Saggezza e sapienza

Integrità

“Ricordati che oggi incontrerai uno stolto che metterà a dura prova la tua bontà e la tua pazienza, un maldicente che sparlerà di te, un furbo che cercherà di usarti, un presuntuoso che pretenderà di aver ragione ad ogni costo, un prepotente che cercherà di sopraffarti, un iracondo che ti trasmetterà rabbia.Ma tu non ti lascerai turbare più di tanto, perché sarai in compagnia di un moderato che frenerà le tue reazioni, un buono che tramuterà in bene tutto il male che riceverai, un saggio che ti guiderà sulla retta via e ti farà prendere delle buone decisioni, ovvero sarai in compagnia di te stesso”.
(O. Falworth)

Di fronte alla perturbabilità del mondo, alla prepotenza, alla saccenza dei presuntuosi, dei furbi e dei superbi, la cosa più saggia è rendersi imperturbabili, mantenendo la centratura su se stessi.
Non perché siamo noi i detentori della Verità, ma semplicemente perché neanche gli altri lo sono.
Nessuno quindi mi è superiore e non sono inferiore a nessuno.
Nella precarietà del mondo, nego a chiunque il potere di impormi la sua visione, faccio riferimento a me stesso, perché è il solo, unico, sincero punto fermo su cui posso contare veramente.Sempre.
Quello che io sono e penso di me, è più vero e più importante di quel che tu pensi (di sapere) di me.
La mia dignità come Persona è sacra ed inviolabile!

Ascolta la tua coscienza, più che le opinioni degli altri!

Il tramonto del pensiero

“Un tempo non era permesso a nessuno di pensare liberamente. Ora sarebbe permesso, ma nessuno ne è più capace. Ora la gente pensa ciò che si suppone debba pensare. E questo lo considera libertà” (O. Spengler).

Una finta democrazia contraddistingue l’assetto politico-sociale dell’intero mondo occidentale.
L’establishment (il Sistema dominante) funziona come una “matrix” che orienta cultura, valori, credenze, comportamenti collettivi e persino i bisogni individuali.
Una sorta di apparente contraddizione logica, alimentata dagli strumenti del Potere (la politica, i media, gli opinion leader), consente a tutti di “credersi” liberi, di coltivare sogni, speranze, illusioni e desideri indotti, nel culto della libertà di parola.
Non è il massimo della libertà quello in cui ognuno è libero di pensare quello che vuole, pensando di fatto esattamente quello che vuole la cultura dominante?
Quale migliore mondo potremmo desiderare se in fondo siamo liberi di dire (quasi) tutto quello che vogliamo, e di fare (ipoteticamente) tutto quello che pensiamo (forse meglio: pensiamo di pensare!)?
Una condizione che Gaber argutamente smascherava, definendola con amara ironia “libertà obbligatoria”!
“Inutile parlare di libertà ad uno schiavo che pensa di essere libero”.

Il trionfo del relativismo etico, del qualunquismo e dell’individualismo esasperato.
Viviamo dunque in una apparente libertà assoluta. Ma è un’illusione.
Quella che noi chiamiamo “realtà” è solo un grande palcoscenico in cui siamo tutti chiamati a recitare un copione già scritto, a rivestire ruoli e parti che altri hanno deciso per noi.
Una gigantesca “finzione collettiva” in cui ognuno galleggia ipocritamente in superficie fra le infinite “verità” che ci propina la realtà, con un criterio relativista in cui vale “tutto e il contrario di tutto”.
“Per manipolare efficacemente il popolo, è necessario convincere tutti che nessuno li sta manipolando” (J.K Galbraith)

L’uomo medio dei nostri tempi pensa “per sentito dire”. Crede cioè di pensare.
In realtà utilizza concetti, argomentazioni, idee di altri, attinti dai giornali, dalla televisione, dai media.
Quando riflette riesce tutt’al più ad attingere ai propri pregiudizi e alle credenze radicate, che resistono nella sua testa, nonostante mille evidenze contrarie.
Quando si accalora, il livello del suo pensiero assurge a “tifo da stadio”, dove ovviamente ogni obiettività ed ogni ragionevolezza sono precluse.
Per sopravvivere in “questa” realtà sono possibili due vie.

La più facile è quella dell’Individuo adattato, che si accontenta (senza saperlo) di un “Io minimo”, funzionale alla realtà che passa, caratterizzato da una bulimica propensione a consumare beni, servizi e tecnologie che il Progresso ci propina a piene mani, nella convinzione illuministica e immanente dell’esaltazione della Ragione e della Scienza.
Un “Io-minimo” che deve negare la sua pochezza e nullità con la maschera della sua controfigura: un Ego megalomanico ed esibizionistico che, con le sue performance sul palcoscenico sociale, drammaticamente “annega” il senso di vuoto e l’assenza di significato della propria vita.
La rappresentazione narcisistica sostituisce ed annulla la presenza di sé, la vera essenza della Persona.

La seconda strada è appunto quella della Persona.
L’uomo diventa persona quando finalmente pensa con la propria testa e non si preoccupa più di conformare il suo pensiero a quello dell’opinione comune.
Con prudente umiltà afferma ciò che pensa, senza nessuna pretesa di rappresentare la “sola” verità possibile, ma di dare il proprio contributo diretto alla costruzione di una comunità di “esseri pensanti” e non solo di “cervelli all’ammasso”.
È un percorso tragico ed eroico, in cui l’individuo per elevarsi dalla nullità in cui rischia di precipitare deve cercare dentro se stesso la “sua” verità.
Non importa quanto questa lo porti a sentirsi non adattato, non conforme, non in sintonia con il mondo esterno.
È un dis-agio necessario se vogliamo recuperare l’agio di diventare se stessi, unici e per ciò stesso non omologabili.

Se ci riusciamo, il senso di coesione, di integrità e di sintonia interiore ci ripagherà ampiamente della fatica di stare al mondo, in “questo” mondo, privilegiando la posizione mentale di chi sa assumere la giusta distanza.
Una Persona che ha piena consapevolezza del presente, sia quando “viene a patti” con la realtà esterna, sia quando ne esce e “gioca” con la sua realtà interiore, da cui attinge la gioia e la forza vera per dare senso alla sua esistenza terrena.
“Sono così, sai, le persone sensibili. Sentono il doppio, sentono prima. Perché, esattamente un passo avanti al loro corpo, cammina la loro anima.” (S. Santorelli)

L’uomo mediocre è soddisfatto se pensa come tutti.
L’uomo sapiente è soddisfatto se pensa come pochi.
L’uomo saggio è soddisfatto se pensa come sé stesso.

Convinzioni

“A volte la gente non vuole ascoltare la verità perché non vuole vedere le proprie illusioni distrutte. Le convinzioni, più delle bugie, sono nemiche pericolose della verità” (F. Nietzsche).

Le convinzioni sbagliate sono dure a morire.
Ciascuno se le tiene strette perché costruisce la propria visione del mondo sul proprio sistema di credenze.
Anche di fronte alle evidenze contrarie, le personali interpretazioni delle cose si presentano come “verità ben confezionate”.
Anche quando si dimostrano “castelli in aria”, si pongono come un baluardo incrollabile.
Il nostro sistema di credenze è funzionale a difendere le illusioni che ci siamo creati per imbastire la “narrazione” della nostra presenza nel mondo.
Il declino delle illusioni è temuto come una minaccia alla propria integrità, psicologica e sociale.

Le resistenze ad ogni cambiamento (anche quando necessario o inevitabile) si fondano su questa strenua difesa, che in quanto rigida mostra tutta la sua inefficacia.
Questo arroccamento autoreferenziale sulle nostre limitate visioni dell’esistenza ci impedisce infatti di poter accedere a tutte le possibilità che la vita ci presenta.
La paura e la diffidenza vincono sulla creatività e l’innovazione.
Essere aperti a nuove visioni e prospettive non è alla portata di tutti, perché comporta di cercare un equilibrio all’interno di noi stessi e non sulle cose del mondo.
Non tutti sono disposti a tollerare la sola verità possibile che è fondata sul divenire eterno.
Il fluire della vita è vissuto come insicurezza ed instabilità perché è accompagnato alla visione nichilistica del divenire.
Si perde così il senso ultimo dell’esperienza dell’Essere che è eterno in quanto tale.
Il divenire è solo la manifestazione della vita.
L’Essere, in quanto esistente, non potrà mai, in ogni caso, divenire Nulla.

Conformità o disadattamento?

“L’uomo ragionevole si adatta al mondo. L’uomo irragionevole insiste nel cercare di adattare il mondo a sé. Quindi tutto il progresso dipende dall’uomo irragionevole” (G.B. Shaw).

Se nonostante l’appiattimento culturale e la pressione mediatica per farci aderire ed accettare il pensiero unico (relativismo etico, globalizzazione, asservimento economico al cosiddetto mercato neoliberale) riusciamo ancora a provare un senso di disagio per il mondo che ci circonda, il disgusto e il ripudio per certi comportamenti umani; o, ancora di più, se conserviamo ancora uno spirito critico per il modo di concepire il nostro vivere sociale, ebbene vuol dire che abbiamo ancora speranza di recuperare la nostra integrità.
Il predominio di un Sistema di potere, fondato sul culto del dio-denaro, e l’ossequio all’apparato scientifico-tecnologico in nome di una presunta Ragione e di un ideologico Progresso, nulla ha a che fare con i veri bisogni delle Persone e la difesa dell’Umanità, nel rispetto della Natura e dei principi universali che hanno finora guidato lo sviluppo antropologico dell’Uomo.
Ciascuno di noi deve fare un passo laterale (non indietro!) per recuperare la propria indipendenza di pensiero, la propria autonomia personale, morale, sociale, poggiando sui propri valori, sui sentimenti e le emozioni: la sola cosa su cui possiamo veramente contare (le risorse economiche e materiali sono soggette a penuria, le risorse umane, intangibili sono inesauribili, soggette ad abbondanza).
Come ricorda Gaber, “anche l’uomo più mediocre, diventa geniale se guarda il mondo con i suoi occhi.”

Se non ce la fate da soli, se “state male” per tutto ciò, cercate e fatevi aiutare da un buon terapeuta, preferibilmente anche lui “non pienamente adattato” a questa società malata.
“Non è segno di una buona salute mentale essere bene adattati ad una società malata” (J. Krishnamurti)
Al contrario, siete sempre “liberi” di appiattirvi a questo Sistema che promette a tutti felicità, successo e ricchezza. Una truffa colossale di massa!
In alternativa, d’accordo con W. Allen, c’è sempre Lourdes: a credere nei miracoli c’è ancora spazio e tempo per tutti!

Coerenza

“La felicità è quando ciò che pensi, che dici e che fai sono in armonia” (M. Gandhi)

Facile a parole riempire il mondo di buone intenzioni. Siamo tutti dei geni in teoria!
Più difficile mettere in atto ciò che razionalmente pensiamo, trasformare in azione le nostre idee.
Eppure bisogna provarci, bisogna cercare una coerenza fra ciò che sentiamo, ciò che pensiamo e ciò che poi facciamo (o non facciamo!) nella realtà concreta.
Provarci significa tenere come riferimento, come rotta, come prospettiva la meta ideale che vorremmo raggiungere.
L’ “Ideale” non è una brutta cosa, non confondiamolo con l’ideologia, che spesso invece si è trasformata in bandiera, pregiudizio, odio e tragedia.
Il crollo (giusto) delle ideologie ha finito però col sommergere tutto: sotto le macerie sono finiti gli ideali e persino le idee!
Provando a mettere insieme sentimenti, pensieri ed azioni, non sempre potremo essere perfetti (d’altronde non ce lo chiede nessuno di esserlo!), ma ci perfezioneremo giorno dopo giorno alla coerenza, ritrovando il senso di ciò per cui viviamo e la direzione in cui ci rivolgiamo.
Siamo VERAMENTE noi stessi quando sentiamo un senso di coerenza interna, di interezza e di armonia fra i diversi livelli del nostro “essere al mondo”: il corpo, la mente, lo spirito… Questo significa trascendere la realtà individuale isolata per immergersi nel rapporto con l’universale. Essere persona fra le persone.
“Più si è distanti dal proprio Sé, più si dipende dall’approvazione degli altri”(C. G. Jung).

È meglio essere odiati per quel che siamo veramente, piuttosto che essere amati per ciò che non siamo mai stati

Apertura mentale

“La mente è come un paracadute. Funziona solo se si apre” (T. Dewar)

Molte persone esprimono il loro (presunto) rigore mentale non cambiando mai idea.
Ritengono che questo sia segno di integrità e di coerenza.
Si indignano se altri invece cambiano idee od opinioni a seguito di nuove esperienze e di nuove acquisizioni (cognitive, sociali, culturali, ecc.).
All’opposto, l’apertura mentale si fonda sul presupposto socratico “So di non sapere”.
Se pensi di sapere già, di sapere abbastanza, come pensi infatti di poter apprendere altre cose?
Se prima non fai spazio dentro di te, se non svuoti la mente dai tuoi pregiudizi, non potrai mai essere aperto a nuove acquisizioni.
Socrate diceva ancora: “Costui crede di sapere mentre non sa. Io almeno so di non sapere, ma non credo di sapere. Ed è per questa piccola differenza che io sembro essere più sapiente. Perché non credo di sapere quello che non so.”

Così la mente si predispone ad accogliere nuove idee, pensieri, emozioni, vivendole come arricchimento e non come mancanza.
Ed ogni volta che apprendi qualcosa di nuovo, puoi provare la gioia di renderti conto di quante cose in realtà non sai.

Il paradosso della saggezza

“La mente è più grande del cielo. Perché se li metti fianco a fianco, l’una contiene l’altro. Facilmente” (E. Dickinson).

Il paradosso della saggezza è che ogni volta che comprendi qualcosa, che arricchisci la tua conoscenza, contemporaneamente stai allargando i confini della tua ignoranza!
Concordo quindi con Socrate che se sai di non sapere sai già molto!
C’è invece gente che non sa niente e pensa di sapere tutto. Il guaio è che parla, scrive, briga e agisce, credendo realmente che il proprio pensiero sia tutto.
Personalmente appartengo alla categoria socratica degli “ignoranti consapevoli”, alla quale apparteneva anche Freud, pur nel rigore della sua continua ricerca sui segreti della mente.
Chi la pensa come me sa che, man mano che si apprende, si diventa sempre più consapevoli della propria ignoranza.
Perché ogni volta che si apre la porta della conoscenza, si spalanca davanti l’orizzonte infinito dello scibile (le cose a me sconosciute).
Più apprendo cose, più le cose che apprendo mi mostrano tutte le cose che non so e che quindi ora so di non sapere.
Più allargo il mio sapere, più mi appare davanti il baratro del mio non-sapere.
Più credo di sapere, più mi rendo conto di non sapere affatto.
La mia conoscenza si trasforma così nella consapevolezza della mia ignoranza.

Ho sempre imparato dai libri, attraverso lo studio e la lettura, costante e mai monotematica.
Quando leggo un libro, provo grande gratitudine per chi l’ha scritto, perché mi consente di ampliare le mie conoscenze e mi mette a disposizione i frutti della sua ricerca, che certamente gli sarà costata fatica.
Poi, a lettura finita, traggo le conseguenze, mi rendo conto che il più delle volte il libro mi è stato utile entro un certo limite, mediamente più della metà era forse francamente inutile.
Ma ciononostante qualcosa rimane e mi ripaga del denaro speso per l’acquisto.
Mi è capitato così, di fronte a importanti contenuti, a nuove conoscenze, tecniche, scientifiche o semplicemente umane, di dover rivedere le coordinate e i puntelli del mio “sapere”.
Se poi approfondendo ulteriormente, il “nuovo” si impone con maggiore evidenza, non metto alcuna resistenza a mutare convinzione e a rivedere le mie “costruzioni mentali”.
“A me non interessa sentirmi intelligente ascoltando dei cretini che parlano. Preferisco sentirmi cretino ascoltando una persona eccelsa che parla” (F. Battiato).

Come Battiato, non si sono mai sentito inferiore o “cretino” di fronte ad una persona che era in grado di scardinare le mie convinzioni e le mie conoscenze.
Mi capita invece spesso di sentire imbarazzo (per loro), quando assisto alle penose esibizioni di tanti saccenti che, con incoscienza o con tanta supponenza, aprono la bocca per sciorinare ragionamenti banali, spacciandoli per genialità.
“Laggiù è seduto un uomo dalla mente aperta. Si sente lo spiffero fin da qui!” (G. Marx).

Per grazia del buon Dio, ciò succede ad intermittenza, esponendoci a questa pena con una più tollerabile frequenza.

Dalla conoscenza alla consapevolezza

“Ci siamo arricchiti in sapere, ma non in saggezza” (C.G. Jung).

La conoscenza profonda della vita non avviene “a tavolino”, sia che riguardi il mondo interno (psiche) o il mondo esterno (realtà oggettiva, comportamenti, esperienze).
Lo studio e l’apprendimento sono strumenti di accesso al sapere, servono ad ampliare la nostra visione; come abbiamo visto più studiamo e impariamo nuove cose, più ci rendiamo conto della vastità delle cose che non conosciamo.
Questo è il limite della nostra era dell’informazione dove tutti, grazie al web, sembriamo avere più facile accesso alle rete delle conoscenze. Il sapere non è tout court saggezza.
Così come conoscenza non vuol dire automaticamente consapevolezza.
Fintanto che la conoscenza rimane “esterna”, fruibile all’accesso ma non interiorizzata, non potrà mai diventare consapevolezza e non avrà quindi il potere trasformativo della vera saggezza.
La saggezza vera è altra cosa.Deriva dalla capacità, strettamente personale e “non scolarizzabile”, che ognuno di noi possiede (o non possiede) di rielaborare la conoscenza come esperienza diretta, integrandola con la ricchezza dei sentimenti e delle emozioni.

Si diventa saggi cioè quando interiorizziamo profondamente ciò che abbiamo imparato e compreso (“preso con”, diventato nostro).
Quando cioè diventiamo consapevoli interiormente del significato di quel sapere e del senso che ha per la nostra vita.
Questa “metabolizzazione” del sapere non può avvenire se l’esperienza conoscitiva non è allineata con il nostro vero Sé, ossia con quello che siamo autenticamente come Persone intere (emozioni, affetti, coscienza).
Ecco perché tutta la conoscenza esterna, tutta la mole di informazioni di cui potenzialmente disponiamo (ma che è “là fuori”, non dentro di noi), non si trasforma automaticamente in cultura, e tantomeno in saggezza e consapevolezza.

La mente umana diventa più attiva e creativa man mano che il cervello diventa capace di sfruttate al meglio la sua capacità di integrare pensiero ed esperienza, usando contemporaneamente ragione, emotività, empatia e intuizione.

La mente matura

“Gli uomini non sono prigionieri dei loro destini, sono solo prigionieri delle loro menti”(F.D. Roosevelt).

Le neuroscienze hanno dimostrano che non è affatto vero che con l’avanzare dell’età la salute del nostro cervello e le nostre funzioni mentali si deteriorano inevitabilmente.
Al contrario, la mente sembra rafforzarsi con l’età perché il cervello “maturo” riesce a sfruttare meglio le sue capacità di integrare pensiero ed esperienza, sapendo usare meglio e mettere insieme l’emotività, l’empatia e l’intuizione.
La mente, intesa come la sovrastruttura psichica che contiene il senso di sé interconnesso con la coscienza universale, diventa più forte quando il cervello invecchia.
Le strutture cerebrali cambiano e si sviluppano negli anni, perché lavorano sempre più all’unisono; alla capacità di analisi abbinano la capacità di sintesi e di connessione delle conoscenze e delle esperienze.
La mente della Persona matura è quindi più “plastica” perché ha imparato a mettere insieme ciò che apprende, a interiorizzare la conoscenza, trasformandola in consapevolezza profonda.
È il paradosso della saggezza: l’esatto opposto della convinzione diffusa che con l’avanzare dell’età la salute della nostra mente vada incontro soltanto ad un inevitabile deterioramento.

Non è importante “quindi “mantenersi giovani” a tutti i costi, cedendo alle lusinghe di una giovinezza artificialmente prolungata, quanto invecchiare bene, imparando a sfruttare al meglio le nostre potenzialità intellettive, affettive ed emotive.
Occorre che i “semi” della nostra mente siano continuamente irrigati con la curiosità, l’interesse, l’esplorazione e la creatività.
Così il cervello (la “testa”) si mette in comunicazione con la “pancia (che è definita “il secondo cervello”), passando per il “cuore” (da sempre simbolizzato con i sentimenti).
Come una giusta ricompensa, il sapere, le conoscenze raccolte si trasformano in vissuta consapevolezza.
La sapienza matura, che non è più una competenza meramente cognitiva, è diventata saggezza profonda.

“Sii più saggio degli altri, ma non andarglielo mai a dire”. (Socrate).

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