Senso e scopo della vita

Il senso della vita

“La scienza non puo’ risolvere il mistero ultimo della natura. E ciò perché, in ultima analisi, noi stessi facciamo parte del mistero che stiamo cercando di risolvere.”
(M. Planck)

Il significato che noi diamo alle cose e agli eventi della vita è determinato dalla nostra soggettività, ossia da ciò che crediamo e da ciò che percepiamo, più che dai fatti in sé. Ciò non significa che “tutto è relativo”, ma che l’oggettività, ossia la verità ultima, è più un’illusione che una certezza.
La fisica quantistica ha dimostrato che la realtà materiale cambia in relazione all’esperienza stessa di chi osserva gli eventi fisici. Questo in parole povere significa che, con la nostra partecipazione soggettiva, noi siamo in grado di influenzare ciò che ci succede e siamo in parte co-creatori della nostra realtà.
“Quando cambi il modo di osservare le cose, le cose che osservi cambiano”.
Sostanzialmente la vita ha il senso che noi stessi contribuiamo ad attribuirle.
Smettiamola allora di considerarci vittime impotenti delle volontà altrui. Non aspettiamo che siano gli altri a determinare il senso e la direzione della nostra vita. Assumiamoci la responsabilità che ci spetta e diventiamo protagonisti attivi del nostro destino.
“Il tuo compito è scoprire qual’è il tuo compito e dedicartici con tutto il tuo cuore” (Buddha).

Nessuno oggi sembra occupato (né pre-occupato) a cercare il senso della vita e a perseguire lo scopo vero della propria esistenza personale. Poche persone si interrogano a fondo su quale possa essere il fine ultimo, il significato più elevato del proprio essere al mondo. I più preferiscono evitare di entrare in contatto con la dimensione più profonda di se stessi. Anche laddove c’è malessere e disagio, il desiderio si spinge al massimo a liberarsi dei sintomi e della sofferenza. Non si avverte alcuna necessità di ri-trovare un senso, ma tutto al più solo l’intenzione di recuperare le forze per affrontare la realtà.
Di cosa abbiamo paura? Sia pur inconsapevolmente, temiamo di entrare in contatto con ciò che siamo autenticamente, al di fuori delle sovrastrutture sociali o delle comode coordinate in cui abbiamo incanalato la nostra vita, una matrice socio-culturale che ora indossiamo e che è diventata la gabbia della nostra identità psico-sociale. Questa identità ora ci rappresenta e funziona “come se” fosse il nostro Sé, a scapito il più delle volte della nostra vera essenza.
Temiamo dunque di non essere poi in grado di vivere in coerenza e sintonia con la nostra vera natura, oppure di non saper sostenere la responsabilità di andare incontro ai nostri più profondi desideri (non i bisogni!), di realizzare qualcosa di più significativo e più incisivo, per la nostra vita e quella degli altri.
Lo scarto fra ciò che siamo autenticamente e ciò che pensiamo di essere può essere enorme. Non ce la sentiamo di assumerci il compito di tentare di “fare la differenza” a questo mondo.
Abbarbicandoci ad una concezione immanente, materialistica, ad una esistenza afinalistica, “senza senso”, non ci sottraiamo in ogni caso alla sofferenza di sentirsi disallineati, fuori strada. Non possiamo comunque sfuggire ad un penoso sentimento di incompiutezza e di mancanza. È questo il dramma esistenziale collettivo in cui oggi viviamo, manifestato nella pandemia delle malattie del corpo e dell’anima.
Tutte le sofferenze mentali che ho affrontato nella mia esperienza si riconducono a questo comune sentimento di mancanza e al desiderio sottostante, prima inconscio, poi progressivamente più cosciente, di colmarla.

Lo scopo della vita

“La meta è questa: mettermi sempre là dove io possa servir meglio, dove la mia indole, le mie doti e le mie qualità trovino il terreno migliore, il più largo campo d’azione” (H. Hesse).

Questo aspetto richiama più la dimensione spirituale dell’uomo, che non semplicemente quella psicologica o somatica. Jung e Hillman parlano di anima oltre che di psiche. È una sorta di “emergenza spirituale”, che nasce da un’inquietudine, da un bruciante desiderio di completezza, dal bisogno di dare risposta al mistero della propria identità.
Non basta quindi ricercare la causa, la spiegazione clinica dello star male. Dietro il malessere c’è l’impellente necessità di ritrovare il ben-essere (spesso dimenticato o negato), che non significa più semplicemente “assenza di malattia” ma completamento, totalità dell’Essere.
Per ri-scoprire il proprio scopo di vita si deve intraprendere un percorso personale, entusiasmante ma nello stesso tempo faticoso ed irto di difficoltà. Si deve andare in profondità, in contatto con il nostro mondo interiore, imparando ad ascoltare le nostre emozioni, le sensazioni, le aspirazioni, le intuizioni più minute, siano esse gioiose o dolorose.
È una ricognizione emotiva ed affettiva, per rinvenire la nostra “missione”, il senso personale della nostra esperienza mondana. Il “pathos” e la fatica di questa escursione privata ci possono essere ripagati dal ritrovare il piacere di essere “tornati a casa”, dal riprendere il filo di una esistenza vissuta in armonia con le aspirazioni della propria anima.
Man mano che si procede a “mettere ordine” nel proprio mondo interno, si scopre lentamente un silente vuoto interno, che fa prendere coscienza del senso di “mancanza” e del bisogno di completamento.
Il lavoro psicologico profondo è come la ricomposizione di un grande puzzle, la cui soluzione consiste nel mettere i pezzi al posto giusto. Spesso la soluzione avviene quando ci si accorge che il posizionamento di alcuni frammenti era solo apparentemente corretto, ma per giungere alla effettiva interezza del quadro e non rimanere con dei “pezzi” in mano, occorre spostare e riposizionare tutto il puzzle.

La motivazione ad intraprendere un percorso approfondito, tutto interno a se stessi, può mancare all’inizio, ma è inevitabile che si incontri in un serio lavoro psicoterapeutico, che non miri solo al sintomo ma alla radice del malessere. Dietro ogni sintomo, ogni tipo di sofferenza, non ci sta solo la “spiegazione” clinica, scientifica, di quello specifico problema (che in ogni caso in terapia si affronta, per lenire il disagio e rafforzare l’alleanza terapeutica).
Una psicoterapia, quando evolve positivamente, porta ad un senso di completezza, di maggiore saldezza, ma soprattutto di coesione interna. Il risultato finale non sempre corrisponde a quello che inizialmente il paziente pensava di dover semplicemente “risolvere”.
Star bene significa sentirsi “allineato”, con un senso di benessere psicofisico avvertito come “energia” che spinge verticalmente dal basso verso l’alto.
La persona non è più “sofferente” (come paziente ha avuto letteralmente “pazienza” insieme al terapeuta nel fare questo percorso!), è ora più profondamente consapevole, ha riconquistato la sua autonomia (non solo dall’analista, ma soprattutto dagli altri, nella sua realtà esterna), è in grado di riprendere il cammino interrotto della sua vita.
Il segreto è che non ci sono segreti, misteriosi o spaventosi, da svelare. La terapia non consiste nel farsi “mettere a posto” (dal medico) le cose che non vanno, ma nel percorrere fino in fondo la “via della selva”, vincendo le paure e le resistenze, per ricercare dentro di sé quel senso, personalissimo e mai sovrapponibile a quello di nessun altro, che era “lì” (nel nostro più intimo e privato spazio del Sé) ed aspettava solo di essere riportato alla luce.
Essere al mondo autenticamente richiede di correre il rischio di “rinascere” alla vita, mantenendo ferma la rotta di un viaggio che ci vede ad un tempo spettatori e protagonisti del nostro destino.

“Il senso della vita è quello di trovare il vostro dono. Lo scopo della vita è quello di regalarlo” (P. Picasso),

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Circa l'autore:

Dr. Roberto Calia Psicologo Psicoterapeuta Milano
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