioni inopportune dei loro problemi e delle loro condizioni. Contiamo soprattutto su noi stessi, diventiamo il nostro fidato riferimento. Salvo chi è veramente in empatia con noi (l’eccezione che conferma la regola), solo noi siamo in grado di comprendere chi siamo, come ci sentiamo e quello di cui abbiamo bisogno, i nostri desideri più intimi.
“Meglio essere folle per proprio conto che saggio con le opinioni altrui” (F. Nietzsche).

Preoccupati allora di costruire e consolidare una opinione personale di te stesso. Apriti autenticamente a te stesso, e mettici tutta la benevolenza possibile. Fallo con sincerità. Sii anche severo, spietato, se necessario, ma arriva ad una profonda accettazione di te stesso. Rivedi spesso questa “opinione” (che in realtà è parte della coscienza di sé), confrontala con la realtà che costruisci e che vivi. È qui che puoi misurare se quanto pensi di te corrisponda al vero o sia tanto distante dalla realtà.
I veri problemi che ci portano ansia, frustrazione, delusione, derivano da una irrealistica aspettativa che ci siamo creati di noi stessi. Se hai costruito un buon rapporto con te stesso, nessuno, neanche lontanamente, conosce meglio di te le tue parti migliori e quelle peggiori.
Quando è necessario, affidiamoci al nostro giudizio, che non deve essere inutilmente severo, ma comprensivo, sincero e riparatorio. Se contiamo su di noi, non saremo mai soli e sapremo sempre di poter fare riferimento a qualcuno che ci vuol bene e che ha veramente a cuore la nostra vita: solo tu puoi essere il tuo giudice più giusto, il critico più severo e il tuo migliore amico.

Gli Altri (e Noi)

“Un uomo che conosce se stesso non è mai disturbato da quello che la gente pensa di lui. È l’uomo che non conosce se stesso che è sempre preoccupato dell’opinione che gli altri hanno di lui. Tutta la conoscenza di sé è soltanto uno schedario in cui ha raccolto tutte le opinioni della gente. Tutta l’identità, l’immagine che hai di te stesso è creata dagli altri. Ma la gente cambia sempre opinione su di te, secondo come tira il vento, così tu sarai sempre in ansia, in balia delle idee degli altri” (Osho).

È difficile distaccarsi completamente dall’influenza degli altri. Siamo esseri relazionali ed il rapporto con gli altri è imprescindibile. Quando però dipendiamo eccessivamente dal giudizio degli altri, quando le nostre sicurezze, i nostri riferimenti, i nostri bisogni sono nelle mani degli altri, abbiamo seriamente limitato la nostra libertà. Abbiamo minato il senso di Sé e la nostra identità è sempre in bilico.
Il nostro Sé non può sopravvivere se alimentato solo dalla volontà e dalle conferme degli altri, sempre instabili e fluttuanti. È allora indispensabile riprendersi il “potere” su se stessi, ossia la capacità di costruire il senso di coesione e saldezza su noi stessi, sulla consapevolezza profonda che acquisiamo di noi stessi.

Non dobbiamo quindi intervenire sull’Altro, ma su di noi, salvo che l’altro non richieda esplicitamente un aiuto o una nostra opinione. Da dove ci viene infatti il diritto di avere opinioni sugli altri o di agire su di loro, quando a mala pena riusciamo a capire ciò che siamo o facciamo noi?!
Se ciò avviene è perché non siamo in contatto profondo con la nostra anima, la nostra vera essenza, e non siamo in grado di distinguere chiaramente noi dall’altro.
Ciascuno si occupi dunque di se stesso. Tenga per se opinioni e buoni consigli, anziché correre dagli altri ad offrire una comprensione del tutto distorta, perché autoreferenziale, riferita cioè a se stesso proiettato sull’altro.
Puoi aver bisogno degli altri ma non fino al punto di fare a meno di te stesso. “Tu stesso hai bisogno del tuo aiuto” (C.G. Jung).
Quando noi diventiamo i giudici più severi e i migliori amici di noi stessi, nulla può più spaventarci, perché il peggior rimprovero o il miglior complimento sono evenienze che conosciamo già, in quanto sono il frutto del nostro “dialogo interiore”.
Il peggio o il meglio che gli altri possono pensare di noi non è più attendibile della consapevolezza che abbiamo di noi stessi.

Allora l’immagine e il giudizio degli altri non ci toccheranno più di quel tanto, perché non hanno più la funzione che noi proiettivamente gli abbiamo attribuito.
“Fintanto che ti preoccupi di quello che gli altri pensano di te, appartieni a loro” (N.D. Walsch).
Bisogna in pratica togliere agli altri l’autorizzazione di darci un valore e di dirci ciò che siamo, un potere che inconsapevolmente ed impropriamente gli abbiamo attribuito.
“Io sono io, mi assumo la responsabilità di me stesso, mi occupo io di me, sono io che giudico di fronte alla mia coscienza ciò di buono o cattivo sono in grado di fare”.
Così anche gli Altri sono liberati dal compito di essere “buoni” e di “insegnarci” a vivere, e possono finalmente godere una relazione leale ed autentica con noi.
Sempre che, vicendevolmente, lo vogliamo veramente!

Distanza

”La distanza a volte consente di sapere che cosa vale la pena tenere e che cosa vale la pena lasciare andare” (L. Del Rey).

Uno dei segreti fondamentali della vita è saper mantenere la giusta distanza dalle cose e, soprattutto, dalle persone. Ciò che è giusto ovviamente non è mai assoluto, non può valere per tutti: è sempre individuale e situazionale (vale cioè in un contesto specifico e personale).
La distanza si misura dal “pathos”, dal sentimento (di piacere, gioia o di disagio, sofferenza), che proviamo verso le cose e le persone. Il “sentire” (con le emozioni e non solo con i sensi) può aiutarci a capire la forza dei sentimenti messi in campo in una relazione. La capacità di sentire quando avvicinarci (e quanto!), e quando invece è necessario ritrarci un po’ indietro per vedere l’altro come si dispone nei nostri confronti, è fondamentale.
Il “pathos della distanza” consente di comprendere che cosa vale la pena tenere e che cosa deve essere lasciato andare. Imparare a modulare il “pathos della distanza è una competenza emotiva cruciale in ogni relazione.
Non diamo dunque mai troppo a chi non è disposto a fare altrettanto, ma non sottraiamoci a donare per primi quando ci è richiesto. Muoviamoci nei rapporti “a fasi alterne”, concedendo il tempo all’altro di camminare al nostro stesso livello.
Se non lo facciamo, se non riusciamo a modulare la distanza emotiva, ci ritroveremo frustrati e delusi a chiederci come mai l’altro non ricambia le nostre attenzioni, la nostra dedizione, il nostro amore. Se l’altro è distante, vuol dire che è più disposto a prendere che a dare.
Chi non cammina al nostro fianco (né davanti, né dietro), evidentemente non è pronto ad un rapporto reciproco, simmetrico e paritario con noi. Pazienza! Meglio capirlo subito, prima che sia troppo tardi, per entrambi.

Confini personali

“Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi” (Matteo, 7:6)

Essere autentici nel rapporto con gli altri non vuol dire essere trasparenti. Si può essere spontanei, diretti, aperti al dialogo, senza per questo svelare inopportunamente la propria intimità; autentici non vuol dire essere ingenui, fidarsi di chiunque.
Conoscere l’altro, ri-conoscerlo autenticamente come altro-da-sé, vuol dire distinguere tra noi e le persone, imparare a conoscerle nelle loro differenze e nelle loro disponibilità.
La pelle è il confine del nostro corpo, così la mia identità finisce dove comincia la tua e viceversa. Rispettare questi confini è la base per creare un mondo di Persone, distinte, uniche, non di semplici individui indifferenziati, intercambiabili.
Il dialogo è fatto da due discorsi che si incontrano reciprocamente, non da due monologhi che si scontrano o che non si incrociano mai. Se stiamo comunicando realmente, efficacemente, dobbiamo essere disposti ad un reciproco ascolto attivo, non semplicemente ad aspettare il nostro turno per parlare!

Un bel dipinto si valorizza dentro una bella cornice! In un contesto relazionale fondato sulla reciproca accettazione e sul rispetto, possiamo regalare la nostra intimità solo alle persone che la meritano, con le quali abbiamo costruito una relazione vera.
Ci sono persone che parlano di sé con chiunque, senza distinguere minimamente e senza minimamente preoccuparsi della disponibilità dell’altro all’ascolto. Mancano di empatia, che è proprio la capacità di “entrare” nell’altro e riconoscerne lo stato d’animo del momento.
Rispettare se stessi e dare il giusto valore all’altro: è questo il solo modo per creare relazioni autentiche. Non come semplici accozzi di atomi solitari che sembrano caratterizzare i mille “contatti” impersonali nel caos sociale dei nostri tempi.

“Ricordati che se assolutamente unico. Esattamente come tutti gli altri!…”

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Circa l'autore:

Dr. Roberto Calia Psicologo Psicoterapeuta Milano
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