Saggezza e sapienza

Apertura mentale

Gli uomini non sono prigionieri dei loro destini,
ma sono solo prigionieri delle loro menti.”
(F.D. Roosevelt)

L’apertura mentale si fonda sul presupposto socratico “So di non sapere”.
Se pensi di sapere già, di sapere abbastanza, come pensi di poter imparare altre cose?
Se prima non fai spazio dentro di te, se non svuoti la mente dai tuoi pregiudizi, non potrai mai essere aperto a nuove acquisizioni.
Socrate diceva ancora: “Costui crede di sapere mentre non sa. Io almeno so di non sapere, ma non credo di sapere. Ed è per questa piccola differenza che io sembro essere più sapiente. Perché non credo di sapere quello che non so.”
Così la mente si predispone ad accogliere nuove idee, pensieri, emozioni, vivendole come arricchimento e non come mancanza.
Ed ogni volta che apprendi qualcosa di nuovo, puoi provare la gioia di renderti conto di quante cose in realtà non sai.

Il paradosso della saggezza è che ogni volta che comprendi qualcosa, che arricchisci la tua conoscenza, contemporaneamente stai allargando i confini la tua ignoranza!
“La mente è più grande del cielo. Perché se li metti fianco a fianco, l’una contiene l’altro. Facilmente” (E. Dickinson).
Concordo quindi con Socrate che: “Se sai di non sapere, sai già molto.”

C’è invece gente che non sa niente, e pensa di sapere tutto.
Si limitasse a pensarlo, poco male.
Il guaio è che parla, scrive, briga e agisce, credendo realmente che il suo pensiero sia vero…
Molti esprimono il loro (presunto) rigore mentale non cambiando mai idea.
Ritengono che questo sia segno di integrità e di coerenza.
Si indignano se altri invece cambiano idee od opinioni a seguito di nuove esperienze e di nuove acquisizioni (cognitive, sociali, culturali, ecc.).
Personalmente appartengo alla categoria socratica degli “ignoranti consapevoli”, alla quale apparteneva anche Freud, pur nel rigore della sua continua ricerca sui segreti della mente.
Chi la pensa come me sa che, man mano che apprende, si diventa sempre più consapevoli della propria ignoranza.
Perché ogni volta che si apre la porta della conoscenza, si spalanca davanti l’orizzonte infinito dello scibile (le cose a me sconosciute).
Più apprendo cose, più le cose che apprendo mi mostrano tutte le cose che non so e che quindi ora so di non sapere.
Più allargo il mio sapere, più mi appare davanti il baratro del mio non-sapere.
Più credo di sapere, più mi rendo conto di non sapere affatto.
La mia conoscenza si trasforma così nella consapevolezza della mia ignoranza.

Personalmente ho sempre imparato dai libri, attraverso lo studio e la lettura, costante e mai monotematica.
Quando leggo un libro, provo grande gratitudine per chi l’ha scritto, perché mi consente di ampliare le mie conoscenze e mi mette a disposizione i frutti della sua ricerca, che certamente gli sarà costata fatica.
Poi, a lettura finita, traggo le
conseguenze, mi rendo conto che il più delle volte il libro mi è stato utile entro un certo limite, mediamente più della metà era forse francamente inutile.
Ma nonostante ciò qualcosa rimane e mi ripaga del denaro speso per l’acquisto.
Mi è capitato così, di fronte a importanti contenuti, a nuove conoscenze, tecniche, scientifiche o semplicemente umane, di dover rivedere i puntelli e le coordinate del mio “sapere”.
Se poi approfondendo ulteriormente, il “nuovo” si impone come evidenza, non metto alcuna resistenza a mutare convinzione e a rivedere le mie “costruzioni mentali”.

A me non interessa sentirmi intelligente ascoltando dei cretini che parlano.
Preferisco sentirmi cretino ascoltando una persona eccelsa che parla” (F. Battiato).
Come Battiato, non si sono mai sentito inferiore o “cretino” di fronte ad una persona che era in grado di scardinare le mie convinzioni e le mie conoscenze.
Mi capita invece spesso di sentire imbarazzo (per loro), quando assisto alle penose esibizioni di tanti saccenti che, con incoscienza o con tanta supponenza, aprono la bocca per sciorinare ragionamenti banali, spacciandoli per genialità.
“Laggiù è seduto un uomo dalla mente aperta. Si sente lo spiffero fin da qui! (G. Marx)”.
Per grazia del buon Dio, ciò succede ad intermittenza, esponendoci a questa pena con una più tollerabile frequenza.

Dalla conoscenza alla consapevolezza

Ci siamo arricchiti in sapere, ma non in saggezza.
(C.G. Jung)

La conoscenza profonda della vita non avviene “a tavolino”, sia che riguardi il mondo interno (psiche) o il mondo esterno (realtà oggettiva, comportamenti, esperienze).
Lo studio e l’apprendimento sono strumenti di accesso al sapere, servono ad ampliare la nostra visione: come abbiamo vistro più studiamo e impariamo nuove cose, più ci rendiamo conto della vastità delle cose che non conosciamo.
Questo è il limite della nostra era dell’informazione dove tutti, grazie al web, sembriamo avere più facile accesso alle rete delle conoscenze.
Il sapere non è tout court saggezza.
Così come conoscenza non vuol dire automaticamente consapevolezza.
Fintanto che la conoscenza rimane “esterna”, fruibile all’accesso ma non interiorizzata, non potrà mai diventare consapevolezza e non avrà quindi il potere trasformativo dellla vera saggezza.
La saggezza vera è altra cosa.
Deriva dalla capacità, strettamente personale e “non scolarizzabile”, che ognuno di noi possiede (o non possiede) di rielaborare la conoscenza come esperienza diretta, integrandola con la ricchezza dei sentimenti e delle emozioni.
Si diventa saggi cioè quando interiorizziamo profondamente ciò che abbiamo imparato e compreso (cum, “preso con” noi, diventato nostro).
Quando cioè diventiamo consapevoli interiormente del significato di quel sapere e del senso che ha per la nostra vita.

Questa “metabolizzazione” del sapere non può avvenire se l’esperienza conoscitiva non è allineata con il nostro vero Sé, ossia con quello che siamo autenticamente come Persone intere (emozioni, affetti, coscienza).
Ecco perché tutta la conoscenza esterna, tutta la mole di informazioni di cui potenzialmente disponiamo (ma che è “là fuori”, non dentro di noi), non si trasforma automaticamente in cultura, e tantomeno in saggezza e consapevolezza.
La mente umana diventa più attiva e creativa man mano che il cervello diventa capace di sfruttate al meglio la sua capacità di integrare pensiero ed esperienza, usando contemporaneamente ragione, emotività, empatia e intuizione.

La mente matura

Le neuroscienze hanno dimostrano che non è affatto vero che con l’avanzare dell’età la salute del nostro cervello e le nostre funzioni mentali si deteriorano inevitabilmente.
Al contrario, la mente sembra rafforzarsi con l’età perché il cervello “maturo” riesce a sfruttare meglio le sue capacità di integrare pensiero ed esperienza, sapendo usare meglio e mettere insieme l’emotività, l’empatia e l’intuizione.
La mente, intesa come la sovrastruttura psichica che contiene il senso di sé interconnesso con la coscienza universale, diventa più forte quando il cervello invecchia.
Le strutture cerebrali cambiano e si sviluppano negli anni, perché lavorano sempre più all’unisono; alla capacità di analisi abbinano la capacita di sintesi e di connessione delle conoscenze e delle esperienze.
La mente della Persona matura è quindi più “plastica” perché ha imparato a mettere insieme ciò che apprende, a interiorizzare la conoscenza, trasformandola in consapevolezza profonda.
È il paradosso della saggezza: l’esatto opposto della convinzione diffusa che con l’avanzare dell’età la salute della nostra mente vada incontro soltanto ad un inevitabile deterioramento.

Non è importante “quindi “mantenersi giovani” a tutti i costi, cedendo alle lusinghe di una giovinezza artificialmente prolungata, quanto invecchiare bene, imparando a sfruttare al meglio le nostre potenzialità intellettive, affettive ed emotive.
Occorre che i “semi” della nostra mente siano continuamente irrigati con la curiosità, l’interesse, l’esplorazione e la creatività.
Cosi il cervello (la “testa”) si mette in comunicazione con la “pancia (che è definita “il secondo cervello”), passando per il “cuore” (da sempre simbolizzato con i sentimenti).
Come una giusta ricompensa, il sapere, le conoscenze raccolte si trasformano in vissuta consapevolezza.
La sapienza matura, che non è più una competenza meramente cognitiva, è diventata saggezza profonda.

“Sii più saggio degli altri, se riesci. Ma non andarglielo mai a dire” (Socrate).

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