Manipolazione e potere

Manipolati e sottomessi

“Gran parte delle persone sono altre persone, i loro pensieri sono costituiti da opinioni altrui, la loro vita è un’imitazione, le loro passioni sono citazioni.”
(O. Wilde)

La manipolazione consapevole e orientata delle masse, attraverso l’influenzamento collettivo delle opinioni, delle credenze, delle abitudini e dei comportamenti, è un elemento cruciale in una società apparentemente fondata sulla democrazia.
L’appiattimento delle coscienze è lo strumento principale che usano le odierne oligarchie, coadiuvate dai media (televisione, giornali) e da testimonial autorevoli (artisti, sportivi, scrittori, giornalisti, scienziati, personaggi pubblici). Quelli che gestiscono questo meccanismo nascosto della società (e sono tanti, non necessariamente coordinati ma tutti orientati allo stesso scopo) costituiscono un governo invisibile che ha il vero potere di governare trasversalmente intere civiltà. Sono democrazie fondate sulla concentrazione del potere su poche teste, che fanno della manipolazione delle conoscenze il loro principale veicolo per gestire il consenso.
Le menti vengono modellate, i gusti influenzati, le idee suggerite per la maggior parte da uomini di cui non abbiamo mai sentito parlare. La gabbia preparata per le nostre menti è un recinto apparentemente senza confini, entro cui ci costringono a pascolare l’erba avvelenata di idee e valori inquinati dalla disinformazione, dal dominio del dio-Denaro e del cosiddetto Mercato: una visione del Mondo fortemente appannaggio del materiale sullo spirituale, dell’oggettivo sul soggettivo, delle sovrastrutture sociali sulle persone.

“Quando si tratta di controllare gli esseri umani non c’è miglior strumento della menzogna. Gli esseri umani vivono di credenze. Il potere di manipolare le credenze è l’unica cosa che conta” (M. Ende).

Ormai siamo tutti dentro una “Matrix” che ingloba tutti i settori della nostra vita, non solo quella sociale, ma anche quella individuale. Il “pensiero unico” orienta quello che una volta era considerato privato (i sentimenti, le emozioni, la sessualità, ecc.), trionfa un cosmopolitismo ipocrita, che spaccia una libertà illimitata, in realtà condizionata da una catena invisibile che annienta ogni identità individuale e sociale.
Non basta più informarsi, leggere, perché tutta l’informazione (giornali, televisioni), la grande editoria, per non parlare della politica e dell’economia, sono completamente appiattiti a questo “Grande fratello” in cui viviamo. I social poi esasperano tutto: sono una sorta di acquario collettivo in cui “pensiamo” di esercitare la nostra libertà di pensiero, mentre di fatto riverberiamo una informazione ipertrofica, a somma zero, dove vale tutto e il contrario di tutto. Anziché creare conoscenza, la annullano!
Un Sistema complessivo che esalta un modello sociale predatorio, che predica bene e razzola male, dove di fatto vengono favoriti i più forti (mentre i deboli sono accuditi da una falsa solidarietà assistenzialistica), dove predomina l’odio più che l’amore verso le persone.

Secondo E. Bernays questa è la conseguenza logica del modo in cui è organizzata la nostra attuale società (apparentemente) democratica.
“Per manipolare efficacemente il popolo, è necessario convincere tutti che nessuno li sta manipolando” (J.K. Galbraith).
Così Günther Anders descriveva il condizionamento di massa e la trasformazione degli individui da cittadini a sudditi (“L’uomo è antiquato”, 1956):
“Per soffocare in anticipo ogni rivolta, non bisogna essere violenti. I metodi del genere di Hitler sono superati. Basta creare un condizionamento collettivo così potente che l’idea stessa di rivolta non verrà nemmeno più alla mente degli uomini. L’ideale sarebbe quello di formattare gli individui fin dalla nascita limitando le loro abilità biologiche innate.
In secondo luogo, si continuerebbe il condizionamento riducendo drasticamente l’istruzione, per riportarla ad una forma di inserimento professionale. Un individuo ignorante ha solo un orizzonte di pensiero limitato e più il suo pensiero è limitato a preoccupazioni mediocri, meno può rivoltarsi.
Bisogna fare in modo che l’accesso al sapere diventi sempre più difficile e elitario, che il divario tra il popolo e la scienza aumenti, che l’informazione destinata al grande pubblico, sia anestetizzata da qualsiasi contenuto sovversivo. Anche in questo caso bisogna usare la persuasione e non la violenza diretta.
Si diffonderanno massicciamente, attraverso la televisione, divertimenti che adulano sempre l’emotività o l’istintivo. Affronteremo gli spiriti con ciò che è futile e giocoso. È buono, in chiacchiere e musica incessante, impedire allo spirito di pensare.
Metteremo la sessualità al primo posto degli interessi umani. Come tranquillante sociale, non c’è niente di meglio.
In generale si farà in modo di bandire la serietà dell’esistenza, di ridicolizzare tutto ciò che ha un valore elevato, di mantenere una costante apologia della leggerezza; in modo che l’euforia della pubblicità diventi lo standard della felicità umana. E il modello della libertà.
Il condizionamento produrrà così da sé tale integrazione, che l’unica paura, che dovrà essere mantenuta, sarà quella di essere esclusi dal sistema e quindi di non poter più accedere alle condizioni necessarie alla felicità.
L’ uomo di massa, così prodotto, deve essere trattato come quello che è: un vitello, e deve essere monitorato come un gregge. Tutto ciò che permette di far addormentare la sua lucidità è un bene sociale, ciò che metterebbe a repentaglio il suo risveglio deve essere ridicolizzato, soffocato.
Ogni dottrina che mette in discussione il sistema deve prima essere designata come sovversiva e terrorista e coloro che la sostengono dovranno poi essere trattati come tali.”
“Quando tutti pensano allo stesso modo, è perché nessuno sta pensando” (W. Lippmann).

Sottomessi

”Tenerli sotto controllo non era difficile. Perfino quando in mezzo a loro serpeggiava il malcontento, questo scontento non aveva sbocchi perché privi com’erano di una visione generale dei fatti, finivano per convogliarlo su rivendicazioni assolutamente secondarie. Non riuscivano mai ad avere consapevolezza dei problemi più grandi” (G. Orwell).

Gli individui più pericolosi sono i Sottomessi. In cambio di un po’ di sicurezza, i Sottomessi difendono il Potere, anche quando sono convinti di contestarlo.
La loro coscienza è offuscata da un tragico egoismo finalizzato solo a mantenere la propria “zona di confort”. Difendono le posizioni raggiunte, che nella maggioranza dei casi è solo una modesta condizione materiale di vita, come fossero privilegi: i privilegi che il Potere dominante fa credere essere appannaggio dei più fortunati. Sono ormai diventati sudditi, non cittadini!
Vivono nella precarietà costante, ma coltivano l’illusione del successo, della ricchezza, del benessere. Sotto l’egida della “felicità a tutti i costi”, dell’edonismo compulsivo e del consumismo di beni e servizi che il dio-Denaro e la dea-Tecnologia mettono sotto il naso di tutti per provocarne dipendenza, i Sottomessi vivono nella convinzione di poter avere tutto.
Che per i più ovviamente non arriva affatto, perché riservato ai veri Potenti, coloro che si servono dei Sottomessi (riel. personale da: “L’intellettuale dissidente”).

Non c’è alcun dubbio! Se vuoi realizzare i tuoi sogni devi smantellare questa coltre che ti annebbia la mente, questa gabbia culturale che alimenta le tue illusioni.
Se vuoi veramente realizzare i tuoi sogni, ti devi svegliare!

Etica: la ricostruzione del senno

“Lo scopo della vita è vivere, e vivere significa essere consci, gioiosamente, ebbramente, serenamente, divinamente consci” (H. Miller)

È in atto una distruzione sistematica del senso profondo ed autentico del vivere, una manipolazione di massa delle coscienze che viene esercitata in nome della Ragione e del Progresso. Questa devastazione culturale, che investe tutto e tutti, sul piano sociale e individuale, porta un disagio profondo, un sentimento diffuso di estraneazione e di disorientamento.
Viviamo alienati a noi stessi, in una sorta di “matrix” di cui ci sfuggono i contorni e la portata stessa. Il dubbio che ci poniamo tutti i giorni è: “Ma è questa la mia vita? Era quello che avrei voluto? Dov’è sono finiti i sogni, i desideri, le passioni e le motivazioni vere della mia esistenza? Dov’è è nascosto tutto questo? È chiedere l’assurdo se ci chiediamo se questa vita abbia senso?”
Chi non si pone questi dubbi con la mente, il pensiero, i sentimenti, li vive certamente con il corpo, che esprime per noi la medesima sofferenza. Il nostro corpo è semplicemente l’involucro che ci permette di sperimentare la vita nella sua dimensione fisica, materiale. Non è il tutto, non può che essere l’espressione di ciò che siamo nella nostra interezza.
“Il narcisista ignorante si palesa nel momento in cui si rivolge al chirurgo plastico, invece di rivolgersi allo psicoterapeuta” (M. Trevisan).
Non abbiamo dunque bisogno di “chirurgia estetica”; no grazie! siamo già devastati abbastanza!

Per diventare Persone libere bisogna necessariamente trovare la forza e il coraggio di “pensare con la propria testa”, di andare oltre il “comune sentire”, oltrepassando la “matrix culturale” dentro la quale viviamo in una sorta di libertà vigilata.
Più che il seno, dobbiamo ricostrurci il “senno”, la ragione vera per cui siamo al mondo, non la narrazione che ci raccontano per ammaliare la nostra volontà, centrata su una presunta autorealizzazione fatta di successo, popolarità e soprattutto denaro, beni ed oggetti che non bastano mai!
La “chirurgia etica” non la passa la mutua. Il senno si ricostruisce passo dopo passo, da soli, con il recupero paziente del rapporto con noi stessi, e poi nel rinnovamento delle nostre relazioni, con la rottamazione di tutti quei “contatti” e “rapporti” che non c’azzeccano niente con ciò che abbiamo ritrovato di noi.
“Rifarsi il senno” si può solo con molta sofferenza e perseveranza, superando mille ostacoli, dentro e fuori di noi (i primi che ci ostacoleranno in questa “operazione etica” saranno proprio le persone a noi più vicine, che faranno fatica a modificare l’idea e l’immagine “statica” che si sono fatte di noi).
Il risultato quindi non è nemmeno garantito, ma ne va della nostra salute e della nostra integrità.
Solo così potremo sentirci più in sintonia ed in armonia con noi stessi.
Sempre che troviamo il “coraggio” di farlo, ossia se ce la sentiamo di affrontare la paura più paradossale che esista: la paura di essere veramente se stessi!
“Solo l’inconsapevolezza può girare il mondo per lunghi periodi mano nella mano con l’ignoranza” (M. Trevisan).

Ahimè, nonostante tanta informazione, la fruibilità del sapere e della conoscenza, l’ignoranza in giro è ancora tanta. Ignoranza che oggi non è solo, letteralmente “ignorare”, non sapere, ma soprattutto presunzione, arroganza e autoreferenzialità: tutti sono tuttologi, onniscienti e onnipotenti! Ed essendo tutti saputelli e saturi nel cervello, in testa non può più entrare nulla.
È solo con la “mente sgombra” che possiamo essere pronti ed aperti al nuovo.
Per sorridere un po’, ricordo che – nonostante abbiano chiuso i manicomi – l’apertura mentale sarebbe ancora del tutto legale!
La coscienza, che dovrebbe essere prerogativa di tutti gli esseri umani, può essere offuscata dall’ignoranza ma è illuminata dalla consapevolezza. Se si ha la fortuna di essere consapevoli (della manipolazione, della prepotenza, dell’arroganza, dell’egoismo degli altri), si riesce a rimanere fedeli a se stessi, alle proprie alle proprie sensazioni e alle proprie convinzioni.
Non si cede al pensiero unico, al volere degli altri, anche a rischio di essere “impopolari”, o in “minoranza”. Se non indietreggio, non do comunque all’altro il potere di decidere per me. È più saggio ritrarsi indietro, rinunciare a discutere, tanto gli altri rimangono fermi sulle proprie posizioni.
“È impossibile sconfiggere un ignorante durante un litigio” (W. Gibbs)
Il consiglio è chiaro: non iniziare mai una discussione con uno stupido o un ignorante, non scendere mai al suo livello. Ti batte con l’esperienza e chi osserva potrebbe non notare la differenza.

Di fronte alla menzogna e alla mistificazione inutile arrabbiarsi, alimentare la paura con la rabbia. Quando mi arrabbio vuol dire che mi sento ferito dall’altro e reagisco all’offesa. Quindi devo uscire dalla gabbia che l’altro ce l’abbia proprio con me (il più delle volte l’altro fa semplicemente il suo gioco, indifferentemente da me). Se non mi lascio ferire, respingo al mittente le sue idee. Oppure ci arrabbiamo quando pensiamo di poter cambiare l’altro, convincerlo delle nostre idee: tempo perso.
”Rifletti, prima di pensare” (S.J. Lec).
Se l’altro mi sta manipolando non mi sta percependo come soggetto, ma come oggetto da sfruttare. Quindi, io soggetto, non mi sento minimamente sfiorato dal suo attacco alla mia integrità, il mio Sé, in quanto nemmeno mi considera come persona. Se mi sento colpito in quanto persona scatta la mia reazione narcisistica, “rabbiosa”. Fuori luogo, perché l’altro continuerà a rapportarsi con me semplicemente come oggetto da manipolare.
Morale: non val proprio la pena di arrabbiarsi per qualcuno che non è affatto in relazione con me. Quindi, scivolo via semplicemente dicendogli: non mi hai proprio convinto, non sono affatto d’accordo.
Senza farmi influenzare ulteriormente da qualunque sua contro reazione. Vade retro, Satana!.

La pancia non mente

“Ricordati che oggi incontrerai uno stolto che metterà a dura prova la tua bontà e la tua pazienza,
un maldicente che sparlerà di te, un furbo che cercherà di usarti, un presuntuoso che pretenderà di aver ragione ad ogni costo, un prepotente che cercherà di sopraffarti, un iracondo che ti trasmetterà rabbia.
Ma tu non ti lascerai turbare più di tanto, perché sarai in compagnia di un moderato
che frenerà le tue reazioni, un buono che tramuterà in bene tutto il male che riceverai, un saggio che ti guiderà sulla retta via e ti farà prendere delle buone decisioni.
Ovvero, sarai in compagnia di te stesso.”

(O. Falworth)

Viviamo dunque immersi in una realtà illusoria. Da un lato, con una grande enfasi sulla ragione ci convincono che dobbiamo “usare il cervello”, intendendo con ciò esaltare la parte cosciente, razionale della mente, che ha nel pensiero la sua espressione più comune.
Dall’altra, tutti i processi sociali, dal livello macro a quello micro delle relazioni interpersonali sono dominati dall’emotività. Le grandi e le piccole decisioni (politiche, economiche, private) sono fortemente condizionate dalle emozioni. Nella realtà che percepiamo, tutto viene mosso attraverso una massiccia “manipolazione” delle nostre menti.
Viviamo gran parte della nostra vita in una sorta di trance collettiva, intervallata da sprazzi di “lucidità” cosciente, che è necessaria a mantenere in piedi questa grande rappresentazione sociale (quella che noi siamo convinti sia la “realtà obiettiva”).

Esiste comunque un “luogo” nel quale noi possiamo rifugiarci e al quale possiamo far ricorso come una “stanza” di compensazione. Non è un luogo fisico ma mentale ed è quello della riflessione “con la pancia”. La pancia simbolicamente è il luogo del preconscio, il punto di intersezione fra le nostre pulsioni inconsce e ciò che poi sfocia nel pensiero cosciente.
Il sentire “viscerale” (che oltre la pancia coinvolge il cuore e gli altri organi collegati con il sistema nervoso, secondo la concezione psicosomatica) è il proto-pensiero emozionale, che sta sempre dietro i pensieri pre-verbali e dentro le nostre azioni, sia che ne siamo coscienti o meno.
Se cogliamo ciò che la nostra pancia “riflette”, possiamo contare su un flusso non verbale di sensazioni che sono autenticamente nostre, perché non ancora contaminate dalle influenze razionali del nostro adattamento sociale.
Se prima che al “cervello”, facciamo passare questi originari pensieri emozionali dal “cuore”, li impregniamo delle vibrazioni pulsionali che rappresentano più autenticamente i nostri intenti profondi.
“Quando il cuore parla, la mente trova indecente opporsi” (M. Kundera).

Possiamo allora decidere, essendone perlomeno più consapevoli, se metterli da parte (perché non vogliamo renderli manifesti agli altri) oppure “filtrarli” per il miglior impatto possibile con la realtà esterna.
Il processo inverso (quello tuttora prevalente) è invece quello del dominio delle nostre menti, da parte di una sovra-struttura sociale, che tutto vuole fuorché lo sviluppo dell’autonomia e della libertà delle persone.
Una mente libera fa sempre paura per le sue enormi potenzialità.
I nostri veri limiti sono unicamente quelli che creiamo con la nostra mente oppure quelli che ci lasciamo imporre dalla mente degli altri.

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Circa l'autore:

Dr. Roberto Calia Psicologo Psicoterapeuta Milano
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