Vizi privati e pubbliche virtù

Molti difetti e qualche raro pregio

“Uno può avere un focolare ardente nell’anima e tuttavia nessuno viene mai a sedervisi accanto. I passanti vedono solo un filo di fumo che si alza dal camino e continuano per la loro strada.”
(V. van Gogh)

I vizi capitali descritti dalla teologia morale antica (superbia, avarizia, lussuria, invidia, gola, ira e accidia) sembrano ormai essere comportamenti desueti, soppiantati da nuovi tratti contemporanei, più aderenti alle dinamiche e alle contraddizioni sociali, politiche, economiche e relazionali del mondo odierno. Vizi, peccati e tabù continuano comunque ad essere massicciamente presenti nello scenario delle relazioni interumane perché rappresentano in genere il compromesso fra il mondo delle pulsioni, che preme verso l’appagamento incondizionato, e l’adattamento sociale al mondo, alla realtà comune. Come il carattere, le nevrosi e tutta la patologia psichica, i pensieri, le azioni e i tratti comportamentali persistenti, manifestati da ciascuno di noi, con le proprie peculiari configurazioni personali, possono essere considerati come una risposta sbagliata alla nostra ricerca di appagamento. È come se attraverso quei comportamenti reiterati, quelle configurazioni emotive e cognitive della nostra mente noi perseguissimo l’illusione di essere felici ma, mancando il bersaglio, ne ricaviamo ulteriore insoddisfazione e un senso di vuoto che ci divora, e che è alla base di tutte le sofferenze mentali (e non solo).

Attraverso le ferite che i nostri “vizi”, i tratti caratteriali patologici, i pensieri coatti e ripetitivi arrecano ai nostri affetti e alle nostre relazioni, noi possiamo tentare di riparare il danno e cercare di ritrovare le risposte più adeguate ad annullare il vuoto di sé e a perseguire il nostro desiderio più grande: il senso di completezza e di totalità del nostro essere al mondo. In tal senso è indispensabile prenderne consapevolezza e riprenderci quel potere personale sulle nostre vicissitudini interiori, che troppo spesso inopinatamente deleghiamo a ciò che ci accade fuori, proprio mentre perseguiamo l’illusione di avere potere e controllo sugli altri e sul mondo.

Riporto qui le mie considerazioni su alcuni di questi comportamenti socialmente rilevanti, al di là del riferimento diretto ai vizi capitali e alle virtù come descritti dalla classica letteratura sia teologica che psicologica.

Ipocrisia

“Gli ipocriti non si accontentano di essere malvagi come tanti altri; vogliono anche passare per buoni, e con la loro falsa virtù fanno sì che gli uomini non osino più fidarsi di quella vera.”
(Fénelon)

L’ipocrisia è uno dei comportamenti più pericolosi e nocivi nei quali è possibile imbattersi nella vita quotidiana. La parola deriva dal greco “ipòcrisis” e significa “simulazione”: nel mondo antico l’ipocrita era l’attore sulla scena teatrale. L’ipocrisia ha quindi a che vedere con la simulazione; peccato che nella sua manifestazione odierna il suo il palcoscenico non sia più il teatro, ma la vita reale stessa.
Ci sono diversi tipi di ipocrisia e quindi di ipocriti. Il tipo di falsità più diffuso è quello di chi vuole essere accettato ed elogiato, e quindi adotta idee e opinioni, a seconda del contesto in cui si trova. L’ipocrisia viene usata per occultare la “volontà di potenza” del soggetto che mira a qualcosa (un bene, una posizione, la benevolenza o l’affetto dell’altro) senza che questo scopo primario sia chiaramente espresso.
Ma perché l’ipocrita camuffa le sue vere opinioni o intenzioni, anche quando fossero legittime? Il motivo è il suo intimo senso di inadeguatezza e di incapacità a relazionarsi in modo adeguato col mondo esterno. L’ipocrita è di fondo un insicuro, un invidioso, convinto di non possedere le capacità necessarie a sostenere un rapporto alla pari con la persona che gli sta di fronte; per questo si cuce addosso una maschera sociale per rendersi prima gradito e accettato e, quindi, poi per prevalere e ottenere vantaggi personali, fino a tentare d’imporre ciò che vuole. Nell’ipocrisia sussistono evidenti fattori di frustrazione e di rabbia repressa, che un costante meccanismo psicologico di difesa, impedisce che possano trapelare.

Nella vita di tutti i giorni, entro certi limiti, è normale utilizzare psicologicamente una maschera sociale. Nel teatro greco antico la maschera veniva usata per far risuonare la voce (per-sonat); dietro la maschera si cela dunque la persona (in latino persona deriva dall’etrusco phersu e significa, appunto, maschera).
Ognuno adotta una maschera preferita che considera funzionale e che indossa di prevalenza nei suoi rapporti col mondo esterno. Da questo punto di vista, si potrebbe dire che tutti nella vita facciamo un uso pur modesto dell’ipocrisia, ad esempio in particolari occasioni sociali in cui, per diplomazia o convenzione sociale, non è necessario o opportuno esprimere senza filtri il nostro vero sentire.
Mentre molte persone non sono nemmeno consapevoli di indossare una maschera sociale, l’ipocrita ne è invece ben consapevole e anzi volutamente non la toglie quasi mai, anche se questo gli comporta un enorme dispendio di energie psichiche. In pratica, l’ipocrita amplifica questi meccanismi psicologici di controllo a suo esclusivo uso e consumo.
L’ipocrita dunque recita per sembrare quello che non è. La bugia che adopera è una affermazione consapevolmente falsa. Il suo atteggiamento è intenzionalmente incoerente tra le azioni svolte e i valori enunciati.
Falsità ed ipocrisia violano il principio di lealtà, verso se stessi e gli altri. In questo c’è una forte assonanza fra ipocrisia e narcisismo. Entrambi vogliono piacere in ogni modo, vogliono avere senza essere disposti a dare. Delle loro vere opinioni, emozioni, sentimenti, naturalmente nessuno deve sapere. L’inautenticità dei loro atteggiamenti è il tratto distintivo.

L’ipocrisia si manifesta in ogni vicenda umana. È pienamente istituzionalizzata nella nostra società, quasi normalizzata. La vediamo nei politici, in alcuni dei nostri familiari, amici o colleghi e raramente reagiamo di fronte ad essa.
In qualche modo siamo consapevoli del fatto che si tratta di una battaglia persa in partenza: è una missione impossibile cambiare qualcuno che non è onesto nemmeno con se stesso! Con il tempo ci rassegniamo al fatto che l’ipocrisia regni sovrana e che instauri una falsa convivenza, in cui si esibiscono gloriosi principi morali e belle ideologie che spesso nascondono una mancanza di coraggio o il semplice disinteresse verso gli altri.
Siamo immersi nell’ambiguità: ci richiedono sincerità, ma poi sono in tanti ad offendersi se diciamo la verità. Poco a poco ci ritroviamo in situazioni in cui ci chiediamo quale sia la cosa migliore da fare: ferire con sincerità oppure mentire per semplice perbenismo?

L’ipocrisia non si vince, la si affronta. Tentare di cambiare l’ipocrita è impresa impossibile. Quello che possiamo fare è mostrarci autentici e cercare di disattivare l’influenza degli altri su di noi.
Le persone autentiche sono quelle che riescono a mostrarsi in modo congruo alle diverse situazioni, rimanendo fedeli a se stesse. Sono quelle persone che mettono gli altri a loro agio perché con loro non occorre mettere in atto comportamenti difensivi stancanti e insoddisfacenti.
Soprattutto ci dimostrano che è possibile e vantaggioso essere sé stessi e che è possibile quindi amare, voler bene, lottare per raggiungere i propri obiettivi anche senza sotterfugi mentali e senza sottoporre la nostra personalità alla maschera (di ferro) dell’ipocrisia e della falsità. Nel contesto di relazioni sane e nei momenti opportuni, la persona vera si manifesta facendo cadere la maschera, rivelando così la sua natura più autentica.
Manteniamo dunque un dialogo costante con noi stessi per ricordarci chi siamo, quali sono i nostri valori e le cose in cui crediamo. Gli ipocriti si contraddicono sempre. Inutile discutere, limitiamoci ad evidenziare le contraddizioni e teniamoci a distanza. Quello che dice, pensa o fa l’ipocrita non merita veramente alcun interesse.

L’ipocrisia è uno stressante sotterfugio infantile per procurarsi accettazione e possesso: alla lunga, non paga. È solo aria, il respiro di una marionetta codarda che ha fatto della falsità il regno del suo gioco. E che prima o poi giunge alla sua conclusione.
“Nessuno può portare a lungo una maschera finta. Le cose finte cadono per loro stessa natura” (Seneca).

Invidia

“L’invidia è il tormento dell’impotenza.”
(S. Natoli)

L’invidia è un brutto sentimento. È forse la peggiore malattia sociale, al pari dell’ignoranza e dell’arroganza (che il più delle volte sono associate). L’invidia è come una epidemia virale: strisciante, pervasiva, malefica. È difficile non venirne contagiati. Non solo fa vivere male, ma non ha alcuna utilità per migliorare la nostra condizione di vita.
L’invidia è quel sentimento che proviamo quando qualcuno ottiene successo e ammirazione dagli altri. Ci rodiamo dentro con l’impressione di una profonda ingiustizia. Siamo convinti che non lo merita, facciamo di tutto per svalutarlo; ne parliamo male, lo critichiamo. L’invidia è solo un malcelato risentimento verso la vita.

L’invidia è il tentativo maldestro di recuperare la fiducia e la stima in sé stessi, attraverso la svalutazione dell’altro (F. Alberoni). Difficile infatti per la maggior parte della gente ammirare, stimare qualcuno senza provare nei suoi confronti un sentimento ambivalente.
“Quanto più ci innalziamo, tanto più piccoli sembriamo a quelli che non possono volare” (F. W. Nietzsche).
Chi nella vita, nel lavoro, nella società si espone per portare novità, innovazione, chi vuole il cambiamento diviene inevitabilmente oggetto dell’ambivalenza delle persone, sia di quelli che hanno paura di essere protagonisti attivi o che non ne hanno proprio le competenze, sia di quelli che dovrebbero accettare con maggiore umiltà anche il ruolo di gregari. Il leader da solo non va da nessuna parte, se non ha un gruppo, un movimento, un popolo che lo segue, ognuno può avere il proprio spazio nel mondo.
“Siamo tutti guerrieri nella battaglia della vita, ma alcuni conducono ed altri seguono” (K. Gibran).

In termini psicologici l’invidia agisce come un meccanismo di difesa inconscio: di fronte alla reale o presunta superiorità dell’altro, l’invidioso cerca maldestramente di evitare di sentirsi inferiore e quindi cerca di salvare la propria auto percezione attraverso la svalutazione dell’altro.
Un meccanismo mortifero che di fatto ci impedisce di poter godere delle relazioni con gli altri, potendo accettarne le qualità, per un reciproco arricchimento. L’invidia distruttiva toglie vitalità alla speranza. Più specificamente è un tratto caratteriale primario, l’esatto contrario della gratitudine. È quindi diametralmente opposta al sano apprezzamento verso le persone o le cose che ci piacciono e che può spingerci ad emularle e conquistarle. Tutti abbiamo un ruolo nell’evoluzione sociale: per prenderne parte bisogna imparare la gratitudine verso tutto ciò contribuisce a farci star bene, siano persone, esperienze o cose.
“Benedetto colui che ha imparato ad ammirare, ma non invidiare, a seguire ma non imitare, a lodare ma non lusingare, a condurre ma non manipolare” (W.A. Ward).
Dal punto di vista psicoanalitico c’è una sottile ma sostanziale differenza fra invidia e desiderio di vendetta: l’invidia attacca chi ci appare come migliore e superiore a noi; l’idea di vendetta invece si scatena verso qualcuno che rappresenta inconsciamente una persona che si può sconfiggere, quindi potenzialmente inferiore.
Ecco perché entrambi questi sentimenti sono deleteri: mentre sembrano colpire un avversario, in realtà riguardano noi stessi da bambini; in entrambi i casi è in ballo il nostro vissuto infantile del rapporto fra adulti e bambini. Come un boomerang, inevitabilmente si ritorcono contro di noi.

Doni

“L’invidia è come prendere un veleno e aspettare che l’altra persona muoia.” (M. McCourt)

“Se qualcuno vi si avvicina con un dono e voi non lo accettate, a chi rimane il dono?” domandò il Maestro.
“A chi ha tentato di regalarlo”, rispose uno dei discepoli.
“Esattamente! Come per l’invidia, la rabbia e la violenza”, aggiunse il Maestro.
“Quando non sono accettate, continuano ad appartenere a chi le porta con sé.”
Ricordiamoci quindi che l’invidia fa male solo a chi ne è affetto. Se la respingi, non ne vieni influenzato. Rimane tutta all’invidioso. Come un veleno che dovrebbe farti male, finisce per intossicare chi lo porta in seno.
Morale della favola: bisogna fare bene attenzione a distinguere tra i doni, che si accettano sempre ringraziando, e i pacchi, che si dovrebbero invece sempre restituire fermamente al mittente.

Gratitudine

“Mentre l’invidioso tende a vivere chiuso in se stesso e isolato dagli altri, chi interpreta come un dono di Dio i beni che gli altri hanno e, prima ancora, i beni che essi sono, può vivere contemplando attorno a sé un mondo infinito e meraviglioso”. (C. Stercal)

L’invidia diventa così l’opposto della gratitudine. Chi non è capace di essere grato, inventa mille scuse per giustificare il suo risentimento verso il mondo in generale o verso un bersaglio particolare; l’invidioso è del tutto incapace di ringraziare.
Perché l’invidia possa diventare gratitudine bisogna uscire dalla logica competitiva, che si fonda sulla polarità contrapposta superiore/inferiore, grande/piccolo, forte/debole. Nessuno è mai superiore a nessun altro come essere umano in sé. E tantomeno inferiore. Le differenze sono fatte dai modi e dalle condizioni con cui decliniamo il nostro essere al mondo nella concreta quotidianità.
C’è una parola che non usiamo mai abbastanza, una parola che possiede una grande potenzialità, una parola che illumina, che armonizza e che guarisce: è la parola “grazie”. Niente è più importante che sentire interiormente il senso di gratitudine, prima ancora di dire “grazie”: “con tutto il mio cuore, con tutto il mio pensiero, con tutta la mia anima e con tutto il mio spirito, grazie!”.
Non diamo quindi tutto per scontato, impariamo a godere di ciò che ci circonda. Di solito insegniamo ai bambini a dire “grazie” e poi ci dimentichiamo di farlo noi! Abituandosi giorno dopo giorno a pronunciare interiormente la parola “grazie”, è come imparare ad usare uno strumento magico in grado di trasformare il modo di vedere le cose.
Il ringraziamento è una energia vitale, una vibrazione di purezza che si propaga in un mondo dominato dal negativo e dall’ostilità.
“Dire grazie non è solo una questione di buone maniere, è una questione di buona spiritualità” (A. Painter).

Rabbia

“La rabbia che viene trattenuta troppo a lungo scava un fosso nel profondo. Lì dentro ci andranno a finire tutte le parole non dette al momento giusto. Le urla taciute. Le proprie ragioni mancate. Poi, come tutti i fossi che non sono stati ripuliti, non accetterà più nemmeno una goccia di dolore. E tracimerà. E forse lo farà in uno di quei momenti da niente. Che poi gli altri si domanderanno: Ma è impazzito?”
(P. Felice)

Alla base di ogni situazione di stallo, uno stato di tensione in cui ci sentiamo bloccati, incapaci di reagire, pur con i “nervi a fior di pelle”, ci sono in genere tre cose: la mancanza di consapevolezza di Sé, l’incapacità di gestire il proprio mondo interno e la rabbia. Di queste tre variabili la più pericolosa è sicuramente la rabbia, perché è in grado di minare profondamente l’equilibrio sia del corpo che della mente e di distruggere la possibilità di relazioni positive.
La rabbia è la degenerazione dell’aggressività come sana difesa di sé di fronte agli attacchi esterni. Nasce quindi dall’accumulo, dall’incapacità ad esprimere le nostre “legittime difese” in modo congruo, tempestivo ed adeguato.
Sottosta ad un difetto narcisistico secondo il quale ogni torto subìto è vissuto come attacco personale, ferita narcisistica, “lesa maestà”, inaccettabile ed intollerabile. Alla radice della rabbia, c’è sempre la convinzione che ci sia stato fatto un torto. L’esplosione collerica manifesta a suo modo la volontà di potenza di ricevere riparazione.
La rabbia nasce quando la normale “aggressività”, intesa come naturale difesa del nostro Sé, è stata inibita e bloccata per troppo tempo. Più accumuliamo frustrazioni e offese senza congruente reazione, più si rischia l’esplosione collerica.
La rabbia è appunto l’ingorgo di reazioni aggressive (sane) non espresse al momento opportuno e che possono improvvisamente esplodere in modo distruttivo (ira incontrollata).
La via d’uscita da questa condizione è quella di recuperare la capacità di esprimere le nostre emozioni, compresa l’aggressività, che è la normale risposta quando qualcosa minaccia la nostra integrità, o sul piano fisico o su quello psichico.

Emozioni e rabbia

“Innanzi tutto, l’emozione! Soltanto dopo la comprensione!” (P. Gauguin)

Le emozioni sono il ponte di connessione energetica fra il corpo e la mente, fra la nostra coscienza individuale e il mondo esterno. La nostra integrità si estende dal corpo, alla mente, alla nostra anima. La nostra salute non è semplicemente “assenza di malattia”, ma uno stato di completo benessere che va dal materiale all’immateriale, dal visibile all’invisibile, in modo indissolubile. Se qualcosa viene bloccato, crea prima o poi un disagio, che se non viene compreso, si esprime inevitabilmente in una delle nostre dimensioni costitutive (il corpo, la mente e l’anima). Comprendere (cum, insieme, ossia prendere insieme, accogliere) le emozioni significa sostanzialmente dare voce, nominare, tradurre in linguaggio e comunicazione, quello che percepiamo, sentiamo contemporaneamente a livello fisiologico e psichico.
Il modo migliore per non accumulare rabbia è dunque quello di saper tutelare se stessi, reclamando in modo sereno, fermo ed equilibrato il rispetto della nostra dignità personale. In ogni momento e nel pieno rispetto dell’altro. Evitando di ferire e di farsi ferire. Disinnescando sul nascere qualunque risentimento, che si fonda erroneamente nell’interpretare ogni piccolo o grande fastidio della vita come attacco personale contro di noi (ferita narcisistica).

“Dominare la rabbia è come domare un cavallo imbizzarrito. Chi riesce è un vero cavaliere; gli altri si limitano a tenere le redini” (Buddha).
Manifestare i sentimenti e le emozioni, in modo congruo alle situazioni che li sollecitano, è la modalità più funzionale per evitare un ingorgo emozionale, che è sempre negativo e potenzialmente patogeno, per il nostro equilibrio interno e per le nostre relazioni.

Equilibrio e rabbia

“Ero arrabbiato con il mio amico. Glielo dissi e la rabbia finì. Ero arrabbiato con il nemico. Non ne parlai, e la rabbia aumentò” (W. Blake).

Per un sano equilibrio psichico, dobbiamo quindi imparare (ed insegnare ai bambini) ad esprimere in modo adeguato ed assertivo i nostri pensieri, sentimenti ed emozioni. Comunicare empaticamente ciò che siamo a chi “merita”, desidera ed è in grado di accogliere i nostri pensieri e a ricambiarli con i suoi.
Una sana reazione agli “attacchi” esterni (da distinguere quindi dalla rabbia) tutela la nostra autostima, sapendo nel contempo rispettare quella degli altri, secondo il principio “la mia libertà finisce dove comincia la tua”.

La capacità di provare e comunicare le nostre emozioni è il miglior antidoto contro il disagio e le malattie, non solo quelle psicosomatiche.
L’aggressività sana, esito dell’evoluzione culturale umana, non è più la difesa istintiva degli animali (che in quanto istinto non è mai pari alla “cattiveria” rabbiosa della distruttivita umana), si può manifestare dinamicamente in modalità socialmente accettabili, evitando la sedimentazione “tossica” che poi sfocia negli attacchi collerici, nelle esplosioni d’ira, come un vulcano in eruzione che, lungamente inattivo e silente, risvegliato bruscamente, dà sfogo a tutta la sua potenza inespressa con la lava incandescente, che distrugge tutto ciò che intralcia il suo cammino.

Accidia

“Ogni cosa che facciamo è come una goccia nell’oceano, ma se non la facessimo l’oceano avrebbe una goccia in meno.” (Madre Teresa di Calcutta)
All’opposto della superbia, esiste nella società odierna una strisciante, pervasiva tendenza che è forse assai più devastante della prima. È l’accidia, uno stato mentale che sterilizza il pensiero e l’azione e porta all’immobilismo, allo scetticismo, alla sfiducia e al disinteresse per le cose del mondo.
Mentre la superbia si può associare al narcisismo del giorno d’oggi, l’accidia è più vicina alla depressione, ne è la sua forma sociale, con tutte le sue varianti (compresa l’apatia schizoide). Il narcisismo superbo è molto rumoroso ed appariscente (e sembra quindi prevalente), in realtà l’accidia è quantitativamente più diffusa, ma tende a non manifestarsi, si cela nelle variegate forme di astensione sociale, di allontanamento dell’agire pubblico, dell’eterno procrastinare e della fuga dalle responsabilità decisionali.
L’accidia è simile all’ignavia, ma ci sono delle sottili differenze. Mentre la prima si caratterizza più come disturbo della volontà, la seconda si riferisce più ad un blocco morale, alla rinuncia a partecipare alla vita sociale. Dante colloca gli ignavi nell’antinferno, rifiutati sia da Dio che dal Demonio. Gli ignavi non prendono mai una posizione decisa, si insinuano nell’esistenza senza lasciare traccia di sé, capaci esclusivamente di nascondersi per non assumersi le proprie responsabilità. Sono “coloro che vissero senza infamia e senza lode”.
L’accidia è invece una propensione alla noia, un disinteresse generalizzato, tipico di “chi non ama il proprio lavoro, di chi alimenta il vuoto del senso di esistere, di chi è stanco ancora prima di iniziare, di chi si riposa senza averne necessità, di chi dissipa il talento e smette di migliorarsi” (C. Casula).

“Tanto non serve a niente” è la tipica scusa dell’accidioso, ma anche dell’ignavo.In realtà, lo scenario della vita si può rappresentare metaforicamente come un grande acquario dove tutto è interconnesso. Ciò che avviene in un punto qualsiasi, si ripercuote inevitabilmente su tutto il resto. Ognuno di noi fa parte di questo “tutto”, non si può sottrarre.
Ogni volta che decidi di non decidere, in realtà hai fatto la scelta peggiore, quella di aver lasciato agli altri di decidere per te! Ogni singola goccia è importante, può fare la differenza, ha la sua dignità ed importanza. Se non partecipi alla vita, la blocchi, impedisci alla vita di svolgersi nella sua totalità.
L’accidia è la muffa dell’anima. Per questo l’accidia è considerata un “peccato”capitale, cioè come un atteggiamento mentale, prima ancora che un comportamento, che danneggia gravemente non solo l’individuo ma il fluire della vita stessa.

Orgoglio

“È stato l’orgoglio che ha trasformato gli angeli in diavoli.
È l’umiltà che rende gli uomini uguali agli angeli.”
(Sant’Agostino)

Dei sette vizi capitali, l’orgoglio è il peggiore. L’ira, l’avarizia, l’invidia, la lussuria, la gola, l’accidia riguardano il nostro rapporto con gli altri e con il mondo esterno (Ph.K. Dick). L’orgoglio invece non ha bisogno necessariamente di un rapporto o un oggetto per mostrarsi in tutto il suo proscenio. È la rappresentazione della relazione soggettiva che una persona ha con se stessa. È l’esaltazione dell’idea grandiosa di sé. È narcisismo portato all’estremo.
L’orgoglio è assoluto. Una persona orgogliosa crede che tutto quello che fa, è fatto bene. Ritiene di avere sempre ragione. Crede che il suo pensiero sia migliore di quello degli altri.
L’orgoglioso non conosce né la superiorità né l’inferiorità. Chi mai potrebbe essergli superiore? Gli altri sono tutti inferiori, la sola preoccupazione è che continuino ad esserlo! Per questo, fra tutti i difetti umani, è il più mortifero.

“C’è un posto dove si raccolgono le lacrime per gli abbracci mancati e per i sorrisi mai spesi. Si chiama orgoglio”. (Cit.)

Sbagli

“Sappiate avere torto, il mondo è pieno di gente che ha ragione. È per questo che marcisce.”
(L.F. Céline)

Il mondo è pieno di gente che è incapace di ammettere di avere sbagliato. È pieno di persone che si battono con tutte le loro forze per reclamare quella ragione che non hanno. E pur di non rinunciare al loro orgoglio, piuttosto rinunciano alle persone.
Vuoi per orgoglio o per presunzione tutti, più o meno frequentemente, abbiamo fatto fatica ad ammettere i nostri errori. È difficile guardarsi allo specchio ed ammettere di avere sbagliato. È duro dover ammettere, a se stessi in primis, di essersi comportato male o di aver commesso un errore. Ed è ancora più arduo riuscire a confessarlo agli altri (soprattutto alle persone che hanno fiducia in noi o a quelle che hanno subito le conseguenze dei nostri sbagli).
Anche io, talvolta, per difendere le mie idee, ho preteso di avere ragione a tutti i costi (anche sapendo che non era del tutto vero). E ricadere in questo brutto vizio è facilissimo!

Eppure è da saggi saper ammettere i propri errori, lo abbiamo provato sulla nostra pelle, quando abbiamo visto l’approvazione degli altri e soprattutto della nostra coscienza alla nostra ammissione di responsabilità. Abbiamo imparato, a nostre spese, che ci si copre di ridicolo a volere avere ragione a tutti i costi.
Chi è incapace di ammettere i propri sbagli, sbaglia due volte, perché finisce col farsi del male da solo. Errare è umano e tutti quindi possiamo sbagliare. Ammettere i propri errori permette di correggersi, di imparare la lezione e di migliorare la propria vita.
Inutile sentirsi in colpa, non serve a riparare gli sbagli. Né tantomeno provare vergogna per gli errori commessi. Ma se vogliamo non ripetere lo stesso errore dobbiamo essere capaci di assumerci le nostre responsabilità. Si diventa adulti il giorno in cui si impara ad ammettere i propri errori (riel. personale da A. Politi).

“Non aver paura di commettere degli errori, perché non c’è altro modo per imparare come vivere” (A. Adler).
È dai propri errori che bisogna, ogni giorno, ripartire per costruire una vita migliore.
E il mondo ha bisogno di persone che si sforzano, ogni giorno, di diventare delle persone migliori.

Umiltà

“Vuoi essere un grande? Comincia con l’essere piccolo. Vuoi erigere un edificio che arrivi fino al cielo? Costruisci prima le fondamenta dell’umiltà.”
(Sant’Agostino)

Essere umili viene confuso con l’essere insignificante, senza valore: l’esatto contrario di ciò che ci chiede oggi una società fondata sull’ostentazione, sull’esaltazione, sull’ipertrofia.
Il delirio narcisistico, tipico della nostra cultura contemporanea, non riesce a tollerare l’umiltà. La confonde con l’inferiorità. Per il narcisista, l’umiltà rappresenta un’offesa alla sua altezzosa superbia.
In un’epoca dove prevale la rappresentazione, la persona umile viene assimilata ad “essere un poveretto”, un individuo senza qualità e privo degli “attributi” necessari a primeggiare nell’agone sociale. L’ostentazione, essere “pieni di sé”, viene invece elogiata.
L’umile è invece una persona “piena in sé”, che non ha bisogno di dare a vedere niente, non deve dimostrare ciò che non è. L’umiltà è l’attribuzione di base di una persona equilibrata che sa riconoscere (e non li nega affatto) le abilità, i talenti e le qualità, in se stessa e negli altri, ma ha chiarezza dei suoi limiti e delle sue potenzialità. L’umiltà infatti non consiste nel considerarsi inferiori agli altri, ma nel liberarsi della presunzione della propria importanza.
L’umiltà è un modo di essere non di apparire. Umile non vuol dire affatto essere mediocre.
Quando si relaziona, l’umile si presenta per come realmente è. È in pace con se stesso.

L’umiltà della Persona vera è la negazione dell’ostentazione, è il gesto misurato, persino schivo dal pubblico riscontro, di chi ha piena consapevolezza delle finalità dei suoi pensieri e delle sue azioni. È uno stato di semplicità naturale in armonia con la propria vera natura, che consente di godere il piacere del momento presente.
La Persona non aspira alla grandezza, intesa come misura del Sé, conosce il suo valore, non ha bisogno che qualcuno dia il voto a ciò che fa, non dipende dall’apprezzamento degli altri.
Quando riceve riscontro delle sue virtù le riconosce ma non si esalta. Ringrazia senza falsa modestia e prova gratitudine verso la vita, per aver potuto far parte della sua evoluzione.
La vera umiltà è propria della Persona che ha raggiunto un giusto equilibrio e non ha bisogno di esibire se stessa. Non ha bisogno di rappresentare una facciata posticcia, una scenografia di sé, un’immagine imbellettata di qualità e attributi che non gli sono propri.
Con l’orgoglio narcisistico diventiamo fasulli, artificiali. L’umiltà ci riporta con i piedi per terra e ci restituisce più veri. L’umiltà autentica è la manifestazione sociale del rispetto vero verso tutti gli esseri umani, considerati come pari.

Mi riferisco evidentemente all’umiltà vera, non alla falsa umiltà dei timidi, dei pavidi o dei fanatici della solidarietà, che nascondono i loro desideri grandiosi nelle loro gesta di apparente abnegazione, di “superiore” bontà o altruismo. La falsa umiltà è la maschera che indossano i “buonisti di facciata”, quelli che ammantano i gesti da “persone-per-bene”, continuando tranquillamente a mantenere la convinzione profonda della propria superiorità.

Oppure quella degli intellettuali e degli ipocriti che fingono contrizione, dietro una facciata che nasconde un sentimento di superbia e di disprezzo altrui. Questa umiltà è il risvolto nascosto del narcisismo, sempre avido di rispecchiamenti e di riconoscimenti sociali.
L’umiltà vera è l’antidoto del narcisismo, una presunta grandiosità che è solo il segno di un sottostante, penoso, sentimento di inferiorità.

Umiltà e grandezza

“Il grande cammina con il piccolo. Il mediocre si tiene a distanza”.
(R. Tagore)

“Vuoi essere un grande? Comincia con l’essere piccolo”, dice Sant’Agostino.
L’adulto maturo contiene in sé il bambino che è stato.La grandezza comincia dal piccolo.
Se non si fanno bene le cose piccole, è difficile pensare di fare la cose grandi.
La superbia non poggia su niente.È il segno dell’invidia, la manifestazione reattiva ed impotente di fronte alla vera grandezza. È solo la maschera di un’umanità deviata dal suo corso.
E se dunque qualche volta, anche solo per un attimo, ci dimenticassimo di quell’Io assillante e iniziassimo semplicemente a vivere?! Finalmente liberi di essere se stessi, di confrontarci, fino a confonderci con gli Altri.
Dall’Io, come persona autonoma, intera e coesa, passare all’Io-e-Tu, per diventare gioiosamente Noi! Persone in relazione ad altre persone, con parità, reciprocità e simmetria.

L’Io e gli Altri

“Una persona inizia a vivere quando impara a vivere al di fuori della prigione del suo Ego.”
(A. Einstein)

C’è un equivoco di fondo nella nostra vita. Da un lato viviamo esasperatamente come se fossimo al “centro del mondo”, abbarbicati alla nostra presunzione e saccenza. Dall’altra siamo ipercritici, mai soddisfatti di noi stessi e del mondo.
Raramente sento discorsi o ragionamenti che non inizino per “IO”. L’EGO di ognuno di noi è diventato ipertrofico, esagerato, megalomanico. Gli altri non esistono, sono spettatori per la nostra rappresentazione, al massimo possono fare da coro. È così che l’Ego diventa uno scafandro nel quale ci nascondiamo, una maschera opprimente con la quale ci manifestiamo.
Il culto dell’Io ha soppiantato quello di Dio.
Ognuno crede di essere il centro del mondo, quando in realtà siamo soltanto una parte esigua, infinitesimale del Tutto. L’Io narcisistico soffoca la Persona, che non può mostrarsi, non ha mai il tempo per svelarsi con la sua autenticità da dietro la maschera.
”La prima persona singolare, quel dispettoso Io, non è né prima, né persona, né singolare.” (J. Hillman).
Di fronte all’immensità dell’universo e alla complessità della nostra vita, ha veramente dell’incredibile la centralità che la maggior parte della gente attribuisce a se stessa nei confronti delle cose del mondo. Nell’Universo ci sono cento miliardi di galassie e nella nostra galassia ci sono quattrocento miliardi di stelle: pensare di essere al centro di tutto è veramente assurdo.
È come se non si avesse coscienza alcuna di tale incommensurabile sproporzione.

Non sto parlando della capacità di fare della propria esistenza il baricentro per vivere e dare il proprio apporto alla vita, in pienezza e responsabilità, che è il principale scopo comune della nostra esistenza sociale. Tutt’altro.
Dico semplicemente che molte persone “dimenticano” di essere polvere infinitesimale in rapporto al Tutto. La terra non gira intorno al sole ma intorno a loro! Pensano, agiscono e si propongono come fossero “l’ombelico del mondo”. Vivono sostanzialmente in un egocentrismo e in una “presunzione” al limite del delirio megalomanico.
Queste persone sono in genere arroganti, autoreferenziali, scarsamente critiche. Poco dotate di ironia, non conoscono l’umiltà.
“Ogni volta che iniziamo a pensare di essere il centro dell’universo, l’universo si gira e dice con un’aria leggermente distratta: Mi dispiace. Può ripetermi di nuovo il suo nome?” (M. Maron).
In tutto ciò manca l’Amore autentico, di sé, degli altri, della vita.
Dobbiamo allora recuperare una maggiore umiltà e il rispetto per tutto ciò che ci circonda. Dovremmo soprattutto ricordarci che la vita è fatta da noi, ma anche dagli altri. Dagli Altri soprattutto…

“Ascolta, senza giudicare.
Comunica, senza prevaricare.
Ama, senza pretendere.
Vivi, senza riserve.”
(R. Calia)

Narcisismo e umiltà

“Il verme, se calpestato, si arronciglia. È la sua saggezza. Riduce in tal modo la probabilità di venire calpestato di nuovo. Nel linguaggio della morale: umiltà.”
(F. Nietzsche)

Si può essere umili per virtù personale, non necessariamente dopo essere stati calpestati, come richiama l’aforisma di Nietzsche. Ma si può anche “apprendere” a ritornare umili tendendo a bada il nostro narcisismo smodato, che non è quello “sano” di una giusta autostima, ma quello “malato” che ci spinge incessantemente verso il rispecchiamento e l’approvazione degli altri.
Per imparare a farlo dobbiamo saperlo riconoscere in ogni sua manifestazione: il narcisismo non può essere semplicemente estirpato dalla nostra esistenza, perché è costitutivo della nostra natura; dobbiamo invece trasformarlo in un maturo amore di sé, che è la base per un riconoscimento simmetrico e paritario degli altri. Da questa trasformazione, dal passaggio dall’egoismo solipsistico all’amore altruistico, dipende l’uscita dal narcisismo patologico e l’evolversi della Persona.

Ecco una lista di esercizi con cui possiamo mettere in pratica l’umiltà, nei nostri sentimenti e nel nostro agire quotidiano.

  • Parlare il meno possibile di noi stessi.
  • Rifiutare di immischiarci negli affari degli altri.
  • Accettare serenamente le contraddizioni, gli sbagli e le correzioni.
  • Passare sopra agli errori altrui.
  • Tollerare attacchi e conflitti.
  • Accettare che possiamo essere disprezzati, dimenticati e non amati.
  • Non cercare di essere apprezzati ed ammirati ad ogni costo.
  • Rispondere con gentilezza anche se provocati.
  • Non calpestare mai la dignità di nessuno.
  • Rinunciare alla discussione inutile, anche se si sa di aver ragione.
  • Scegliere sempre ciò che è più difficile.

Tranquilli, nessuno può avere tante virtù personali! È un elenco di comportamenti tratti dall’insegnamento di Madre Teresa di Calcutta. Sono suggerimenti che sanno più di santità che di umiltà, ma possono pur sempre rappresentare un riferimento personale, una prospettiva verso cui tendere, per recuperare la serenità e la quiete individuale.

Un esempio di umiltà e grandezza: Gesù

“Umile è chi ha le ali, ma cammina…”

Come sappiamo dai Vangeli, la domenica delle Palme ha segnato un momento di tripudio per Gesù, la glorificazione della sua Persona, dopo anni di persecuzione e di profonda incomprensione. Gesù sale su un asinello che si inerpica sul fianco della collina, sulla strada che costeggia le imponenti mura, per entrare nella città santa. Gesù entra nella città che uccide i profeti.
La gente lo riconosce, alcuni bambini gli corrono incontro, alcuni tagliano rami di palma e di ulivo, qualcuno grida “osanna”. Arriva dal monte degli ulivi, perché di là sarebbe arrivata la salvezza, cavalcando un puledro d’asina, un ciuchino, non un cavallo bianco bardato.
Qualcuno potrebbe dire: non si prende sul serio, il Signore, un “potente” che non si prende sul serio. La grandezza associata all’umiltà! È l’ennesima lezione di vita di Gesù, una lezione etica per questa vita terrena, prima ancora che per la Salvezza spirituale. Una lezione evidentemente dimenticata ai giorni nostri, in un mondo profondamente zavorrato alle cose materiali e poco avvezzo allo Spirito.

Oggi l’umiltà è osteggiata, disprezzata come difetto, essere umili viene identificato con l’essere insignificante, inferiore. Nello scenario sociale l’Essere è stato soppiantato dall’Apparire, l’essenza oscurata dall’apparenza.
Come abbiamo visto, la vera umiltà consiste nella capacità di liberarsi della presunzione della propria importanza. È sostanzialmente un modo di essere non di apparire.
L’umiltà è propria della Persona che ha abbandonato l’illusione di essere superiore agli altri, una persona che ha raggiunto un giusto equilibrio nella relazione con se stessa, gli altri e il mondo.
La falsa umiltà è invece la maschera che indossano quelli che non hanno saputo fare i conti col proprio narcisismo, e continuano a coltivarlo ipocritamente come convinzione profonda della propria superiorità. Molti di quelli che osannarono il Signore seduto sull’asinello, sono gli stessi che, dopo appena cinque giorni, grideranno: “Sia crocifisso!”…
Oggi più che mai dobbiamo augurarci di ritrovare un giusto equilibrio fra umiltà e realizzazione, dentro e fuori di noi, nella relazione con noi stessi e con gli altri, ma soprattutto di saperlo mantenere più stabilmente nella nostra vita.

“Maestro, quando si è certi di aver raggiunto l’umiltà?”
“Quando si smette di far questa domanda”.

 

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Circa l'autore:

Dr. Roberto Calia Psicologo Psicoterapeuta Milano
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