Il successo

Successo o popolarità?

“Non è nessuno, ma credendosi tutto, riesce a sembrare qualcuno.”
(R. Gervaso)

Essere popolari è ormai diventato l’obiettivo principale della vita, specie fra i giovani (ma non solo).
Pur di esibirsi in televisione, sui giornali, sui social si fa di tutto: è quasi un’ossessione.
Si compiono gesti estremi pur di mostrarsi. “Essere” una persona di successo è completamente frainteso (e scambiato) con l’ “avere” popolarità! Sembra sparita la differenza sostanziale fra le due cose.
Se non sei noto, se non appari, se non vai in televisione, non sei nessuno!
Per essere popolari non occorre nessun vero talento, nessuna competenza particolare. La popolarità è estemporanea, completamente affidata agli eventi esterni e alle esigenze del pubblico. Basta dare in pasto alla morbosità della gente quello che è più funzionale in quel determinato momento e, come per magia, hai il tuo momento di gloria.
Peccato che non è “tuo” ma è completamente in balia della mutevolezza soggettiva delle masse, che a loro volta sono influenzate e manipolate dal fluire rapido di queste “apparizioni”.
In un circolo vizioso perverso, di cui nessuno sembra in grado di gestire la direzione.

Nulla è più suscettibile di fallimento quanto una popolarità effimera non sostenuta da alcun vero talento.
Non è come il successo vero che si conquista sul campo (nel “proprio” campo), dopo anni di dedizione e fatica. L’esatto contrario di ciò che accade oggi.
Il successo si concepisce tout court come fosse il valore di sé e tutto si misura con la popolarità. Avere popolarità invece non vuol dire di diritto essere una persona di valore (che, questo sì, è precondizione del vero successo).
Ci sono tanti uomini e donne di spessore autentico, che operano in tutti i campi della vita sociale, senza assurgere necessariamente alla popolarità mediatica.
Per molti il successo della popolarità, senza talenti e competenze certi, si rivela solo una rapida meteora che precipita rovinosamente nell’oblìo.
“C’è un successo che si fonda sul merito e uno sulla fortuna. Il primo dura di più. Il secondo costa di meno” (R. Gervaso).

Il successo vero è il frutto maturo di un lungo cammino, fatto di fatiche, crescita, esperienze, tutte cose solidamente appoggiate a talenti, capacità personali e competenze acquisite sul campo, nella battaglia della vita.

Il vero successo

“Cerca di diventare non un uomo di successo, ma un uomo di valore.” (A. Einstein)

Il successo è dato da un particolare mix individuale, fatto di capacità ed attitudini personali, competenze specifiche ed esperienze maturate, che le persone (quelle più “capaci”) esprimono in un ambito determinato.
Il vero successo è il risultato di un percorso complesso di crescita personale e di conquiste professionali, accompagnato dalla necessaria determinazione, appoggiata al possesso di talenti unici, che spesso non sono “scolarizzabili”, ma sono elementi caratteristici di ciascuno di noi. Il talento o ce l’hai o non ce l’hai!
È il risultato di un faticoso cammino, spesso reso tortuoso e velenoso dalla rivalità competitiva, che si poggia su abilità indispensabili: la passione, una visione incrollabile, l’ispirazione, la determinazione, la creatività e l’innovazione. Tutte attitudini necessarie a tenere alta la motivazione e il timone dritto verso la prospettiva auspicata.
Il successo autentico si fonda sulla aspirazione, che è l’aspettativa legittima di raggiungere ciò che è nelle nostre possibilità e in cui crediamo profondamente. Niente a che vedere con l’ambizione smodata, una bramosia compulsiva di riconoscimenti, a prescindere dai meriti effettivi e dalle risorse messe in campo.
È tutto questo che distingue il successo da una scalata repentina, conseguita per circostanze favorevoli o troppo spesso – ahimè- per meriti altrui.
Le vere persone di successo promanano una forza, un’energia e un carisma unici.
Hanno soprattutto un’Etica.
“Ci sono tre qualità che ogni individuo deve avere per raggiungere il successo: la pazienza di un monaco, il coraggio di un guerriero, l’immaginazione di un bambino” (S.V. Sagan).

Ma non è affatto dato che il Successo raggiunga il palcoscenico mediatico e quindi la Popolarità.
Così il fascino della popolarità continua ad emanare la sua attrattività, come il canto delle sirene della mitologia omerica, funziona come una “droga” irresistibile.
Per i più non basta ESSERE, l’importante è APPARIRE. Nella società del consumo è come se lo scopo dell’uomo non fosse più quello di vivere ed essere, bensì quello di essere riconosciuto dagli altri. Il valore di sé non è dato da ciò che io so di me, ma da quello che gli altri pensano di me, non importa se sia vero o solo frainteso. Non il talento, le capacità e le competenze che dovrebbero invece essere premiati, nel silenzio e senza plateali esibizioni
Su questa esigenza si fonda il grande dogma della contemporaneità: “si ha successo solo se si appare.” Il successo È la popolarità, conseguita non importa come.
L’apparenza incanta.
Pronti, parvenza, via!

L’evanescente popolarità

“Fino a poco tempo fa registi, scrittori, pittori avevano due possibilità: il giudizio dei contemporanei e il giudizio dei posteri. Nell’era digitale (dove tutto si conserva ma di nulla si ha ricordo) l’arte non ha una seconda possibilità, si consuma e di esaurisce nel presente: ci sarà sempre talmente tanto da non lasciare spazio al passato.” (D. Ferrario)

Le motivazioni della popolarità sono cambiate radicalmente. Spesso si gode di popolarità senza una ragione.
Prima si diventava famosi compiendo azioni e opere importanti, degne di memoria, più volte in senso meritorio, qualche volta persino malvagie.
Ma sempre per qualcosa di permanente.
Oggi invece i media confezionano celebrità il più delle volte immotivate e dalla consistenza esilissima.
“In futuro tutti saranno famosi per 15 minuti” (A. Wahrol).
Warhol viveva in un mondo in cui le comunicazioni di massa erano un sistema gerarchico e verticale, lontano dall’orizzontalità della rete, democratica o populista, a seconda delle opinioni.
La frase oggi si completerebbe così: “tutti saranno famosi per 15 minuti, ma nessuno dopo si ricorderà di loro”.
La differenza sostanziale fra il passato e il presente è chiara: in precedenza i processi sociali si rifacevano alla memoria umana, che è selettiva.

La selezione effettuata dalla memoria non è casuale, è basata sull’esperienza esistenziale collegata in ognuno di noi a quel ricordo (ed alle emozioni ad esso legate).
Ti resta in testa un libro, un film, un’opera per le emozioni che hai provato e per il contesto in cui è avvenuto.
Gli strumenti tradizionali sono ormai superati.
Ora la permanenza delle esperienze è affidata alla memoria digitale, non più a quella umana.
Tutto è affidato ad una specie di big bang cosmico, in un database dove non c’è una gerarchia: uno vale l’altro.
Il problema è che quando un archivio è troppo grande, smetti di gestirlo tu ed è lui a gestire te.
Non c’è nessuno in grado oggi di dominare anche solo la pura estensione dei dati virtuali disponibili.
C’è sempre talmente tanta informazione, tutta insieme, nel presente, da non lasciare spazio al passato.
Date queste condizioni oggettive, è veramente difficile pensare che qualcuno (inteso come essere umano) possa un giorno trovare il tempo e la motivazione di interrogarsi su una cosa del passato.

In futuro non ci sarà nessuno con una motivazione abbastanza forte (culturale o anche solo professionale) che riterrà utile voltarsi indietro piuttosto che stare al passo coi tempi, limitandosi solo al qui e ora.
Non potendo selezionare nulla sotto forma di ricordi ed esperienza, ci sarà sempre più informazione da gestire tutta insieme nel presente.
Memoria, tempo, esperienza: senza queste coordinate ogni forma espressiva sarà condannata a vivere in un eterno presente che durerà i 15 minuti preconizzati di Warhol, o forse meno.
E poi, sipario.

Roberto Calia

PS: Il paradosso è che il personaggio che ha fatto di tutto per diventare noto al pubblico, quando è diventato popolare, molto spesso è poi costretto a nascondersi per non farsi riconoscere e poter recuperare un minimo di vita privata, al di fuori di un palcoscenico sempre aperto. Che finisce per consumarlo: il personaggio non è la Persona ma solo una sua maschera.

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