Il guaritore ferito e la cura

Dov’é finita la cura?

“Non ti curar di lor, ma guarda e passa”, dice Dante nel III canto dell’Inferno, invitando con questo a non “preoccuparsi” e a guardare oltre.

Il termine “cura” viene qui evocato nella sua accezione originaria che indicava uno stato d’animo, una disposizione  soggettiva, piuttosto che una pratica, una azione rivolta verso qualcuno che ne avrebbe bisogno, come oggi comunenente viene inteso.

“Curare” nel senso latino indica l’ “essere in pensiero” per qualcuno o qualcosa, mentre nel senso moderno implica semplicemente il “trattamento”, l’atto medico verso un paziente ammalato, che nella accezione più comune si riferisce alla somministrazione di farmaci.

Della “cura” originaria non è rimasta traccia: è scomparsa ogni connotazione “soggettiva”, per il sopravvento di un mera funzione “oggettiva” della cura come trattamento di un “paziente”, che assume il ruolo di “passivo” destinatario di atti ed interventi, a cui è ormai relegato il significato del curare.

Anche nel corrispettivo termine greco del latino “cura”, la “therapéia” originariamente corrispondeva al concetto di “servizio”, non dunque un “trattamento”, un intervento tecnico oggettivo, ma un atteggiamento, un modo di essere nei confronti di un altra persona.

Interessante ancora riflettere sulle modalità concrete con le quali si esprimeva la therapéia, che implicava il “mettersi all’ascolto” dell’altro, ovvero per usare il corrispettivo latino, l’ob-audire  l’altro, e cioè essere a sua disposizione. Secondo questa accezione, il theràpon si prende cura dell’altro, non necessariamente somministrandogli tecniche o medicine, ma semplicemente gli “obbedisce”, ponendo attenzione al suo ascolto.

Si comprende così come nella medicina di oggi il concetto originario di cura-therapéia  sia ormai del tutto mutato, centrato prevalentemente, ove non del tutto, sul primato della “tecnica” (farmacologia, chirurgia, medicina d’organo, iperspecializzazione, ecc.), con la perdita della dimensione soggettiva della relazione, di una visione olistica, unitaria, della persona. Un vero e proprio fallimento della “cura”.

Un parziale recupero della dimensione soggettiva originaria si ha oggi con la distinzione che si va facendo largo in Sanità fra “curare” (che si riserverebbe all’approccio necessariamente oggettivo, scientifico, tipicamente ospedaliero, quando sono necessarie decisioni rapide ed efficaci per affrontare gli stati acuti di malattia, quelli che implicano un ricorso al ricovero o alla medicina specialistica) e “prendersi cura” (sempre più utilizzato per un approccio multidimensionale, globale della persona e della sua famiglia, considerando tutti gli aspetti sanitari, psicologici e sociali che gli stati di fragilità e cronicità comportano e che sempre più trovano nella medicina territoriale la risposta più appropriata).

Occorre tuttavia ancora di più un ritorno alla vocazione umanistica originaria (tipica della medicina ippocratica), ricorrendo alla figura mitologica del terapeuta come “guaritore ferito“, con una concezione della medicina che vede autenticamente al centro della sua “pre-occupazione” la Persona, con la sua sofferenza (il phatos) che non è più un mero fatto “biologico”, un accidente del corpo o della mente, ma investe anche e soprattutto la dimensione dello spirito (phisis).

L’incontro fra il terapeuta e il paziente è un incontro fra due soggetti, uniti dal “comunepatire delle vicende umane. Solo con questa predisposizione, con questa “intenzione relazionale”, il medico, in quanto guaritore ferito, riconosce nel paziente parte del suo dolore, lo com-prende e se ne fa carico.
Una concezione “compassionevole”, dunque,  della clinica nella quale il “patire insieme” (cum pathos) definisce un’attenzione consapevole e una motivazione sensibile verso la sofferenza di noi stessi e degli altri ed un profondo impegno nel compito (il servizio della therapéia) di alleviarla.

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